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Oggi mentre correvo al parco, ho incontrato degli amici. Abbiamo preso un caffè da asporto, a distanza, e ragionavamo su come i rapporti siano sempre più difficili. Non solo diradati, ma il timore strisciante di un possibile contagio ci accompagna ormai sempre. Più o meno ossessivo, questo sentimento interferisce nelle geometrie famigliari, in quelle tracciate degli stessi amici e nuclei che si frequentano da sempre, a maggior ragione s’insinua con efferatezza con gli avventori esterni, sconosciuti. Ogni avvicinamento è vissuto con sospetto. Tutto questo ci ha reso più insicuri e insofferenti verso chi non si attiene, a menadito, a ogni regola sul distanziamento sociale. Poi in molti, non potendo più disporre del proprio tempo e spazio reali, uscire come avrebbero fatto arringando agli amici, al muretto, alle abitudini famigliari, non potendo prodigarsi in cerchi concentrici affabulatori e magnetici, non fanno che stare su internet. Sui social e le diverse piattaforme. È il caso di dire che ben vengano ma, allo stesso tempo, ci restituiscono l’immagine di un Paese molto triste, che vive di sole piattaforme, egoriferito nei like e nelle battute fugaci scambiate a colmare tutti i vuoti. Accadeva prima del Covid, ora è una delle sole e più facili vie percorribili. Se prima giudicavo deleterio il tempo trascorso sulla Rete, ora assisto ad un’accelerazione insana. Una compensazione nell’agorà virtuale di ciò che non si vive più. In parte realtà, in parte finzione: la Rete è pur sempre un surrogato, discutibile, della vita reale. Quando dovremo tornare a costruire e rimboccare i rapporti reali, duraturi, che abbiamo costruito nel tempo e poi tralasciato a causa della pandemia, ne vedremo delle belle. All’euforia iniziale, che tutti contagerà, si scopriranno molte incapacità e limiti relazionali. Di chi ha dismesso un abito per sempre e si è astenuto dall’operare vita e relazioni, anche nei limiti consentiti. Quando auspichiamo e mestamente pensiamo al contatto che verrà, che ci manca, pensiamo anche alla grammatica che dovremo riscoprire. Siamo tutti diventati, chi più chi meno, degli analfabeti relazionali e sentimentali. Per non parlare dei linguaggi, che se sopravvivono anche da remoto e nei device, non consentono di percepire il linguaggio paraverbale e metaverbale. Ecco perché non torneremo più come prima ma, almeno, alleniamoci ai sentimenti, al momento nel quale dovremo comunicare le parole e i gesti giusti, e toneremo a prodigarci in contatti. Finalmente scemeranno i messaggi vocali, quelli tracimanti caratteri e parole, gli emoticon e i neologismi azzeccati su WhatsApp. Insomma, il tempo dei like sui post egoriferiti dura quanto la carta con la quale avvolgevamo il pesce al mercato, all’ora di pranzo, quando ne avevamo possibilità e tempo. Tutto ciò che non lascia il posto al contatto reale, alle parole e intenzioni riconoscibili, agli abbracci, all’intimità anche grammaticale, è destinato a vivere quanto la fascinazione di una sera, è la triste disillusione di molti naviganti.

David Giacanelli

Già, questa volta, in prossimità del nuovo lockdown e con il passaggio di altre terribili vicissitudini della vita, ti accorgi quanto il vicinato e l’amicizia di prossimità facciano la differenza. Non tutti hanno la fortuna di avere pochi buoni vicini, l’estensione naturale della famiglia di origine, con tutte le normali differenze. Non tutti hanno la possibilità di vedere lievitare e crescere d’intensità le relazioni sociali, di constatare la realizzazione di nuove geometrie sentimentali. Ci vogliono le guerre, gli attacchi dei virus, le paure dei contagli, le restrizioni territoriali e la momentanea sospensione di alcuni diritti, per comprendere quanto un amico vicino, di pianerottolo e quartiere, possa fare la differenza. Una naturale conseguenza dell’area geografica cui siamo costretti, dell’astinenza dalle pulsioni vitali, della lontananza di quel che eravamo e potevamo esercitare. A salvarci sono anche la consapevolezza di realtà speciali, lo stato d’animo che riaffiora di non sentirsi mai, davvero, soli. E non è scontato. Capitare in un condominio giusto, in una scala giusta, in un territorio geografico inclusivo e accogliente, intelligente, ai tempi della pandemia fa la differenza. Con tanta stanchezza ma, al contempo, desiderio di continuare a sognare e produrre, di architettare lo strano progetto che è questa vita. Abitare all’Esquilino mi ha confermato che non tutti i luoghi geografici e le relazioni che crescono, spontanee, sono uguali. C’è sempre la persona malmostosa di turno, il giovane e il vecchio ormai inariditi, che contano le occasioni per additare e accusare il condominio, che si compiacciono di creare scompiglio, che sono ostativi per pesare la propria presenza, perché non avrebbero altre occasioni per emergere e percepirsi. Poveretti, in quanta inutile fatica si prodigano, ma questi basta non assecondarli e, alla fine, come in ogni democrazia sono destinati a zittirsi. Invece è la solidarietà verticale dei piani, che sale su fino alle terrazze per riscendere giù, nei giardini condominiali che si arricchiscono di nuove piante, amica del vaccino che verrà e dell’immunità di gregge, a renderci partigiani. È nell’affetto di prossimità che, ai tempi della guerra, si misura e riconosce la vita reale.

David Giacanelli

È sicuramente imbarazzante, perché se in un primo momento, nei primi anni che hanno cambiato il nostro lessico famigliare come la modalità di comunicare, i Social e i loro sviluppatori di start up diventati milionari ci hanno lusingato e quanto meno costretti a stare dietro alle nuove tecnologie, oggi ci restituiscono immagini anche mostruose di cronaca. E non è informazione, ma semplice libertà illimitata di dire e promuovere contenuti, anticostituzionali, che ledono la libertà di pensiero e lo stato di una democrazia. Lo abbiamo visto con gli episodi dell’occupazione del Campidoglio americano, ai danni di Joe Biden e della maggioranza dei cittadini americani che hanno votato per il candidato democratico. Fomentati da frange di estremisti di destra e populisti, dai quali lo stesso Trump e i Repubblicani americani, tardivamente e in modo goffo si sono poi dissociati. Eppure la democrazia americana, come incontrovertibile modello storico, con tutte le sue contraddizioni, è venuta meno per un attimo, lasciando il mondo intero con il fiato sospeso. L’immagine del vichingo che mostra il bicipite e gli scranni dei differenti studi occupati sono il segno del totale non controllo, della fluidità, liquidità di qualsiasi regola e buonsenso. È in casi limite ed emergenziali che si misurano gli organi di informazione, così le moderne piattaforme Social. Ci siamo, negli anni, divertiti ad assecondare e studiare Facebook di Mark Zuckerberg, quindi Twitter di Jack Dorsey, la piattaforma di Instagram e il TikTok di Louis Yang e Alex Zhu. La nostra scrittura si è fatta più sintetica, ruvida e di effetto. Questo produce i follower, notorietà, avere seguito, in alcuni casi essere sponsorizzati per fare delle pubblicità e accostarsi a luoghi, marche o persone, per condizionare il pensiero e le scelte degli altri produce reddito. Anche questo genera, secondo un congegnato sistema di algoritmi, la fidelizzazione di un cittadino alla piattaforma attraverso pubblicità, più o meno esplicite, che si basano sullo studio della sua profilazione: le scelte di navigazione compiute, i propri gusti in definitiva. Siamo tutti monitorati e controllati a distanza e, pertanto, suscettibili di condizionamento. E di questo non ci sconvolgiamo, c’è ormai chiaro, leggendone e studiandone ogni giorno. Fa parte del gioco, di una tecnologia pervasiva che si accetta in tutto o in niente. Non è chiaro, però, dove la mia privacy può essere tutelata, il punto del limite da non oltrepassare. Non solo per i miei dati personali e quanto afferisce la mia vita sentimentale e sociale, ma per le esternazioni, le azioni, i convincimenti e le distopie predicate da vanesi, narcisi, onnipotenti capi di Stato. Comportamenti sociali pericolosissimi, che si contraddicono strada facendo, che mettono in discussione tutto. Asseriscono ogni posizione e il suo contrario a distanza di pochi secondi; solleticano e vellicano le pance, stanche, di disoccupati che tracimano confini geografici, possiedono armi, inneggiano alla ribellione e rivolta “fai da te”, classe di borghesi e operai gravati dalla crisi, senza più alcun riferimento ideologico, ma solo preoccupati a sopravvivere e galleggiare un altro giorno, ancora. E allora in questa compagine sociale, che riguarda sempre più il globo terraqueo, che copre la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, chi detiene il potere dell’informazione – sempre meno la carta stampata e i siti on line – sempre più le piattaforme Social deve assumersi ogni responsabilità. Non nascondersi dietro la libertà sconfinata di espressione. Deve regolamentare sempre più nel dettaglio, anche se soggetto privato, la policy del proprio funzionamento. Bannare profili pericolosi, chiudere utenze che istigano all’odio, cancellare tutti i post considerati anti costituzionali e pericolosi. Che non è una dittatura informatica, come ad alcuni intellettuali piace pensare, poiché momentaneamente tagliati fuori dalla propria agorà politica e dal proprio tinello di autocompiacimento, dove sono domesticamente venerati e ricoperti di like e gradimenti, senza neanche essere mai stati conosciuti personalmente. Bannare, escludere e sospendere la libertà di parola, in casi estremi, è piuttosto la salvaguardia di quell’etica e morale, minime, che ci consentono tutti di sopravvivere ancora. Che l’account di Twitter @Potus, quello affidato al Presidente degli Stati Uniti d’America in carica sia stato chiuso per Donald Trump, consentendo un più pacifico, lo auspichiamo, passaggio all’Election Day di domani del nuovo presidente eletto Joe Biden, è il minimo che si potesse concepire e, anzi, doveva essere fatto prima. Si arriva sempre troppo tardi. Questo perché ogni libertà, se da una parte mina l’ordine sociale e istituzionale di un Paese, dall’altro arricchisce in termini economici la piattaforma ed il suo proprietario. È ormai noto a tutti, per sua stessa ammissione, che l’ultima elezione presidenziale Usa, che vedeva contrapposti Donald Trump a Hillary Clinton è con tutta probabilità, aldilà del complesso sistema elettorale americano, stata decisa da una campagna efferata e senza sconti, cinguettata di continuo su Twitter dal primo. Gli è stata consentita ogni fakenews, ogni colpo basso ai danni della Clinton e sua immagine che sarebbe stata immischiata, addirittura, in casi di pedofilia e altro ancora. Insomma è possibile essere liberi, esercitare sempre il diritto di parola e pensiero, ma non ci vuole molto a comprendere fin dove ci si può spingere. La qualità di un contenuto postato, la modalità nella quale è veicolato, il fine e trascinamento irreversibile di quel contenuto devono essere esaminati prima del rilascio, che diventi dominio pubblico. Vale per ogni moderna piattaforma e, anche se i differenti manager di cui sopra, si affannano nel dichiarare che esistono già policy precise, che esiste un controllo di fackechecking sulle fakenews, assistiamo comunque a qualcosa che spesso somiglia alla fine della civiltà che abbiamo sempre conosciuto. Quel che è certo è che, in tempi di pandemia, sono proprio le azioni di Facebook, Instagram, Twitter, Tiktok ed Amazon ad avere subito impennate e avere prodotto enormi profitti. Insomma, come sempre il contrasto è tra ciò che una società liberale e il liberismo economico consentono e le conseguenze estreme di queste libertà che, non sempre, ma possono innescare facili meccanismi incontrollabili e discutibili quanto perverse reazioni. Occorre, oltre alla speranza di potere galleggiare e sopravvivere alla pandemia in atto, ad uno dei periodi storici più difficili che abbiamo mai vissuto contando i morti quotidianamente, così i disoccupati, tenere alto il controllo sui contenuti. La verità non coincide sempre con il nostro convincimento del concetto di “verità”, ed il fatto di comunicarlo, questo concetto, non lo rende né vero né tollerabile. Se allarghiamo questa considerazione alle generazioni più giovani, i principali fruitori di tutte le piattaforme social, immaginiamo gli enormi rischi che possono dilagare sul web.

25stilelibero

Nel nuovo anno mi porto, indelebile, una scritta trovata nel rione Monti: “Il più grande romanticismo? Sopravvivere”.

Così la carrozzina legata ad una guglia della cancellata del parco, sospesa in aria e non legata, semplicemente sollevata.

Tanti simboli, laconici, ruvidi e silenziosi a testimoniare un anno che ha pesato troppo. Mi e auguro tanto a tutti noi: chi ce l’ha fatta, chi sopravvive, chi tira avanti, chi ancora sogna o si cimenta in qualcosa che gli somiglia.

Un altro anno di cautela e attenzione, ma un anno in cui la Scienza è pronta a tenderci la mano, e si fa scala per farci uscire dal tunnel infinito dove tutti, nessuno escluso, si è smarrito.

Il labirinto dove le Istituzioni hanno dato i numeri che si fanno lontani, dove come sempre l’intoppo burocratico e la lungaggine non tardano a palesarsi, così la destinazione degli aiuti dei fondi e le diatribe inopportune.

Una comunicazione, quella di quest’anno, molto sgangherata, spesso inopportuna, che sfugge di mano quando, proprio, non dovrebbe.

 Che infonde ansia e tranquillità a comando, secondo la disinvoltura di alcune Istituzioni, e la lontananza con i cittadini, tutti, è ormai siderale. E non per il distanziamento sociale, ma nella sostanza, nella diversità delle condizioni nelle quali continuiamo a vivere.  

Nel prossimo anno porto gli amori che restano, i porti sicuri, i rifugi mentre aspetto il vaccino e tanta voglia di costruire.

25stilelibero      

Oggi ho fatto la fila distanziata, che pare già un ossimoro, per stampare un documento che mi serviva. Già, ormai chi utilizza più le stampanti se non in ufficio e per motivi eccezionali? Evitiamo di sprecare la carta e, in piena pandemia, ammettiamolo, abbiamo cercato di accelerare ogni processo lavorativo in chiave digitale. La smaterializzazione della corporeità dei documenti e degli accessori lavorativi è entrata prepotentemente nel nostro quotidiano. Chi si è abituato subito, per alcuni c’è voluto più tempo, per altri non è mai cominciata. Siamo perlopiù relegati nelle nostre case, in un lavoro agile per chi ha la fortuna di averne, chi invece è impegnato ad arrabattarsi e acconciarsi a qualsiasi situazione si ponga per sfangarla. Comunque, siamo isolati, per difenderci e difendere le persone che amiamo, le più esposte, noi stessi. Difficile non avere paura. Anche osservando tutte le indicazioni che Istituzioni e Comitati medico scientifici impartiscono, anche attenendoci a tutto il rigore possibile, esiste sempre un’incognita. L’imprevedibilità che ci coglie di sorpresa. Questa equazione, nella mia vita, è saltata spesso. Rispetto alle aspettative, al lavoro, agli amori, ad alcune amicizie, alla periodica profusione d’impegno che è stato anche amore incondizionato, alla passione e al pathos. L’equazione non è tornata, ancora, rispetto alla necessità di dimostrare e attivarsi per produrre, di darsi per sentirsi corrisposti, nel pieno controllo della propria esistenza, meritevoli di apprezzamento. Non sono corrisposti, tuttavia, effetti uguali, né tanto meno simili, vicini alle aspettative di partenza. Accade sporadicamente di ritrovarsi in una condizione bilanciata, di affetti dati e ricevuti, di attenzioni corrisposte, di sensibilità e accortezza contraccambiate. Sono eccezioni e, quando succede, capisci che non devi farti scappare l’interlocutore, l’attore che ti restituisce tutto l’impegno. Se non esiste un’equazione di causa ed effetto che ci tuteli in condizioni di pseudo normalità, figuriamoci con un virus del quale si conosce poco, comunque non tutto, che complotta sulla nostra salute, che briga per sottrarci libertà di movimento, possibilità di lavorare, consumare, fare girare il pil di questo Paese. Questo stato di sospensione non può restituirci un senso di logica e di minimo determinismo. Galleggiamo e continuiamo a farlo. Sappiamo che non dobbiamo abbassare alcuna guardia. Non abbiamo mai negato o relativizzato quanto abbiamo vissuto negli ultimi mesi, perché non sarebbe servito a niente, solo a qualche dissennato politico in perenne campagna elettorale, ma a corto di idee e suggestione, di una chiara visione cui accompagnare ricette per uscire dal magma che ci incolla alla precarietà. Siamo solidali ed empatici per difenderci da un sentimento universale di fragilità: questo ci unisce e corrobora la buona disposizione. A dividerci, però, lo spazio fisico e il tempo, la frequentazione, il timore del contagio. Tutto è diventato così incerto ed opaco che ci resta la tecnologia. Usata nel peggiore dei modi, per alimentare discussioni e polemiche viscerali, per fornire degli espedienti ai leoni da tastiera e agli hater che non aspettano altro. Difficile capire di ogni giornata cosa conservare nella casa dove siamo relegati. Gli incontri a distanza, sui social network, le persone ascoltate da lontano, i libri e film visti quando possibile, la noia, la frustrazione di non potere fare, di viaggiare, di spostarsi liberamente, di non avere sempre un lavoro, un’occupazione, un obiettivo a stretto raggio e termine. Non possiamo smettere di vivere e aspirare, ma dobbiamo saperlo fare, in sicurezza. Siamo tesi, anche se lo dissimuliamo. Viviamo la nuova condizione di solitudine forzata e cerchiamo, da mesi, di tenerci connessi attraverso la Rete. La pandemia ha accresciuto la consapevolezza di quanto importanti siano i legami reali, corporei, le effusioni e manifestazioni d’affetto, la discussione e il dibattito in presenza, lo scambio intellettuale, sempre in presenza. Non possiamo vivere di tecnologia per farci compagnia, non può essere la soluzione se non per una contingenza. Inutile, poi, rilevare quanto si siano abbassate le aspettative e la critica. La divisione e l’isolamento portano ad accettare, non dico incondizionatamente ma quasi, tutto quanto si muove e vive di una propria vita, tutto quanto serve a distrarci dal controllo e dal contagio possibile. Ed essere distratti, riempire il vuoto con la distrazione non ci migliora, piuttosto peggiora. Lo fa nella qualità, nella quantità del nostro tempo, nella esperienza che s’interrompe, nella produzione culturale che siamo costretti a recepire, bassa e standardizzata, in assenza di altro.  La prolifica attività culturale, agita o subita, ci insinuava sempre il dubbio, istillava la curiosità, metteva in discussione. Avevamo scelta, comunque più di una, laddove ora viviamo accettando quel che ci viene proposto, dissimulando una sottile e continua linea di tensione e ci alleniamo a tornare più vivi di prima.

25stilelibero

Di questo anomalo e unico 25 Aprile ricorderò il flashmob dalle finestre, accorati Bella ciao e una verticalità di saluti, gesti, voglia di comunicarsi. Commozioni varie dettate, ancor più, da una ritualità interrotta dal virus.  Riti e codici famigliari spezzati, anche se solo temporaneamente. I davanzali impavesati di tricolori, i bambini che scalpitano e che pur non comprendendo appieno il senso della celebrazione della Resistenza e della Liberazione, intuiscono che è un momento importante, di raccoglimento collettivo di una generazione adulta. Racconteranno loro il senso di quanto hanno cantato. La natura, selvaggia, riprende il sopravvento e gabbiani enormi si appollaiano sui tetti di macchine arrugginite e sbiadite al sole. Le stagioni e le temperature fanno il proprio corso, tutto scorre nella sua dimensione più naturale, che l’insediamento e l’intervento umani, scriteriati da anni, come la necessità di antropizzare ogni minimo spazio hanno del tutto alterato. Ritornano specie estinte, le dimensioni sembrano sì il prodotto di una mutazione genetica. Come se un’altra città, dopo anni, potesse tornare a vivere, disvelasse il proprio segreto, mentre quella cui siamo abituati si fosse mimetizzata e congelata nella dovuta paura e cautela.  Sopravvivono i corridori e i cittadini che portano a spasso i cani, che si riconoscono dalle creature e non certo dalle facce, troppe, come gli improbabili nomi, più di quelli affibbiati ai propri amici a quattro zampe.  E allora passeggiando, correndo appena appena per non atrofizzare gli ultimi muscoli, ti rendi conto di quanto assieme all’isolamento emergano anche questi linguaggi chiusi, propri solo di chi condivide un animale domestico. Constati quanto, per qualcuno, possa essere fondamentale attardarsi a parlare delle abitudini dell’una piuttosto che dell’altra bestiola. Li guardi, incredulo, perché per quanto possa amare gli animali, non immagini si possa perdere tanto tempo e attenzione dietro i loro comportamenti. Come si cercassero ulteriori codici per comunicare invece di sforzarsi e utilizzare quelli sempre noti. Tutto diventa relativo e circoscritto come lo spazio nel quale si è costretti a vivere. Mi sbaglierò, ma tanta cattività dopo un poco trasforma ed esaspera, come ogni condizione, imposta e non scelta, porta a sragionare. Un motivo in più, tra libere scelte e diritti da godere, per ricordare e celebrare la Liberazione che fu e, auspico, quella che vivremo nuovamente pur con tutte le cautele del caso.

25stilelibero

Piazza Vittorio

Già. In questa fase della nostra vita abbiamo compreso, davvero, almeno molti di noi che hanno avuto la fortuna di non vivere guerre o tragedie simili, cosa significhi essere resilienti e resistenti. Ora che la curva della pandemia sembra direzionarsi verso il basso, cominciamo ad immaginare il nostro ritorno. Graduale, certo, fatto di piccoli passi, ma già il potere uscire di casa con una autocertificazione per recarsi in un parco, fare sport all’aria aperta, andare a trovare qualche amico pur nella ancora generalizzata chiusura di molti negozi ed attività commerciali, ci restituirà un senso di rinascita. Correndo sotto casa lo sguardo è sempre in basso e quando si sposta verso i palazzi umbertini della piazza, guardandoli attraverso le chiome degli alberi, verso l’alto, scorge faccette silenti e argentate appese a un davanzale. A chiedersi se sarà quello l’ultimo giorno o se, passato tutto, avranno ancora il tempo di fare. Poi la natura nei suoi aspetti più inconsueti e selvaggi, cui non siamo più abituati, è tornata a popolare le città. Molti Italiani che vivono tra Bergamo, Milano, Brescia e Piacenza, nelle Regioni più martoriate del Nord Italia attraversano questo ragionamento, sul prima e sul dopo, sull’ora infinito in modo amplificato e radicale. Portano i segni più profondi del dolore vissuto in casa propria, visto negli altri, ascoltato e annusato da vicino. Allora tutto ci sembra assurdo, come la nostra impotenza, impossibilità di aiutarli se non adeguandoci alle norme e precauzioni urlate da mesi. Eppure, sono convinto, questa reclusione forzata non sia stata vissuta da tutti allo stesso modo. Ci sono amici e conoscenti che si sono detti rinati per avere riscoperto la solitudine, il piacere di sospendersi completamente, di non doversi spostare ogni giorno per recarsi nel luogo di lavoro, il riappropriarsi del proprio tempo, l’essersi concessi amenità e approfondimenti, letture, sonni è stata una ricchezza. Per quanto uno possa stare bene a casa, conciarsi alla solitudine e sospensione, trovo che tornare alla vita esterna, al mondo esteriore e non solo nuotare in quello interiore, sia salutare e necessario. Anche ai tempi del Covid. Sospenderci nella sospensione, pur attiva, con il lavoro agile, districandoci in tutorial per attività fisica, cucina, audio libri, l’amore domestico, con e di tutte le famiglie possibili ci allontana temporaneamente dal dopo.  Anche pieno d’insidie e avversità, ma il contatto e tatto con l’altro, con un sistema di causa ed effetto reali, il contarsi nel quotidiano è essenziale. Come darsi uno spazio, resettare le aspettative, capire in quale posto ci troviamo. Che è quello fisico e mentale, quello psicologico. A me questa sospensione comincia davvero a pesare troppo. E anche gli aspetti più romantici, le angolature e prospettive indagate, sempre differenti di oggetti, orizzonti, persone non mi bastano più. Non è solo il desiderio di ricongiungermi con la famiglia e gli affetti ma, soprattutto, l’interagire con le persone. Capire come sono sopravvissute e come stanno, come si relazioneranno al loro futuro, trovare similitudini e senso di appartenenza o, magari, scoprire ulteriori differenze e distanze. Non possiamo sottrarci all’inevitabile e giusto confronto. Banale dire e continuare a farlo, come tutti abbiamo ripetuto per l’intero primo mese, che il dopo non sarà più come il prima. E non sono d’accordo con chi sostiene che come per ogni lutto e dolore alla  fine ci si dimentica, si riparte come nulla fosse stato dandosi una spinta di coraggio. Ogni vittima, ogni numero pesante, ogni morto in famiglia di Covid ti segna e non ti consente di elaborare subito, neanche con un funerale, un saluto come si deve, religioso e laico che sia. Torneremo e alterneremo grosso desiderio di stare fuori, di riappropriarci di piazze, luoghi famigliari, di abbracciare e interagire con amici e conoscenti, a momenti di necessaria profonda riflessione su quanto abbiamo vissuto che, per ovvie ragioni, non puoi affrontare mentre lo vivi, mentre transita e ci nuoti nel mezzo. Ci scopriremo forse più forti, forse più deboli. Molte idiosincrasie e difficoltà difronte il virus pandemico, la calamità universale, si sono dissolte da sole. Succede sempre così. Molti di quelli che riteniamo essere nostri problemi, situazioni mai del tutto risolte, atteggiamenti sbagliati e reazioni impulsive sono svaniti. Ma non li abbiamo affrontati, è la paura maggiore che scansa e schiaccia, per un attimo, quella minore nella complessa  gerarchia delle urgenze. Torneremo vulnerabili per le piccole cose, che sono le stesse a renderci felici. Abbiamo assunto e ci siamo dimostrati di avere un autocontrollo enorme, che non ci conoscevamo. Ma tutto questo non ci renderà immuni da noi stessi, migliori sì, ma comunque non onnipotenti. Anzi, leggendo le numerose storie dei malati che ce l’hanno fatta, che si raccontano quotidianamente sui giornali, per loro molte paure sono cominciate tornando a casa. Con le dimissioni dalla terapia intensive. Sono felici, ma si sono scoperti pieni di frustrazioni, paure, d’incognite, agorafobici e alterati nel gusto e nell’olfatto.  Timorosi e prevenuti per la serenità che li ha abbandonati nel mezzo della pandemia, che sarà difficile riconoscere e rivivere come prima. A salvarci, più che la resilienza una consapevolezza di noi, differente, nel bene e nel male.

David Giacanelli

Oggi, dopo diversi giorni ho incrociato lo sguardo di una ragazza, come me affannata, a distanza, a correre in un ampio spazio sotto casa. Non la conosco, ho pensato per un attimo che fosse un’amica, ma considerato il posto e i decreti in vigore, sarebbe stato impossibile.  Ci siamo salutati come ci conoscessimo da tanto, troppo tempo. Con la stessa complicità di due amici consumati. È proprio l’assenza di contatto che ti porta a vedere le ossessive e ripetitive, uniche occasioni d’incontro, come straordinaria manifestazione della vita. Mentre corro, brucio i chili messi su, e sovrappongo molti pensieri come la precarietà delle comunicazioni. Davvero ci si percepisce soli, e non solo per il fatto di esserlo, dove lo stesso avverbio e aggettivo esprimono assenza di contatti e tatti per il distanziamento sociale, prigionieri nelle nostre abitazioni, a guardare le stesse luci e le stesse ombre, attraversati dallo stesso smarrimento incrociato con la paura. È per tutto questo, certo, ma in più siamo soli in un generale sistema precario di pesi e poteri. In questa emergenza, qualsiasi strategia e motivazione sembra avere la durata di cinque minuti e la prospettiva di al massimo qualche ora se lo stato si protrae nel tempo, un tempo indefinito e indefinibile. Quello del virus, della pandemia. Ogni giorno opinioni a confronto e scontro, e anche in un momento nel quale la calamità dovrebbe vincere su tutto, produrre una reazione di unità e complicità, la consapevolezza d’essere tutti contro per debellarla o almeno circoscriverla man mano che il suo DNA si manifesta, assistiamo increduli ad una babele di linguaggi e manifestazioni, a teatrini sui social di Politici che cavalcano le paure delle persone e la rabbia, la difficoltà economia e sociale, solo per costruire consenso. Non si può abdicare alla Politica ai tempi della crisi e pesa assistere a leader che hanno cambiato posizione sulla pandemia almeno dieci volte in due mesi: hanno prima urlato alla necessità della chiusura totale per poi rivendicare la necessità di riaprire tutto, subito, per non fare morire l’economia, ‘ché altrimenti moriremo di fame prima che del contagio, per poi tornare ad un’altra posizione. Il virus è talmente subdolo e feroce che è difficile avere una posizione univoca e assumersi le responsabilità di un’unica narrazione per tutti, coerente e lucida. Solo le persone intelligenti si mettono in discussione e cambiano opinione, soprattutto difronte il non noto, ma la continua parossistica volubilità di alcuni personaggi esplicita il poco spessore culturale e la mancanza di una vera cultura politica, come attitudine a prendersi cura della Polis, della gente, della sua salute e possibilità di riappropriarsi di un’esistenza. Questi personaggi volubili, rabdomanti sgangherati, si sono distinti a livello nazionale ed internazionale cercando un nemico, un obiettivo sul quale convergere la propria incapacità di comprensione e azione. Cercano il nemico, la Nazione che per prima avrebbe sbagliato liberando intenzionalmente il virus, creato ad arte in laboratorio come arma di cui avvalersi o, ancor più sottile e pervicace, liberando un virus che scaturirebbe dalla ricerca per individuare vaccini per debellare altri flagelli mondiali.  Come sempre, quando è difficile assumersi responsabilità e avvalersi di competenze che non si possono legittimamente avere, lo status di ogni Politico, si preferisce spostare il problema sugli altri, trovare un colpevole, distrarre l’attenzione dalle proprie incapacità e assenza di responsabilità. Un meccanismo vecchio che è editato di continuo sempre da chi fa del populismo e qualunquismo il proprio vangelo, arrivando a recitarlo in televisione.  Cambia la guerra, ma non l’approccio alla stessa di una fetta della politica italiana. Tutto questo accanimento contro la Cina, le sue abitudini culinarie, il trattamento e sconvolgimento della biodiversità, la bugia sugli esperimenti, la segretezza, nascondono molta ignoranza e l’impossibilità di una onestà. Un giorno, finito tutto, si tireranno le somme anche delle argomentazioni e illazioni più assurde. E, vere o sbagliate, più delle bugie e degli attacchi in sé pesano e peseranno le invettive, erratiche, e la facilità che è prepotenza di additare qualcuno.

25stilelibero

 

 

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Ho seguito le vicende di Mina Welby, amica cara, e di Eluana Englaro con grande interesse. Ne ho scritto nel tempo, in più occasioni,  cercando sempre nuovi spunti per farlo.  Per ribadire la necessità di un’apertura. Nonostante la legge 219 del 22 dicembre 2017 sul biotestamento, testamento biologico e Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento), in Italia non è possibile parlare di eutanasia o di suicidio assistito. Come dei “casi limite”, che pullulano nel nostro Paese, anche se rinchiusi nelle case private, nelle notti insonni di madri e padri, mariti e mogli, fratelli, conviventi stremati che vivono tra ansie e sensi di colpa, nell’impossibilità di porre fine alla propria indeterminatezza e possibilità di sopravvivere alle condizioni disumane, mai scelte, del figlio o parente. Casi in cui, più che sopravvivere si è costretti alla vita, incoscienti, eterodiretti da macchinari, nutrizione con sondino e somministrazione di farmaci.  Nonostante i richiami delle Corti a legiferare, il Parlamento italiano doveva farlo entro lo scorso 23 settembre, e i diversi disegni di legge proposti e depositati alla Camera, siamo ancora qui a dibattere dell’opportunità o meno dell’eutanasia e del suicidio assistito. Sempre con un approccio manicheo alla discussione, dei buoni e dei cattivi, della sinistra e della destra, dei giovani e dei vecchi, dei credenti e degli atei.  Poi però, per impossibilità di sintesi tra le differenti contrapposizioni, urlate e strumentalizzate per strada, nel Pd come nel Movimento 5 Stelle, per non parlare della Destra, della Lega e più prossimi, tutto si arena. Quello che per la prima volta vorrei provare ad esplicitare in modo semplice, è che il fatto di essere credenti o meno, di santificare l’esistenza e concepirla come dono di Dio, non fa di questa un fardello da tollerare sempre e comunque, anche immersi nel dolore e nella totale irreversibile incoscienza. Il problema non è di fede, ed è questo il grande equivoco al quale si tengono attaccati molti cattolici e credenti, più in generale, il problema è etico. Come sempre, però, per estrema sintesi, altrimenti assenza di approfondimento e tentativo di mettere in discussione posizioni anacronistiche e monolitiche, si tende ad affidarsi alla posizione reiterata nel tempo. Non si sollevano dubbi o possibilità di sviluppare un ragionamento in maniera seria e concreta, di apertura e cambiamento. Non dovrebbe essere uno scontro di metà campo, di “destra” o di “sinistra”, semplicemente un confronto sul buon senso. Anni fa ascrivevo puntualmente per un mensile dal titolo “Noncredo”, una rivista importante e che ospitava e spero continui ad ospitare nomi autorevoli, dalla politica alla medicina, alla filosofia, che affrontavano sempre soltanto temi etici e di diritti da acquisire o     considerare.  Ho realizzato diverse interviste, in tempi non sospetti, come al neurologo Mario Riccio per il caso Welby e a Carlo Alberto Defanti per il caso Englaro.  Grazie all’amicizia con Mina Welby sono riuscito una decina di anni fa, nell’unico Municipio di Roma dove consentito, a depositare il mio testamento biologico. Non esisteva ancora una legge, ma era possibile sottoscrivere un atto e certificare la propria posizione rispetto ad eventuali stati irreversibili di dolore e incoscienza. L’atto non ti garantiva ma costituiva un valido deterrente nel caso in cui ti fossi trovato in una situazione limite.  Mi ricordo il pomeriggio assolato d’estate, che dietro Marco arrivai di gran fretta a pizza Don Bosco. Poi al Municipio, poi l’iter veloce ed efficace. Ognuno di noi ha custodito la propria lettera, con la disposizione e i codici relativi. Ho pensato, già allora, che se mi fosse accaduto qualcosa, l’avere almeno lasciato una traccia scritta e chiara avrebbe aiutato chi si fosse trovato “dopo di me” a gestirmi. Anche Marco fece altrettanto. Poi la legge nel dicembre del 2017: un grande passo avanti, non c’è che dire, ma sempre sofferto se paragonato alle impronte lasciate da altri Paesi europei, molto tempo prima, senza trascinarsi per strada in lotte e invettive continue. Deve essere questo: in Italia riusciamo a dividerci su tutto, ma con particolare abilità, quasi chirurgica, sui diritti.  Culturalmente sopravvive un approccio che relega i diritti a qualcosa di contrattabile, sempre, ed opinabile. Un tema comunque non necessario. Un dibattito sulla acquisizione o ampliamento dei diritti è sempre concepito come privazione di qualcos’altro. Come se, pur non importanti, fossero comunque monetizzabili e barattabili nel momento in cui se ne parla e qualcuno vuole estenderli. Allora, sì, assistiamo alle crociate di chi, quei diritti, neanche li ha mai ragionati o conosciuti fino in fondo, neanche ne aveva contezza. Pertanto, “Italian first” e prima tutte le categorie già normate e numericamente dominanti: dagli eterosessuali ai credenti, ai genitori, alla famiglia naturale e agli sposati. L’elenco è lungo, ma al momento lo fermiamo qui.  E una manovra economica, un def, un deficit, un pil cui stare dietro sono sempre prioritari rispetto ai diritti e alle “belle addormentate” per citare il bellissimo film di Marco Bellocchio. Intanto la bella addormentata veniva tenuta forzosamente in vita, nonostante il parere dei propri genitori, dei parenti, dei compagni e un’indole chiara e manifesta.  E questo perché, prima della legge, magari non si era preoccupata di formalizzare la propria posizione sul fine vita, non aveva sufficientemente esternato, non per iscritto e inappuntabile, la propria posizione. Io credo, al di là di qualsiasi fede, che vegetare non sia vivere, che restare pulsanti e attivi solo poiché attaccati a dei macchinari e nutriti da sondini non sia vita. Non basta a raggiungere la soglia di dignità, minima, per cui quella condizione può essere rappresentata come una delle forme di vita possibili e, comunque, se non siamo nessuno per giudicare dobbiamo, almeno, potere scegliere.  Non esiste senso del dovere o di colpa rispetto all’esistenza, non deve. Non si deve vivere, si deve sempre scegliere di potere vivere. Perciò qualsiasi parere contrario, l’obiezione di coscienza dei medici, come della Chiesa più ortodossa che aprioristicamente non ammette l’interruzione dell’esistenza per volere del paziente, del malato, di chi patisce uno stato indesiderato o di un suo rappresentante legale è destinato all’impopolarità, ad essere superato nel tempo, per l’incalzare di chi con sofferenza è chiamato a gestire quotidianamente situazioni limite. Per l’insofferenza e le urla, quelle sì legittime, di padri e madri che assistono figli incoscienti da decenni, dalla loro nascita, che condividono la quotidianità con realtà troppo dolorose, cui è difficile sopravvivere e solo assistere. Scrissi, sempre diversi anni fa, un saggio edito da LibertàEdizioni dal titolo “Sì, cambia!”, nel quale avevo intervistato venti famiglie, genitori di figli disabili, più o meno gravi, credenti, agnostici, atei, socialmente e culturalmente eterogenei. Avevo selezionato un campione appositamente eterogeneo e trasversale. Ebbene, anche nel genitore più fedele alla fede e a Dio, una tautologia, non ho mai trovato un accanimento terapeutico e mentale. La vita ad ogni costo no, è un concetto superato da se stesso, dalle persone, dalla società, dai tempi, dalle troppe belle addormentate e addormentati.  Non credo alcuni temi siano più procrastinabili. Un disegno di legge sulla eutanasia e sul suicidio assistito è indispensabile. Una disciplina, una direttiva che sottragga alla opacità e alla assenza di indicazioni molte persone disperate. L’ultimo, cronologicamente, il caso di Dj Fabio e il processo a Marco Cappato. Tristi, coraggiose cronache, sempre più ricorrenti, che ci raccontano un Paese privo di norme, che asseconda indolenza e pigrizia mentali, che si trincera nella assenza, presunta tale, di numeri per combattere nelle sedi opportune e legiferare.

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nellanotte

È difficile capire quale sia la tattica migliore, la tempistica con la quale muoversi in politica, e sicuramente ci sono linguaggi paralleli e tempi più opportuni, alchimie che solo gli avvezzi ai lavori e ai corridoi, alle stanze ovattate dei bottoni possono interpretare. Che già sui “diritti”, questo Governo “giallorosso” cominci a dividersi non ci piace. Non ci piacciono le tesi che vorrebbero stoppare l’iter per lo ius culturae, dunque il riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati in Italia che abbiano compiuto un ciclo completo d’istruzione, poi variamente modellato e annacquato rispetto al disegno iniziale; non ci piace l’imbarazzo con il quale Di Maio richiama Conte sul “fine vita”, che divide l’elettorato Cinque Stelle e la futura egemonia dei due sul Movimento. Sono temi etici importanti e ormai imprescindibili, che producono sofferenze da decenni, per i quali siamo scherniti da gran parte dei Paesi europei. Adesso, che sui disegni di legge non si vada avanti e acceleri anche quando i numeri potrebbero esserci, perché Salvini avrebbe ormai inoculato le tossine dell’odio sociale e del razzismo, e che non si proceda per “il fine vita” perché l’elettorato del Movimento sarebbe diviso al suo interno e non si riuscirebbe a motivare una presa di posizione chiara con e contro i  vescovi cattolici, i medici obiettori, e tanta altra struttura e sovrastruttura ecclesiastica  mi sembra davvero abbastanza vergognoso. Non si rimandano questioni fondamentali per paura di affrontare uno scontro dialettico, di numeri, e politico, chi ha sdoganato l’odio sociale. Anzi, impavidi bisognerebbe andare allo scontro costruttivo e fare passare leggi importanti. La Politica questo deve fare. Confrontarsi e scontrarsi, mediare, legiferare. Abbandonare il tema dei diritti è ammettere la propria inadeguatezza, l’essere pavidi e calcolatori, cinici manovratori. Questo atteggiamento, un po’ puerile, disordinato, privo di una chiara strategia, debole e succube dei pregiudizi prodotti dalla destra non è ammissibile e sarà pagato, ulteriormente, in termini di consenso dell’elettorato di sinistra, fin troppo resiliente date le recenti diaspore e nonostante tutto. L’eterna opacità e poca assertività nei comportamenti dei leader, dei deputati e senatori, nelle in – decisioni, nazionali e internazionali. Tutto questo ha già un prezzo. È un periodo ormai troppo lungo, nel quale ci si addormenta con l’idea chiara e una posizione certa presa da chi dovrebbe rappresentarci, per svegliarsi l’indomani e constatare che quella posizione è stata annichilita e ribaltata. Senza comunicazione e per stessa ammissione della classe politica. Chi si dice amareggiato, non avvisato, di scoprire incredulo dai giornali, da un twitt inopportuno e improvviso, un post notturno che le decisioni sono “altre”. Ma altre da quelle concordate cinque minuti prima di coricarsi.  “Nella notte”, e qui potrei citare il meraviglioso romanzo di Conchita De Gregorio. Tutto accade sempre più nella notte o nelle dimensioni che più le somigliano. L’elettorato, giovane e adulto, è stanco, troppo stanco per pretenderne un’eterna, incondizionata fiducia. Adesso no, si misura ogni azione, ogni atto, virgolettato, dichiarazione. E si chiederà conto di ogni proposito abbandonato, di ogni istanza svaporata e poi evaporata, abbandonata come un eterno uzzolo. Il capriccio della Politica non dell’elettorato, quello che si esprime e quello che si astiene.   Non si può esigere dall’elettorato comprensione su alleanze politiche, anche le più peregrine, assurde, apparentemente schizofreniche per evitare il male più grande, e poi accettare anche le possibili tensioni interne ai partiti di questo Governo. Capirne limiti e tensioni interne.  Questo, davvero, è troppo. Già è siderale la distanza tra la Politica e l’elettorato, un enorme proletariato sgangherato e amareggiato differentemente, che la classe Politica non può permettersi più niente, tanto meno di giocare con rinvii, decidere cosa potrà essere ancora procrastinato. Davvero troppo. Tra una bracciata e un’altra, in vasca, raccolgo troppa disillusione e allontanamento. Si reclamano trasparenza e assertività, fatti, leggi, l’ardire, l’allargamento e il riconoscimento dei diritti, così una vera politica di sostegno sul lavoro, sulla produzione, le infrastrutture, l’inclusione e il sentirsi Europa in Europa, non una entità piccola e astratta.  Per ora stiamo a guardare timorosi che, “nella notte”, possa sempre accadere qualcosa. Noi vogliamo diritti, decisi di notte e di giorno.

25stilelibero

 

 

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