Tra i diversi libri del momento è consigliabile “Prima persona singolare” di Haruki Murakami. Non solo perché uno dei miei scrittori preferiti, ma capace di restituire il senso delle cose soprattutto nei momenti più difficili. Una raccolta di storie che riguardano i suoi primi anni da scrittore e ci riconducono alla potenza di sapersi e sapere raccontare nella quotidianità. L’elogio della quotidianità senza sensazionalismi, aneddoti impressionanti, semplicemente la descrizione del fluire del tempo. Un tempo dove ogni minuto, come ogni ora sono importanti, e così bisogna riempirlo con e di ricordi. Che poi è questa la vita, la somma di ricordi, di piccole e grandi esperienze da vivere per ricordare e, magari, raccontare. Anche Marquez lo riportava sempre nelle sue interviste. Ai tempi della pandemia non possiamo aggiungere nuovi ricordi, piuttosto azioni identiche, e comunque non i rituali che negli anni ci hanno riportato a onorare feste importanti come il 25 Aprile, a ripercorrere i luoghi storici della città ascoltando delegazioni dell’Anpi e figure istituzionali, scattando foto tra le diverse generazioni che si sovrappongono nella propria “Bella ciao”. D’altronde è così, e in guerra pandemica si combatte, ma non si resiste. Si combatte fino alla Liberazione. Oggi su un quotidiano nazionale si faceva un’importante distinzione concettuale, semantica e storica tra il verbo resistere e liberarsi, applicandolo proprio al 25 Aprile. Mi piace pensare che più che resistere ci si sia liberati. La resistenza, infatti, presuppone sempre la possibilità di potere ritornare in uno stato di costrizione, di sottomissione, di privazione totale delle proprie libertà. Presuppone una sotterranea ma costante tensione che snerva. E invece ci siamo liberati e ricordiamo le storie importanti di tutti quanti hanno contribuito a restituirci la libertà. Ad ogni modo, mi è mancato l’incontro con le persone, quel primo caldo soffocante che ci coglie impreparati sotto il palco, ad ascoltare i ricordi, le storie di chi ha vissuto e racconta la propria esperienza famigliare. Mi manca la presenza, ma quella senza tafferuglio, senza strumentalizzazione forzata. Mi manca la presenza, il contatto autentico con le persone che condividono gli stessi valori e la necessità di ricordare. Che sono tante e, in questi giorni di festa nazionale, sempre le stesse. Ci si riconosce, incontra senza darsi appuntamento, senza social, senza bisogno di piattaforme digitali. Almeno era così, prima del Covid. Perché le convinzioni culturali e politiche sono più forti della stessa tecnologia da collante. Ecco, il Covid non ci ha tolto le idee, le convinzioni, la storia con le sue e le nostre date. Non ci ha tolto le gesta da onorare, il ricordo da ricordare. Non è poco. Una certezza tra “aperturisti” e non “aperturisti”, fedeli alla scienza e alla ricerca e negazionisti che ancora millantano tanti studi e verità parallele perché, ahinoi, c’è sempre un complotto in agguato. Eppure, bastano i numeri: i soli morti da Covid dall’inizio della pandemia. Sono oggettivi, non interpretabili, e per questi una sola risposta: i vaccini esistenti. Nel giorno della Liberazione ci si libera, soprattutto, ognuno a proprio modo, dalle insofferenze e sofferenze, dalle posizioni inaccettabili, dalle opacità di pensiero e ragionamento, da ogni forma e tentativo di giustificare un bieco regime.

David Giacanelli