Contro la solitudine ora la vicinanza, forse in alcuni casi anche amicizia. Di prossimità o storia rispolverata. La pandemia ci ha allontanati e segregati. Poi il ritorno ad una certa normalità, pur con varianti in circolo molto contagiose e l’indice ancora alto. Però di ritorno si tratta: alla vita in tutta la sua complessità. Dribblando Omicron 5, abbiamo ricordato cosa significa sperare, coltivare sogni, anche solo piccoli desideri, acconciarci ad un presente nel migliore dei modi possibili. Siamo certi che sopravvivremo a tutto questo. Non lo stiamo ancora raccontando, manca una elaborazione degli ultimi due anni, ma non fingiamo che non sia accaduto niente, né scimmiottiamo modelli culturali e comportamentali antichi e inadeguati. La crisi e sua metabolizzazione ci hanno cambiati e mostrati per quel che siamo, non migliori e non peggiori, ma certo non resilienti. Piuttosto degli oppositori, rivoluzionari in percentuali differenti, contrastanti una cultura sbagliata e supina rispetto agli stravolgimenti economici e sociali che hanno cavalcato e seguito la pandemia, così il mondo del lavoro, una comunicazione ossessiva e farraginosa, rapporti sociali devastati. Una volta riemersi, con tutto il dolore e vissuto, abbiamo rotto dei meccanismi che innescavamo da sempre, plasmati su modelli sbagliati che presupponevano il continuo sacrifico del singolo ed il suo annientamento. Siamo tornati un po’ più liberi, recalcitranti, attenti analizzatori delle pieghe sbagliate della nostra esistenza. Un po’ più senza controllo, rinnovati in libertà, più autentici, reduci da battaglie, concentrati perciò sull’essenziale, su ciò che davvero acquista importanza per noi. Sentirsi profondamente, contenersi, riappropriarsi di tempo e spazio sono tornate ad essere azioni imprescindibili del nostro essere e agire. Abbiamo ridisegnato la grammatica di tutti i nostri rapporti e relazioni: dalle sentimentali alle sociali. Come riscrivere una pagina dell’esistenza. Per quasi tutti, anche per chi non si è posto il tema, è cominciato il tempo dell’elaborazione. Vivere per raccontarla, diceva Garcia Marquez. Manca il nostro racconto.

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