Dal provvedimento della Corte Suprema Usa sull’aborto all’annullamento del Pride ad Oslo per un attentato ancora da definire nelle motivazioni, così la crescita dei numeri dei femminicidi e delle violenze domestiche in genere, non ci lasciano tranquilli. Ci riprecipitano nell’allarme. Perché penseremmo che con una pandemia di ritorno mai debellata, una guerra la cui evoluzione ci lascia più di una probabilità ed ipotesi, almeno sui diritti dovremmo stare tranquilli. Usufruire di quanto già riconosciuto e ampliare la maglia coprendo le lacune di tanti anacronistici sospesi. Perché i diritti non c’entrano niente con le guerre, né con le pandemie, né con le condizioni e manovre economiche di un Paese. C’entrano invece con la sostenibilità, con l’inclusione sociale, con gli obiettivi delle principali Agende europee. Lo abbiamo ripetuto negli anni. I diritti non pesano se non nell’accelerazione di consapevolezza e cultura che definisca una Società in tutte le sue pieghe ed evoluzioni. Non è ammissibile ancora parlare di ius scholae, di necessità di difendere l’aborto, di eutanasia, di legge sull’omotransfobia. Siamo in ritardo sui troppi temi e, ancora una volta, non può essere delegato il tutto alla maggioranza numerica del legislatore, piuttosto al buon senso. Si parla di diritti sotto campagna elettorale o difronte l’ultima efferatezza che ci costringe alla riflessione, l’ultimo dato sciorinato dalle agenzie di stampa. Difendiamoli questi diritti, in attesa di auspicabili tempi migliori, non con la resilienza, ma con un moto di opposizione, di sana protesta contro la dominante incapacità di elaborare il cambiamento, di ascoltare la società nella sua complessità. Estendere diritti e allargare le maglie dei riconoscimenti migliora la Società, la potenzia nella sua inclusione invece di dividerla e creare altre contrapposizioni sociali.

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