Negli ultimi mesi sui vari profili social non facciamo che assistere a dichiarazioni di attempate attrici, prevalentemente anglosassoni, ma il fenomeno sta diventando trasversale, che dichiarano la propria età, fanno outing rispetto alla vecchiaia e alla stanchezza di doversi camuffare, nascondere, presentarsi artefatte.

Notevole, l’inizio di un cambiamento culturale ma, allo stesso tempo, la debolezza di questo atavico problema dell’estetica.

Il senso di colpa, di inadeguatezza, di precarietà e incapacità ad accettare la vecchiaia come anticamera di una naturale decadenza.

Un’ossessione che i diretti interessati camuffano con varie argomentazioni.

Adesso ci sono anche molti uomini che negano i ritocchi, i capelli nero corvino o giallo paglierino con inevitabili riflessi rossastri sotto un qualsiasi cono di luce, naturale e artificiale, a disvelare il mistero. E ti guardano con quegli occhi come per dirti: “lo so, mi tingo, non è bello, ma proprio non ce la faccio ad essere differente, essere me stesso”.

Un problema trasversale quello dell’accettazione del sé che decade.

Il tema è sempre uno, lo stesso: accettarsi per quel che si è. Lasciarsi invecchiare che è un po’ come accettare l’alternarsi delle stagioni, la natura e i suoi cicli biologici.

Ognuno può fare di sé e del proprio corpo quel che desidera, non c’è alcun giudizio o pregiudizio morale in questo ragionamento ad alta voce, ma ho sempre provato tenerezza e a volte, disagio, per questa incapacità di mostrare la propria pelle avvizzita dal tempo, le rughe, le occhiaie, i capelli bianchi, il diradarsi degli stessi e l’epidermide opaca e decadente.

Meglio non vedersi più bene, accettarsi anche con un sottile fastidio continuo, che artefarsi e camuffarsi in modo improbabile.

Nel mondo del lavoro, dello sport, anche della cultura assistiamo a camaleontici cambiamenti, improvvisi ringiovanimenti e vezzi di persone che non sospetteremmo, proprio, essere attraversate dal timore di invecchiare. Insomma, capisco che è un tema che ha a che fare con il tempo che scorre, la fine dell’esistenza, la perdita di un carisma apparente, tutte le paure ancestrali che meriterebbero più di qualche ora su un lettino di uno psicanalista, e perciò poco mi capacito.

Meglio affrontarle diversamente. Poi più volte mi sono detto, considerato che nessuno ne è immune, non è meglio essere quel che madre natura ci ha predisposto geneticamente ad essere?

Soprattutto, nella mia esperienza, le persone che ricorrono a interventi chirurgici, tinte varie e altre operazioni impattanti sono persone non più giovanissime, intorno ai cinquant’anni, che è come volessero giocarsi una partita con accelerazione all’ultima boa, un ultimo fuoco.

Così da non arrivare ultime, e attestarsi un risultato qualsiasi, una prodezza, prima di “deporre le armi”.

Come al solito, sessualità e rapporto sentimentale sono due mondi completamente differenti, che vengono sovente confusi. Aldilà delle metafore, più o meno tristi, trovo soprattutto in questo contesto storico, con pandemie e problemi di ogni ordine e grado, irrilevante l’estrema cura di sé.

Ogni epoca ci deve lasciare, volenti o nolenti, alcuni basici messaggi. A nessuno piace invecchiare, ma prima ci acconciamo alla realtà, prima arriviamo a conviverci. Può essere una costante penosa convivenza, ma sempre meglio che raccontarsi e, soprattutto, propinare agli altri infinite bugie.

È tutto così difficile e complesso attorno a noi, lo stava diventando prima della pandemia, ora i rapporti umani e sociali sono oltremodo esasperati. Per questo mi meraviglia la dispersione di energie e afflati in qualcosa di quasi frivolo.

E perciò, allo stesso modo, trovo assurdi i post nei quali si rivendica di volere essere sé stessi, con la propria vecchiaia. Certo che è così, quasi pleonastico, da non meritare alcun post.

Chi dovesse imbattersi, poi, in chi fa del body shaming sarà sufficientemente corazzato da rispondere con contenuti a dei poveri idioti.

25stilelibero