Sono entrato nella casa polverosa, nella penombra, fresca. Le finestre erano aperte e una brezza leggera ma costante mi accarezzava il viso. Appena entrato sull’uscio di casa, nel disimpegno iniziale, due gatti, uno nero e uno grigio, mi si sono aggrappati ai polpacci. Rivolgendomi a Lorenzo, gli ho chiedo se è normale che i suoi piccoli felini mi aggrediscono in questo modo.

Lorenzo mi ha rassicurato molto: tracciano il territorio e probabilmente essendo anch’io un amante dei gatti si aggrappano e amalgamano a odori comuni. Sento le unghie appena appoggiate all’epidermide, non provo dolore, forse un poco di fastidio e muovendomi, piano, trasporto cinque chili in più per gamba. Poi si sono staccati da soli e Lorenzo ha deciso di portarmi subito in salone. È un poco claudicante e la voce, sempre più roca ma calda, m’introduce alla descrizione delle sue nicchie esistenziali.

Uno, quello più a sinistra dalla mia prospettiva, lo afferra e lo punta su di un altro mobile, stesso legno chiaro, nella parte opposta del salone.

Il mobile quadrato e sospeso, attaccato alla parete, si schiude ed esce fuori un televisore che si accende. Poi si siede accanto a me e sorseggiando un bicchiere di vita, mi spiega che è tutto lì.

Le sue abitudini, le comodità. Ha tutto il necessario che gli occorre, scandito nei rituali meccanici, nelle diverse luci della giornata. Un altro sorso di vita, e quanta vuoi che me ne resti? È per questo motivo che a Roma salgo poco. Prima l’Università, poi la pensione, alcuni sporadici amici, ma l’ambiente confortevole di questa casa comoda e isolata è impagabile.

E l’amore romano?

Un poco lo giustifico, per la sua assenza, e mi riappacifico con i sensi di collera. Ma solo un poco.

È una commistione di simboli con i quali faccio pace. Solo, non gli perdono, lo spazio vuoto lasciato accanto alla donna che lo aspetta e che, in sua vece, fa avanti e indietro con i treni, consumando tacchi e lasciandosi alle spalle week end romani. 

Lei invecchia comunque e, forse, più di lui, per stargli dietro.

Assecondando indolenze e ossessioni.

Intanto mi squilla il telefono. Esco nel balcone per parlare. È ancora lui, ma c’è poco da spiegare. Non è amicizia, non è conoscenza, non è amore e non è nemmeno sesso. Ci fosse stato almeno quello: dopo, avremmo tentato di trasformarlo in amicizia, oppure in semplice conoscenza o, ancor meglio, poteva terminare là.

Invecchiando e maturando taglio rami secchi e faccio breccia attorno a me.

Allo stesso tempo, però, una improvvisa solitudine mi pervade e scuote.

Come un fulmine mi attraversasse la spina dorsale. Una scossa elettrica.

Interrompo la conversazione, rientro e penso che in fondo sia stato fortunato così.

Senza poliamore, senza confusioni, senza coppia aperta, senza quel senso di indeterminatezza.

Eppure, oggi, mi sento solo. Una contingenza, un passaggio opaco e difficile, comunque mi ci ritrovo dentro: risucchiato in un mulinello che mi riporta da Lorenzo.

Lui è ormai solo.

Io ancora no, ma spesso mi ci sento. Solo tra tanti, con i miei sogni sbiaditi, svaporati al sole. Sono felice dei molti obiettivi e traguardi raggiunti, ma la sensazione è di essere sempre un poco inadeguato.

Allora penso ai miei amici, i libri da leggere, quelli scritti e pubblicati, di più quelli mai pubblicati, quelli restituiti al mittente con tanto di “mi spiace ma non rientra nella nostra linea editoriale”.

Durante il Covid, spiego a Lorenzo che ho cominciato a prendere medicine per dormire, per pensare meno, per stordirmi un poco.

Così non devo immaginare di essere sempre all’altezza, posso consentirmi di bruciare quel senso di inadeguatezza, accantonarla per un po’, liberarmi della frustrazione di avvicinarmi sempre allo stesso archetipo.

Che lavoro.

Lui annuisce, ma pensa che sono esagerato.

Medicine, addirittura? E che sarà mai? Un po’ di tensione, meglio farla uscire. Che problema hai? Con la gente, le persone, il maniacale senso del controllo. Fottitene e viviti quello che hai.

Il telefono trilla di nuovo, ma questa volta è il mio unico amore, che è sempre e per sempre, dalla stessa parte.

Quanto sono melenso, non è vero? Verissimo, ma fanculo! Meglio questo dei non detti, dei paraculi che muoiono nelle chat, che irretiscono e non concludono, che si crogiolano solo nel numero di like per i post su Instagram dove si ritraggono in ogni possibile spigolatura e angolatura.

Del viso, in boxer, al mare, mentre cucinano, filmandosi e sgranando gli occhi in pose dementi e innaturali come i loro addominali o il pacco in bella vista.

 Insomma, allora perché sento il bisogno di parlare con Rosario, che è un po’ come faceva Josie con la sua AA, l’amica artificiale nel romanzo di Ishiguro, “Klara e il sole”.

Questi Giapponesi ne sanno sempre tante, esplorano e scandagliano l’animo umano in modo così sorprendente. Forse più di altri, nella letteratura contemporanea, descrivono con efficacia le nevrosi umane.

Lorenzo mi ascolta e pensa che penso troppo. Tutto un rimestare e scandagliare.

Hai tutta quest’ansia.

Come mi dice il mio amico Rosario, è preventiva.

Per paura di entrare in ansia, già mi lascio pervadere, comincio a sudare, le palpitazioni aumentano e ci vogliono almeno una decina di minuti prima che riprenda il parziale controllo del mio corpo.

Che non sono attacchi di panico, ma vere e proprie reazioni neurovegetative, come il corpo si ribellasse al troppo ordine che gli impongo.

Come mi dicesse che a 49 anni devo mollare: lasciare che gli altri mi vedano per quello che sono, sommerso di sensibilità. Gli rispondo che lo so, che è la sfida che pian piano cerco di avverare.

Ma non è facile. E poi, da quando penso a tutti gli esercizi da fare che mi suggerisce proprio lui, mi sembra di essere diventato più sensibile.

Piango di continuo.

Per il Covid.

Per i genitori morti dei miei amici che avevano un’età vicina a quella dei miei.

Per le scopate mancate, anche se non ne ho sentito e sento, ora, il bisogno.

Per i capelli bianchi, perché nonostante pratichi molto sport sto invecchiando.

 Ed è triste non l’invecchiare, dimensione con la quale pure mi sono pacificato, ma non piacere più come prima.

Lo vedo dagli sguardi degli altri, da come mi vedono e non guardano più.

Sono un uomo maturo nella moltitudine, prima ero un bel ragazzo cui chiedevano il numero del cellulare nella speranza di una bevuta, un incontro furtivo, uno scambio d’amore.

Mai accaduto e ora che, forse, vorrei togliermi qualche capriccio, è tardi. Meglio così, perché i pochi piaceri furtivi capitati, per una sorta di carma negativo, li ho anche pagati cari.

Lorenzo mi osserva e ascolta muto.

Quello che non proferisco me lo legge nel pensiero.

Ha spento il televisore.

Che cazzata questa di invecchiare. Basta farlo bene.  Sentirsi bene, stare in salute.

I capricci?

I capricci te li toglierai se sarà necessario, altrimenti continuerai la tua vita così com’è. 

A nessuno è mai piaciuto invecchiare, ma è sempre sato un assunto naturale, oggi invece tutti ricorrono alla chirurgia estetica, con strumenti e interventi più o meno espliciti e invasivi. Se vuoi c’è questo, ma necessita di continui tagliandi e non è mai per sempre, dalla stessa parte, come la vostra musica.

Ma lo sai che non ricorrerei mai alla chirurgia.

Per pudore, convinzione profonda o vergogna?

Per paura del giudizio degli altri, anche qui sarei fuori controllo. Oppure, niente chirurgia estetica perché proprio la biasimo? Giro in tondo e i gatti sono ancora attaccati ai polpacci.

Una signora azzimata e lucida, che restituisce uno strano barbaglio in ogni movenza, fa ingresso nel salone e ci chiede se vogliamo magiare qualcosa.

Chi è?

Niente, ci dava una mano, una persona di casa.

Sì, Lorenzo, ma chi è?

Cecilia. Mi aiuta ad andare avanti.

Comunque, in tutto questo passare da un tema a un altro, è chiaro che sto vivendo una decadenza, un momento di profonda melanconia che rimescola tutto, certezze in primis ma, allo stesso tempo, mi costringe a concentrarmi sull’essenziale.

Allora ne approfitto per tagliare il superfluo, anche malamente.

A qualcosa deve pur servire la tristezza.

Prendo il cellulare e su WhatsApp comincio a scrivere: “Sono con Lorenzo e mi sento in ansia a casa sua. Sta arrivando, gli ho confidato della mia vita e, allo stesso tempo, una signora che sembra robotica è apparsa dal nulla”.

Pochi secondi dopo arriva la risposta: “Mettiti nell’angolo nero, esci dal rango, proponiti accondiscendente e benevolo, sì altruista, aiutalo, perdonalo, ammetti di essere terrorizzato”.

Allora scandisco bene: “Lorenzo, non ho paura di essere fragile!”.

Lo scandisco meglio torcendo il volto all’indietro: “Anche per lei, Cecilia, non ho paura di essere e mostrarmi fragile”.

Si, sì, è chiaro ribadisce Lorenzo.

Ho capito che sei incazzato con me, che volevi facessi parte della tua vita a Roma.

 Ma poi chi sarebbe questa Cecilia, lo interrompo subito.

Nel chiamarla, il corpo metallico mi preme su un punto della schiena.

È di ferro. Nel busto uno specchio riflette me e la casa. Gli occhi, perfettamente tondi, si illuminano ogni qual volta deve parlare o qualcuno le rivolge la parola.

Io sono Cecilia, la compagna di Lorenzo.

Forse la compagnia, volevi dire.

No, signore, sono la compagna.

Ma che ti sei comprato, una bambola gonfiabile robotica?

Dai, David, è solo un moderno esemplare di intelligenza artificiale.

Me l’ha regalata un amico ricercatore giapponese.

Un tizio che è venuto per un convegno alla Federico II di Napoli.

Un simposio su iot, robotica e suoi sviluppi.

Si è portato Cecilia con lui, come dimostrazione.

 E vi siete innamorati, certo.

Cecilia è programmata per essere innamorata e devota. Una volta affidata a qualcuno, se ne prenderà cura.

Ah, questa, poi.

Cecilia si agita, dimena le braccia rigide e tese.

Esprime gioia e felicità ogni qual volta si parla di lei, aggiunge Lorenzo vedendomi estraneo e deridente.

Proprio intelligente non è: se ne parli male è comunque contenta. Ad ogni modo, devo dirtelo, sono felice che tu abbia conservato interessi, ma stare chiuso qui nelle tue ritualità, con questa donna bionica, senza vedere praticamente nessuno, prigioniero in un quartiere di Napoli esprime parecchio disagio.

Da un lato ti so protetto fisicamente, dall’altro immagino tutte le volte che avresti potuto vincerti un po’.

Stare più a Roma con me, la famiglia, senza nominare chi non vuoi che nomini. Ma noi lo sappiamo.

Qui, chi avresti lasciato? Nessuno.

E tu, invece?

Con tutti questi squilli schermati, queste conversazioni rapite. Gli occhi fissi sul display.

In questo periodo è più difficile per tutti. Le mancanze improvvise, le persone che tieni in vita con il ricordo evocandole al punto da sublimarle, renderle migliori di quanto non fossero o, al contrario, peggiori. Ma d’altronde questo mi rimane: ricordarmi di ricordare. E allora le faccio vivere ancora, assieme a me.

Lorenzo, non so quanto sono felice, ma mi sento più libero, anche di giudicarti, cosa che non ho fatto per anni.

Come non ho tradito, non ho contraddetto. Molto per pudore, per riverenza.

Perché quei tuoi occhi severi, addosso, mi impedivano di esprimermi.

Ora i piani si ribaltano, il bambino sei tu.

Non voglio litigare, sono venuto solo per accertarmi che stessi bene e darmi qualche ultima risposta.

Ti dimeni troppo, cerchi di controllare tutti ed entri in ansia. Sei attaccato ai tuoi idoli, al rango, all’idea della nostra famiglia. Alle tue idee, anche quando non si avverano. Al tuo super io, quello che il maestro ti ha inculcato quando eri piccolo, che noi abbiamo riproposto. Eri una sorta di predestinato della scrittura. Non ci sei riuscito. Ora fai esercizi, prendi appunti.

Nel frattempo, scrivo un nuovo sms: “Ho smesso di comportarmi come il mio io giudicante ha sempre fatto. Sono nel cono d’ombra, felice di non dovere essere per forza bravo, di non dovere fare la cosa giusta, non sento il peso del dovere”.

“Bene” – la risposta.

Riscrivo: “Sì però così esagero, rischio con questo gioco, di uscire dai ruoli, di abdicare completamente alle mie responsabilità e funzioni. Devo lavorare per vivere, amare per mantenere la mia famiglia intatta. Insomma, mettersi in discussione e allentare la presa del controllo va bene, capire l’ambiguità del comportamento per smontarlo anche, ma comunque quel modello sono io. Lo hanno preteso da me tutti. Da quando ero piccolo, come un attore con la parte l’ho personificato e interpretato per tutta una vita. Dando scarsi risultati, per cui mi giudico male, sempre appena sufficiente, sempre sbiadito con pochi ma fissi rimpianti. O meglio, i rimpianti sono tanti, ma anche la consapevolezza che più di quanto mi sono dimenato nelle vasche, avanti e indietro, non avrei potuto fare.  

Ti salva la curiosità verso il mondo, la creatività, l’estrema sensibilità che, pure, ti blocca sempre all’ultimo miglio e, a braccetto con l’ansia, ti rende meno capace.

Lo so, certo.

Ne sono consapevole.

Come tu sei ottusamente legato ai tuoi studi, non capisci un cazzo al di fuori dei saggi tecnici che hai scritto, le ricche bibliografie, gli studenti e pazienti che hai visitato e curato.

Non leggi un romanzo da quanto tempo? Non provi la minima curiosità se non nel ripetere sempre gli stessi maledetti aneddoti.

Episodi accaduti dieci, anche venti anni fa. Li rispolveri come fossero di oggi.

Pensi di essere sempre nel giusto sociale e politico e, cosa che ho sempre detestato, siccome sei riuscito a costruirti una carriera da solo, pensi che chiunque possa farlo dal niente, studiando, desiderandolo.

La determinazione è una cazzata dei tuoi tempi.

Dei vostri tempi.

Lorenzo resta in silenzio, seduto su un divano, un altro, con stoffa a losanghe blu.

Un gomito poggiato sul ginocchio, con il palmo della mano dell’altro braccio si strofina la fronte.

Già mi sento un po’ in colpa per le cose appena dette.

Nel mentre, entra Cecilia che, come Venus di Goldrake, il cartone animato, apre il proprio seno sinistro e da una lente che si ritrae spara un missile rotante proprio nella mia direzione.

Mi trapassa da parte a parte.

Non è un miraggio, una fantasia.

Sento il dolore, la maledico e poi guardo Lorenzo.

Sanguino e Lorenzo si sbellica dalle risate.

Ho evitato di dirti che Cecilia si muove e reagisce a seconda di alcune mie movenze.

Vuoi dire, cioè, che la comandi con i gesti?

Esattamente.

Se strofino la fronte con il palmo destro della mano parte il missile dal seno destro, mentre se lo faccio con il palmo sinistro parte quello dal seno sinistro.

Ma tu sei fuori di testa. Tu e la tua Cecilia.

Tu non ti muovi di qui, perché ti sei creato un luna park personale.

Te la scopi a comando, magari.

E com’è che funziona?

Quale gesto del corpo devi fare?

Non capisci che a quest’ora, se fosse tutto vero, saresti già morto o dissanguato per terra, esanime o quasi, rantolante imprecando aiuto ed emettendo rumori gravi.

E invece sei in piedi che mi interroghi, ti scandalizzi, giudichi.

Dov’è finito il missile? E il foro sull’epidermide?

Mi guardo ed effettivamente non c’è traccia di nulla.

 Solo, Cecilia è rimasta in posizione di lancio e non proferisce parola.

Poi si avvicina a Lorenzo e lo accarezza metallica.

La sua pelle diventa meno grinzosa e acquista lucentezza. Una elasticità improvvisa, repentina, come in un filmato scientifico dove si spiegano processi accelerati. Lui sgrana gli occhi, tra le dita metalliche dell’amica, e così un sorriso beffardo.

Cos’è? Un altro trucco. L’hai telecomandata con un altro gesto?

Sì, mi è bastato grattarmi una spalla.

E allora?

E allora guardati ora e poi guarda me.

Specchio riflesso.

Chi è più giovane?

Chi il vecchio?

Ed effettivamente, tastandomi le gote, la pelle si è slabbrata, è rugosa e piena di traiettorie. Gli occhi si stanno rimpicciolendo. I capelli sono lì, la mia fissazione, tanti ma completamente bianchi. Lo capisco volgendo lo sguardo a destra, sulla colonnina del muro adiacente la seduta. Si staglia, lungo la colonna, della stessa dimensione fino a ricoprirla tutta, uno specchio.

Sono vecchio. Sono io con altri venti anni.

Quando hai finito con tutti i tuoi giochini, la malia e Cecilia, allora posso parlarti francamente.

Posso dirti che se vuoi, puoi restare, che non giudico più il tuo mondo strambo, semplicemente cambio vita anch’io. Basta la comunicazione, gli scritti, i romanzi, i blog. Basta rincorrere un’idea che non mi rappresenta più o, comunque, non si concretizza. Mi ha dato molto, ma non quanto avrebbe dovuto e tutto questo perché non valgo abbastanza, non così tanto. Mi ritrovo sempre dalla parte sbagliata della festa. Fuori da conventicole e con nessuna dote, se non me stesso. La mia moralità o quel che le somiglia, la mia indole caratteriale non si confanno a questo ruolo qui. Lo stesso cui tu mi hai incoraggiato sempre, ti sei aspettato che io lo praticassi, che lo inseguissi come si fa con i sogni e gli archetipi. Ebbene volere non è potere, e poi c’è la capacità di elaborare, di avere un’alternativa, un piano secondo. Ce l’ho?  No, perché non ci ho mai pensato veramente e tu non mi hai mai incoraggiato a farlo, ammesso che potessi essere diverso da così.  Ma la domanda è? Ho mai davvero fatto qualcosa di scollegato e differente da quello che razionalmente ho concepito dall’inizio, cui miro con più o meno scarsi tentativi? No. E allora comincio a pensarci e fanculo tutto. Continuo questa vita, questo modello, ma allento tutto. Decido io quanto perseverare e quando stoppare l’ingranaggio. Non mi giudico più. Quando non riesco chissenefrega e quando mi dice bene, pure. Mi concentro su quello che davvero mi rende felice. Fare poco, stare immobile anche, ad osservare gli altri, divertirmi, lasciarmi andare. Mi abbandono alla leggerezza e superficialità che ho abitato troppo poco. Un via di mezzo è sempre possibile. Magari trovo la foto che mi hanno detto, cambio lavoro, godo un po’ di più.

Capito Lorenzo?

Guardo avanti a me e non c’è nessuno.

Non sono a Napoli, ma a Roma. Seduto sul letto sfatto guardo fuori la finestra, il cortile con il giardino tropicale.

Cosa mi è successo?

Sono rimasto sempre qui. Prove del racconto

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