La pandemia non è terminata, ma le infezioni preoccupano meno, per via dei vaccini. I parametri degli ospedalizzati, come dei vaccinati con terza dose  determina  i colori in base ai quali territorialmente rappresentiamo il nostro territorio e l’incisività del virus.  La curva non cresce più. Tuttavia il pericolo persiste, i contagi anche, e intaccano un 5% dei vaccinati con dose booster che si sono già ammalati una volta.

Tutto fa presagire che sopravvivremo al virus, ma dovremo continuare a vaccinarci dopo l’estate, con una quarta dose. Che il virus muta, non è più letale, ma cagione di un indebolimento generale e viaggia e contagia fulmineo.

È come se non contemplassimo, davvero, di potere tornare a parziali reclusioni, perché in cuor nostro abbiamo fatto il possibile.  Continuiamo a portare mascherine fp2 anche adesso, quando il decreto nazionale è stato superato, così lo stato di emergenza. Quanto possiamo costringerci?

L’insidia diversa e costante delle variabili ci restituisce una percezione sempre instabile del futuro. Allora raccontiamocelo. Non che andrà “tutto bene” ma che, di certo, nella migliore delle ipotesi ci prenderemo questa influenza almeno una volta l’anno in attesa, poi, di negativizzarci. Pesano le due settimane per riacquisire le libertà fondamentali, l’insidia sempre in agguato legata ad ogni spostamento e viaggio, dovere circoscrivere sempre le nostre libertà. Continuare a farlo senza potere tracciare una linea orizzontale che ci porti ad una somma ultima.  Pensavamo che le reclusioni totali fossero, oltre che necessarie, propedeutiche alla fine dei contagi. Al ritorno alla normalità. Ma non ci sono né ritorni né normalità. Sopravviviamo con l’emergenza che ci permea sempre, anche nei sogni che sono spesso incubi, quando non incappiamo in disturbi del sonno.  Allora ci anestetizziamo, impariamo a convivere con il dolore, senza che questo tutte le volte possa annientarci. Siamo e saremo addolorati: prima impariamo a leggerci per quel che siamo, prima riusciremo a sopravvivere al dolore senza spaventarci ogni volta. E non è disfattismo, ma estremo realismo. Come potere continuare ad essere noi, con tristezze e attimi di felicità e rilassamento, mentre tutto intorno complotta.

La nostra concezione dello spazio e del tempo sono cambiate: rispetto ai lavori, agli spostamenti urbani, agli incontri più difficili. Le relazioni sociali si sono fatte più rade e difficili. Ci si bacia e abbraccia poco, con malumore o quanto meno imbarazzo. Persiste un’innata diffidenza nell’accogliere qualsiasi persona terza. Insomma, siamo pieni di ansie e soprattutto con la pandemia, come con la guerra, non esiste una condizione di causa ed effetto. Ciò che incidentalmente accade senza essere prevedibile, ci prescinde totalmente.

Eravamo abituati a incontrare, con suggestione ma distanziati, scenari come questi nei film distopici di fantascienza, nei romanzi di genere. Oggetto di qualche visionario, abbastanza instabile mentalmente, capace di farci sentire davvero in preda al destino, a forze sconosciute, a virus feroci. Nulla più dipende dalla nostra volontà e sforzo. Ci chiediamo in quale vita possiamo vivere, se questa è una vita, se dobbiamo accontentarci. Se è possibile pensare di sopravvivere e basta. Però ne parliamo poco, nascondiamo molto. Molti sono ancora vittime della vergogna sociale: come sia disdicevole ammettere che si vive nel dubbio più totale, senza ancore, certezze, lavoro, un domani.  Chi si aggrappa al lavoro finendo in burnout. Chi cambia la propria percezione per cui si sente indispensabile rispetto all’imponderabile. Il silenzio rumoroso e spesso strategico, borghese, l’atteggiamento involuto di non volere accettarsi deboli e finiti, comunque nell’incertezza. Se la difficoltà è oggettiva, non si può scegliere. Non c’è sempre determinismo. Fare finta di niente e nascondere nella propria intimità, privata, ogni estraniamento è proprio l’atteggiamento anacronistico e anti storico. Così come lo erano i modelli comportamentali abbinati al genere, affogati nel pregiudizio, ma duri a morire: quello della forza e del controllo ostentati nonostante tutto. Perché gestire emozioni e dolori apparteneva a una visione machista, patriarcale, verticistica quanto antica del mondo. Come sempre ascoltarsi intimamente è l’impresa più ardua. Capirsi e sentirsi, anche nel dolore, ci aiuta a ricongiungerci e accettare quel che ci fa bene. Dobbiamo parlarne e elaborare. Di come abbiamo vissuto questi due ultimi anni, relegati in casa, con tanti divieti. Poche le spinte a potere fare, una moria di interessi e curiosità. Insomma, il tempo si è dilatato e, lavorando e vivendo a casa, alle otto di sera ci sentiamo già stravolti. Come avessimo tras- portato macigni. Abbiamo cambiato ritmi biologici. Cerchiamo di continuo, negli altri, similitudini sentimentali con quella incertezza e quella flessione di umore che ci ha fiaccato e annichilito. Solo confrontandoci, non sentendoci più soli, siamo autorizzati ad uscire allo scoperto. Per i più fortunati, che hanno strumenti per affrontarsi e raccontarsi, esiste un enorme dolore ma la sua elaborazione graduale. Per gli altri?

Così la guerra: la pensavamo impossibile nel ventunesimo secolo, circoscritta, di qualche giorno. Sono oltre due mesi che va avanti ed è lo sfondo continuo delle nostre giornate.  L’informazione si è fatta ossessione, sovraesposizione, tracima senza più alcun effetto dati. Gli elenchi dei morti ammazzati e delle violenze più efferate occupano ogni minuto del nostro quotidiano. Che significa, infine, non avere alcun effetto più. Ed è normale: se ci ricoprono di tragedie continuamente, queste ultime non trovano più spazio, né sentimentale né psicologico. È l’effetto anestetizzante che ci porta a volerci isolare. La troppa stanchezza di sentire sempre gli stessi orrori. Così non andiamo né avanti né indietro.

Parliamone e impariamo a metabolizzare. Diamoci delle possibilità.

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