Vivere restando appiccicati al computer o un qualsiasi altro dispositivo ha distorsioni comunicative. È diventato, spesso, sopravvivere in rete. Inseguire uno standard e un tempo dettato dagli altri, logiche dominanti e lontane.

Chi è del tutto scomparso, perché consapevole che di vita virtuale si potrebbe solo soccombere o peggiorare, chi invece ha cominciato a postare ogni giorno, anche più volte al giorno. Come a scandire il passaggio del tempo, provarsi e provare di essere ancora reattivo.

E così ci hanno spiegato proprio tutto: cosa dà fastidio, cosa è lungimirante, cosa è adorabile, cosa detestabile, in un manicheismo continuo.

Cosa mangiare, come vestire, cosa leggere, vedere al cinema, come ballare, le liste, gli animali domestici, i piatti fumanti e la porno vita è andata in scena non risparmiando, alla discrezione e al privato, quasi nulla. D’altronde, restare da soli con sé stessi, disponendo di poco se non una connessione ci ha portato a denudarci e, tra le sofferenze di tutti, le flessioni di umore, i problemi, a metterci in discussione e scomporci. È stata, nella tragedia che mai avremmo voluto vivere e leggere nelle cronache continue, un’occasione per percepirsi, davvero. Disconnettersi per ripensarsi o soccombere e continuare. Nel nuotare fuori corrente, si è potuto entrare in connessione con ciò che si è e può essere.  Difficile a dirsi e farsi. Sgomberare il proprio campo da tanti inutili rituali, frequentazioni occasionali ormai prive di contenuti, le aspettative degli altri. Recidere lacci e lacciuoli, pregiudizi personali, tornare ammaccati e diversi, ma più centrati e volendoci un poco di bene.

Sarà un abbaglio, una tendenza momentanea, riuscita a pochi, ma quanto benessere dal restare disconnessi? Non sparire per sempre, ma starci davvero poco, il tempo necessario, quello minimo che non ha mai la cadenza della quotidianità.   Nuotare fuori corrente, ciascuno con le proprie bracciate.

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