Oggi stavo facendo una colazione veloce, prima di andare in ufficio, e un uomo con aria mesta, alto e dinoccolato mi si avvicina sbandando. A vederlo bene in viso ha l’espressione di chi non riesce a mantenere la concentrazione dello sguardo e, probabile, della mente per più di qualche secondo. È chiaramente ubriaco, ma sta aspettando di potere cominciare a lavorare. Lo vedi quanta gente c’è che fatica a stare al passo con i tempi, che non possiamo tenere sotto controllo e, anzi, dobbiamo imparare a riconquistare disconnettendoci. Il tempo, ovviamente. La sottrazione è l’unica sana via d’uscita da processi che non possiamo controllare. Parzialmente disconnessi possiamo vivere appieno le nostre priorità. Raccontiamocelo, però, che due anni di pandemia hanno incrementato il numero dei poveri per le nuove disoccupazioni, l’inflazione galoppante e le molte attività, grandi e piccole, che hanno chiuso. Sono aumentati i rapporti di lavoro irregolari e a tempo determinato, come ha certificato bene l’Istat. Il reddito di cittadinanza, migliorabile, alla fine ha costituito un argine importante nella povertà dilagante. Raccontiamocelo della gente indigente, che fatica a vivere con meno di mille euro al mese, e che se portici e strade, piazze sono gremiti di clochard non è com’è sempre stato. Tra immigrati, vecchi e nuovi senza tetto sono sempre più le persone costrette alla strada. C’è sempre meno sicurezza ed è difficile tracciare tutti i disagi sociali, fisici e mentali, che si allargano a macchia d’olio. Raccontiamocelo più del quotidiano sciorinamento dei dati sui contagi da Covid e sui conflitti bellici oltre ai dissesti ambientali cui la stampa è ossessivamente attaccata. I territori, anche quelli dove abitiamo normalmente, stanno cambiando. Raccontiamo e raccontiamoci delle nuove violenze, disperate, generate dai nuovi emarginati sociali. Dei comportamenti sociali fuori controllo, che notiamo di continuo e ci chiediamo se siamo i soli a notarli. No, non è normale. Nessuno di questi comportamenti è normale, né possiamo far finta che lo sia fino alla prossima disgrazia. Per non parlare degli spostamenti urbani: le macchine e gli scooter sono lanciati a velocità inverosimili, non curanti di segnaletiche, di possibili continui incidenti. I pedoni che, distratti, rischiano continuamente la vita o che, pervicaci, attraversano con la sigaretta in una mano e nell’altra il cellulare in modalità video chiamata. Possibile tutto emerga dirompente solo ora? Accelerato nella sua frenesia, inquietudine, iperconnesso e distopico. Come il tentativo di essere sempre tecnologici, in grado di gestire il quotidiano attraverso un’app. La frenesia di rincorrere tutto lo scibile per non restare indietro, quando disconnetterci e razionalizzare che esiste ancora dell’altro è, invece, l’unica salvezza che ci resta. I nuovi dropout li osserviamo increduli e spaventati, perché sono una enormità. Si esplicita poco e senza vigore la “nuova” esistenza nei “nuovi” territori, probabilmente si suppone ci si debba abituare a tutto. Sarebbe invece opportuno parlarne, anche solo per includere e spiegare nuove dimensioni “fuori controllo”. È triste e penoso, certo, ma la pandemia ora si porta dietro nuove conseguenze, sociali ed economiche, tangibili. Un enorme disagio e un degrado sociali. È bene sviscerarli il più possibile se auspichiamo, tutti, di conviverci e magari superarli. Due anni dopo siamo circondati da nuova instabilità, oltre quella tracciata, e negarlo e camuffarlo non parlandone a sufficienza non serve a niente, dobbiamo anzi imparare a porci per primi in modo differente.