Confrontandomi quotidianamente e tornando al lavoro in presenza emerge, come condizione generalizzata, esperienza comune, che questi due ultimi anni della pandemia sono stati difficili per tutti. Ma quello che colpisce è la cronologia degli avvenimenti azzerata. L’annullamento dello spazio e del tempo, il loro essere circoscritti, e noi prigionieri in loro, nel recinto di cattività coatta, unica soluzione per preservarsi e preservare gli altri in attesa del vaccino. In questi due anni gli avvenimenti si sono confusi, il prima e il dopo si sovrappongono di continuo. Quante volte ci siamo fermati a pensare alla nostra ultima gita, il nostro ultimo pasto condiviso con più persone, la nostra ultima nuotata, semplicemente la nostra ultima festa con amici. La possibilità di coabitare e coesistere in uno stesso luogo, in più persone. Il nostro ultimo abbraccio e bacio spensierato. Quando è stata l’ultima volta? Quattro anni fa. No, uno. Forse due. La verità è che se non vogliamo e non possiamo sfuggire alla elaborazione di quanto vissuto, di fatto questa lunga e tormentata parentesi ci ha immobilizzati, confusi, ha indebolito i nessi logici di causa effetto, fuori di noi nelle morti e nelle terapie intensive, nei ricoveri, e dentro noi nel timore costante. Di contagiarci o contagiare. L’effetto tangibile? Come le nostre esperienze fossero state annullate per due anni. In realtà, la nostra psicologia e il nostro sentimento nei confronti della vita hanno continuato a evolvere, a compiere chilometri. Non siamo così diversi nella rielaborazione di quanto vissuto: abbiamo dovuto, non scelto, elaborare gioia e dolore velocemente, analizzarli come possibile fare, con i pochi mezzi a disposizione o non farlo proprio, troppo impegnati a sopravvivere e mantenere lavoro, famiglia, legami sentimentali e amicali. Tutti come funamboli, barcollando sospesi su un montarozzo di precarietà. Ora il desiderio di riprenderci parte di quella vitalità sottratta è enorme, come di elaborare quanto accaduto e vissuto, ma in modo specifico e attento, nel giusto tempo e modo. Insomma, ora ci divora il desiderio di riappropriarci di quanto sottratto. Eppure, siamo sempre lì, desiderosi di farlo ma, al contempo, con uno slancio abborracciato, così il pensiero, perché le regole e indicazioni da seguire sono giustamente tante. Poi la vita va avanti scandita da appuntamenti importanti, confronti elettorali, guerre che non avremmo voluto riconsiderare perché auspicavamo fossero superate, contrasto alle pandemie, decisioni personali, desiderio di continuo cambiamento, programmi sul futuro più prossimo. Vedere la determinazione di molti ci rende ottimisti, ci spinge a un sano senso di emulazione. Tutta questa vitalità sorprende e abbaglia. Tornando alla normalità o qualcosa che le somigli il più possibile, si torna anche a logiche dalle quali eravamo stati costretti ad affrancarci. Anche nella difficoltà, ci eravamo ritagliati delle dimensioni di totale indipendenza. Ora dobbiamo riprendere le misure e, nel farlo, ci riconfrontiamo anche con ciò che non ci è mai piaciuto di certi rapporti umani, di logiche intricate, di sentimenti opachi, di lavoro, di metri di giudizio che abbiamo sempre disprezzato. Ma sono lì fuori e, sovente, determinano anche i destini delle nostre già precarie vite. Ma noi ci siamo, ci raccontiamo, descriviamo, ci contiamo: questo è già tanto e basta a ritornare.

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