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Troppo caldo. Lavora, lavora e lavora fino a sabato. Quindi scappa in un’oasi di prossimità, un tempo sospeso, un luogo limitrofo. Ci riesci. Dormi, leggi, ti bagni nell’acqua e, come spesso ti accade ultimamente, ti sembra di riposarti da più tempo, di vivere in luoghi ameni dove ti ritrovi a fatica per qualche giorno, ma ti sembra di starci da almeno una settimana. Intanto pensi che stai cambiando in meglio, cumuli più esperienza, riesci a spezzare ogni pensiero inutile. Ma l’inutilità ci circonda e spesso aggredisce. Non sei moralista, né tendi a giudicare a sproposito, ma nell’estate del ritorno alla normalità, così ti piace pensarla, fisici che non si arrendono a un’età naturale aumentano, così le plastiche, donne che non ci stanno proprio ad invecchiare e uomini anziani che si atteggiano a ventenni solo perché si sono messi a dieta, hanno comprato l’ultimo costumino in voga nel quale dopo decenni riescono ad entrare. Corpi, tutti, tatuati. Ti chiedi dove abbiamo sbagliato, dove i nostri genitori o una pseudo famiglia non è riuscita ad imporsi con un minimo sistema valoriale. Sinistra, destra, in questo sono trasversalmente edoniste e narcise. Ma il tempo scorre e nel tentare di fermarlo, di vivere un’ultima estate di bellezza e sentirsi ancora giovani, sei circondato da mostri di plastica. Seni come proiettili, zigomi finti, labbra disperate a canotto, uomini che sfoggiano orologi importanti. Tu non sei ricco, vivi del tuo lavoro a fatica. Ma della ricchezza spudorata e strafottente, esibita e volgare, hai sempre fatto uno stigma. Uno spettacolino terribile, quanto distante da ogni necessità. E poi tutti incollati a quel cellulare. Non esiste un libro in giro né kindle per leggere un ebook. In questo la tecnologia, non solo in questo, ha depauperato ulteriormente ogni forma di cultura e socialità. E’ l’estate della crisi economica, climatica, dei conflitti bellici, delle post pandemie e dei Governi che disfano, sfiduciano, e si torna a votare il giorno dopo. L’estate dei Politici, tutti, talmente distanti dall’elettorato e dalla popolazione da sembrare a apparire distopici. Preferisci sopravvivere nella vita reale, restando nei canali sociali solo per condividere informazioni, articoli, agenzie, suggerimenti per un qualche spettacolo: il minimo indispensabile e terzo da te, per uscirne e tornare a vivere.

Auguriamoci il meglio tra bracciate estive, ne abbiamo sempre bisogno.

25stilelibero

A me pare che ancora oggi non si abbia il coraggio di prendere le distanze dai movimenti estremisti che inneggiano a pagine tristi della nostra Storia. Che ci si dissoci senza azioni tangibili, senza spiegare bene la propria odierna distanza con una falcata avanti e una indietro. Si ammicca, da un lato, a un certo elettorato violento che cerca lo scontro e cavalca un generale smarrimento dettato dalla pandemia e post pandemia, dall’altro non si può fare a meno di indagare, denunciare l’efferatezza ingiustificata. Non c’è coraggio nel distanziarsi definitivamente da quegli ismi scomodi e fuori contesto storico. Ce n’è troppo, invece, nel mischiare le disperazioni dei tanti che si riversano nelle piazze per differenti motivi e istanze. Accomunati dallo smarrimento generale, dall’essere superstiti di un’epoca che non avremmo mai voluto vivere. Due anni terribili nei quali ogni rapporto sociale e dialettica sono risultati troppo difficili. Costruire. Come scrive oggi Recalcati, c’è bisogno di andare avanti e costruire. Ripartire con la consapevolezza di quanto vissuto. I temi restano sempre gli stessi: l’occupazione, il lavoro, servizi minimi garantiti per tutti i cittadini, un domani sostenibile senza recrudescenze, pregiudizi, ma con più diritti e generale inclusione. Un domani fatto di visione. Per questo intristisce, è un eufemismo, vedere alcuni leader e forze politiche tentennare. Stigmatizzare l’occupazione di Istituzioni, Sindacati, Ospedali ma non troppo; procedere con degli irricevibili distinguo su violenze inconcepibili, circoscrivendo il tutto a qualche persona estremista, già allontanata. Insomma, ci vogliono chiarezza e coraggio. E il mischiare continuamente tutte le istanze e urgenze, finendo con colpevolizzare il Ministero degli Interni per non essere stato in grado di contenere gli scontri annunciati mi sembra solo il triste sintomo di una radice che non si vuole analizzare ed estirpare. Costituzione e democrazia non si mettono in discussione: né gli articoli si manomettono e interpretano, come le parole, arbitrariamente. Le persone cominciano a comprenderlo, anche chi ha molto da protestare e in modo legittimo, ma non ci sta a vedersi associato a movimenti e partiti politici che nulla hanno a che fare con la volontà, democratica, di costruire e ricostruirsi un domani. Una scelta, uno strumento lo si ha sempre, ciascuno nel suo piccolo, un diritto dovere da esercitare: andare a votare. Per ricostruire l’oggi e costruire un domani.

David Giacanelli

Lo ius soli è anacronistico. Non bastassero le immagini delle Olimpiadi di Tokyo, gli Italiani di seconda generazione che vincono. I sacrifici compiuti dalle loro famiglie. Un po’ quanto è accaduto con le Unioni Civili, con l’idea di famiglia antiquata e polverosa, con l’eutanasia legale che approverei anche domani, con l’adozione per i single e le coppie omosessuali ancora lontana, con la madre surrogata e l’eterologa senza confini ancora additate. Il tema dei diritti viene sempre dopo una manovra economica, un flagello naturale, una priorità politica, comunque altra. Il punto è che non esistono piani A e B, che i diritti non hanno un costo così rilevante, che la loro concessione non sottrae forze, tempo, risorse economiche alle concomitanti priorità nazionali. Dalle pandemie ai flussi dei migranti, agli obblighi delle vaccinazioni.

Per questo motivo, ancora una volta, è incomprensibile l’astio e l’incapacità di confrontarsi con lo “ius soli” da parte di quelle destre, che per limite personale e strumentalizzazione politica, attuano una proprietà transitiva tra lo “ius soli”, il green pass obbligatorio, i flussi dei migranti non sempre sotto controllo. Tutti argomenti, questioni basilari per il nostro Paese, che possono essere affrontati e trattati contemporaneamente: nessuno esclude l’altro. Disegnare un’architettura delle priorità implica, sempre, emergenze di serie A e serie B, un implicito preconcetto, uno stereotipo culturale, l’incapacità di leggere la propria società che è già “altra”, si è evoluta a prescindere, fregandosene di programmi politici di Partiti e propri leader.

Questo modus operandi ha caratterizzato la maggior parte dei Governi che si sono succeduti nel tempo, tranne rare eccezioni di Premier, così determinati nel perseguire il proprio obiettivo ed estensione del diritto, da farne una battaglia, inderogabile, personale. Piacciono questi coraggi. Bene Letta, bene Malagò con lo ius soli sportivo, sono tutte valide approssimazioni, tentativi più o meno dirompenti  che portano al riconoscimento di una realtà esistente, che non possiamo fare finta di non considerare. Così la determinazione nel pretendere il green pass per accedere ai locali al chiuso, nei cinema, nei musei, nei centri sportivi. Per tutelare le libertà e i diritti vecchi e, speriamo, nuovi, di tutti, dobbiamo metterli in sicurezza. E per essere tutti liberi non possiamo che avere, tutti, libertà e vincoli, diritti e doveri, oneri e onori. Basta argomentazioni superficiali e strumentali, tanto goffe e parziali da non potere essere prese sul serio. Si allo “ius soli”, coraggio e determinazione ad oltranza, che rientrano nella categoria dei diritti e doveri di uno Stato e un Governo che possano definirsi, ancora, “democratici”.

25stilelibero

Oggi mentre correvo al parco, ho incontrato degli amici. Abbiamo preso un caffè da asporto, a distanza, e ragionavamo su come i rapporti siano sempre più difficili. Non solo diradati, ma il timore strisciante di un possibile contagio ci accompagna ormai sempre. Più o meno ossessivo, questo sentimento interferisce nelle geometrie famigliari, in quelle tracciate degli stessi amici e nuclei che si frequentano da sempre, a maggior ragione s’insinua con efferatezza con gli avventori esterni, sconosciuti. Ogni avvicinamento è vissuto con sospetto. Tutto questo ci ha reso più insicuri e insofferenti verso chi non si attiene, a menadito, a ogni regola sul distanziamento sociale. Poi in molti, non potendo più disporre del proprio tempo e spazio reali, uscire come avrebbero fatto arringando agli amici, al muretto, alle abitudini famigliari, non potendo prodigarsi in cerchi concentrici affabulatori e magnetici, non fanno che stare su internet. Sui social e le diverse piattaforme. È il caso di dire che ben vengano ma, allo stesso tempo, ci restituiscono l’immagine di un Paese molto triste, che vive di sole piattaforme, egoriferito nei like e nelle battute fugaci scambiate a colmare tutti i vuoti. Accadeva prima del Covid, ora è una delle sole e più facili vie percorribili. Se prima giudicavo deleterio il tempo trascorso sulla Rete, ora assisto ad un’accelerazione insana. Una compensazione nell’agorà virtuale di ciò che non si vive più. In parte realtà, in parte finzione: la Rete è pur sempre un surrogato, discutibile, della vita reale. Quando dovremo tornare a costruire e rimboccare i rapporti reali, duraturi, che abbiamo costruito nel tempo e poi tralasciato a causa della pandemia, ne vedremo delle belle. All’euforia iniziale, che tutti contagerà, si scopriranno molte incapacità e limiti relazionali. Di chi ha dismesso un abito per sempre e si è astenuto dall’operare vita e relazioni, anche nei limiti consentiti. Quando auspichiamo e mestamente pensiamo al contatto che verrà, che ci manca, pensiamo anche alla grammatica che dovremo riscoprire. Siamo tutti diventati, chi più chi meno, degli analfabeti relazionali e sentimentali. Per non parlare dei linguaggi, che se sopravvivono anche da remoto e nei device, non consentono di percepire il linguaggio paraverbale e metaverbale. Ecco perché non torneremo più come prima ma, almeno, alleniamoci ai sentimenti, al momento nel quale dovremo comunicare le parole e i gesti giusti, e toneremo a prodigarci in contatti. Finalmente scemeranno i messaggi vocali, quelli tracimanti caratteri e parole, gli emoticon e i neologismi azzeccati su WhatsApp. Insomma, il tempo dei like sui post egoriferiti dura quanto la carta con la quale avvolgevamo il pesce al mercato, all’ora di pranzo, quando ne avevamo possibilità e tempo. Tutto ciò che non lascia il posto al contatto reale, alle parole e intenzioni riconoscibili, agli abbracci, all’intimità anche grammaticale, è destinato a vivere quanto la fascinazione di una sera, è la triste disillusione di molti naviganti.

David Giacanelli

Già, questa volta, in prossimità del nuovo lockdown e con il passaggio di altre terribili vicissitudini della vita, ti accorgi quanto il vicinato e l’amicizia di prossimità facciano la differenza. Non tutti hanno la fortuna di avere pochi buoni vicini, l’estensione naturale della famiglia di origine, con tutte le normali differenze. Non tutti hanno la possibilità di vedere lievitare e crescere d’intensità le relazioni sociali, di constatare la realizzazione di nuove geometrie sentimentali. Ci vogliono le guerre, gli attacchi dei virus, le paure dei contagli, le restrizioni territoriali e la momentanea sospensione di alcuni diritti, per comprendere quanto un amico vicino, di pianerottolo e quartiere, possa fare la differenza. Una naturale conseguenza dell’area geografica cui siamo costretti, dell’astinenza dalle pulsioni vitali, della lontananza di quel che eravamo e potevamo esercitare. A salvarci sono anche la consapevolezza di realtà speciali, lo stato d’animo che riaffiora di non sentirsi mai, davvero, soli. E non è scontato. Capitare in un condominio giusto, in una scala giusta, in un territorio geografico inclusivo e accogliente, intelligente, ai tempi della pandemia fa la differenza. Con tanta stanchezza ma, al contempo, desiderio di continuare a sognare e produrre, di architettare lo strano progetto che è questa vita. Abitare all’Esquilino mi ha confermato che non tutti i luoghi geografici e le relazioni che crescono, spontanee, sono uguali. C’è sempre la persona malmostosa di turno, il giovane e il vecchio ormai inariditi, che contano le occasioni per additare e accusare il condominio, che si compiacciono di creare scompiglio, che sono ostativi per pesare la propria presenza, perché non avrebbero altre occasioni per emergere e percepirsi. Poveretti, in quanta inutile fatica si prodigano, ma questi basta non assecondarli e, alla fine, come in ogni democrazia sono destinati a zittirsi. Invece è la solidarietà verticale dei piani, che sale su fino alle terrazze per riscendere giù, nei giardini condominiali che si arricchiscono di nuove piante, amica del vaccino che verrà e dell’immunità di gregge, a renderci partigiani. È nell’affetto di prossimità che, ai tempi della guerra, si misura e riconosce la vita reale.

David Giacanelli

È sicuramente imbarazzante, perché se in un primo momento, nei primi anni che hanno cambiato il nostro lessico famigliare come la modalità di comunicare, i Social e i loro sviluppatori di start up diventati milionari ci hanno lusingato e quanto meno costretti a stare dietro alle nuove tecnologie, oggi ci restituiscono immagini anche mostruose di cronaca. E non è informazione, ma semplice libertà illimitata di dire e promuovere contenuti, anticostituzionali, che ledono la libertà di pensiero e lo stato di una democrazia. Lo abbiamo visto con gli episodi dell’occupazione del Campidoglio americano, ai danni di Joe Biden e della maggioranza dei cittadini americani che hanno votato per il candidato democratico. Fomentati da frange di estremisti di destra e populisti, dai quali lo stesso Trump e i Repubblicani americani, tardivamente e in modo goffo si sono poi dissociati. Eppure la democrazia americana, come incontrovertibile modello storico, con tutte le sue contraddizioni, è venuta meno per un attimo, lasciando il mondo intero con il fiato sospeso. L’immagine del vichingo che mostra il bicipite e gli scranni dei differenti studi occupati sono il segno del totale non controllo, della fluidità, liquidità di qualsiasi regola e buonsenso. È in casi limite ed emergenziali che si misurano gli organi di informazione, così le moderne piattaforme Social. Ci siamo, negli anni, divertiti ad assecondare e studiare Facebook di Mark Zuckerberg, quindi Twitter di Jack Dorsey, la piattaforma di Instagram e il TikTok di Louis Yang e Alex Zhu. La nostra scrittura si è fatta più sintetica, ruvida e di effetto. Questo produce i follower, notorietà, avere seguito, in alcuni casi essere sponsorizzati per fare delle pubblicità e accostarsi a luoghi, marche o persone, per condizionare il pensiero e le scelte degli altri produce reddito. Anche questo genera, secondo un congegnato sistema di algoritmi, la fidelizzazione di un cittadino alla piattaforma attraverso pubblicità, più o meno esplicite, che si basano sullo studio della sua profilazione: le scelte di navigazione compiute, i propri gusti in definitiva. Siamo tutti monitorati e controllati a distanza e, pertanto, suscettibili di condizionamento. E di questo non ci sconvolgiamo, c’è ormai chiaro, leggendone e studiandone ogni giorno. Fa parte del gioco, di una tecnologia pervasiva che si accetta in tutto o in niente. Non è chiaro, però, dove la mia privacy può essere tutelata, il punto del limite da non oltrepassare. Non solo per i miei dati personali e quanto afferisce la mia vita sentimentale e sociale, ma per le esternazioni, le azioni, i convincimenti e le distopie predicate da vanesi, narcisi, onnipotenti capi di Stato. Comportamenti sociali pericolosissimi, che si contraddicono strada facendo, che mettono in discussione tutto. Asseriscono ogni posizione e il suo contrario a distanza di pochi secondi; solleticano e vellicano le pance, stanche, di disoccupati che tracimano confini geografici, possiedono armi, inneggiano alla ribellione e rivolta “fai da te”, classe di borghesi e operai gravati dalla crisi, senza più alcun riferimento ideologico, ma solo preoccupati a sopravvivere e galleggiare un altro giorno, ancora. E allora in questa compagine sociale, che riguarda sempre più il globo terraqueo, che copre la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, chi detiene il potere dell’informazione – sempre meno la carta stampata e i siti on line – sempre più le piattaforme Social deve assumersi ogni responsabilità. Non nascondersi dietro la libertà sconfinata di espressione. Deve regolamentare sempre più nel dettaglio, anche se soggetto privato, la policy del proprio funzionamento. Bannare profili pericolosi, chiudere utenze che istigano all’odio, cancellare tutti i post considerati anti costituzionali e pericolosi. Che non è una dittatura informatica, come ad alcuni intellettuali piace pensare, poiché momentaneamente tagliati fuori dalla propria agorà politica e dal proprio tinello di autocompiacimento, dove sono domesticamente venerati e ricoperti di like e gradimenti, senza neanche essere mai stati conosciuti personalmente. Bannare, escludere e sospendere la libertà di parola, in casi estremi, è piuttosto la salvaguardia di quell’etica e morale, minime, che ci consentono tutti di sopravvivere ancora. Che l’account di Twitter @Potus, quello affidato al Presidente degli Stati Uniti d’America in carica sia stato chiuso per Donald Trump, consentendo un più pacifico, lo auspichiamo, passaggio all’Election Day di domani del nuovo presidente eletto Joe Biden, è il minimo che si potesse concepire e, anzi, doveva essere fatto prima. Si arriva sempre troppo tardi. Questo perché ogni libertà, se da una parte mina l’ordine sociale e istituzionale di un Paese, dall’altro arricchisce in termini economici la piattaforma ed il suo proprietario. È ormai noto a tutti, per sua stessa ammissione, che l’ultima elezione presidenziale Usa, che vedeva contrapposti Donald Trump a Hillary Clinton è con tutta probabilità, aldilà del complesso sistema elettorale americano, stata decisa da una campagna efferata e senza sconti, cinguettata di continuo su Twitter dal primo. Gli è stata consentita ogni fakenews, ogni colpo basso ai danni della Clinton e sua immagine che sarebbe stata immischiata, addirittura, in casi di pedofilia e altro ancora. Insomma è possibile essere liberi, esercitare sempre il diritto di parola e pensiero, ma non ci vuole molto a comprendere fin dove ci si può spingere. La qualità di un contenuto postato, la modalità nella quale è veicolato, il fine e trascinamento irreversibile di quel contenuto devono essere esaminati prima del rilascio, che diventi dominio pubblico. Vale per ogni moderna piattaforma e, anche se i differenti manager di cui sopra, si affannano nel dichiarare che esistono già policy precise, che esiste un controllo di fackechecking sulle fakenews, assistiamo comunque a qualcosa che spesso somiglia alla fine della civiltà che abbiamo sempre conosciuto. Quel che è certo è che, in tempi di pandemia, sono proprio le azioni di Facebook, Instagram, Twitter, Tiktok ed Amazon ad avere subito impennate e avere prodotto enormi profitti. Insomma, come sempre il contrasto è tra ciò che una società liberale e il liberismo economico consentono e le conseguenze estreme di queste libertà che, non sempre, ma possono innescare facili meccanismi incontrollabili e discutibili quanto perverse reazioni. Occorre, oltre alla speranza di potere galleggiare e sopravvivere alla pandemia in atto, ad uno dei periodi storici più difficili che abbiamo mai vissuto contando i morti quotidianamente, così i disoccupati, tenere alto il controllo sui contenuti. La verità non coincide sempre con il nostro convincimento del concetto di “verità”, ed il fatto di comunicarlo, questo concetto, non lo rende né vero né tollerabile. Se allarghiamo questa considerazione alle generazioni più giovani, i principali fruitori di tutte le piattaforme social, immaginiamo gli enormi rischi che possono dilagare sul web.

25stilelibero

Nel nuovo anno mi porto, indelebile, una scritta trovata nel rione Monti: “Il più grande romanticismo? Sopravvivere”.

Così la carrozzina legata ad una guglia della cancellata del parco, sospesa in aria e non legata, semplicemente sollevata.

Tanti simboli, laconici, ruvidi e silenziosi a testimoniare un anno che ha pesato troppo. Mi e auguro tanto a tutti noi: chi ce l’ha fatta, chi sopravvive, chi tira avanti, chi ancora sogna o si cimenta in qualcosa che gli somiglia.

Un altro anno di cautela e attenzione, ma un anno in cui la Scienza è pronta a tenderci la mano, e si fa scala per farci uscire dal tunnel infinito dove tutti, nessuno escluso, si è smarrito.

Il labirinto dove le Istituzioni hanno dato i numeri che si fanno lontani, dove come sempre l’intoppo burocratico e la lungaggine non tardano a palesarsi, così la destinazione degli aiuti dei fondi e le diatribe inopportune.

Una comunicazione, quella di quest’anno, molto sgangherata, spesso inopportuna, che sfugge di mano quando, proprio, non dovrebbe.

 Che infonde ansia e tranquillità a comando, secondo la disinvoltura di alcune Istituzioni, e la lontananza con i cittadini, tutti, è ormai siderale. E non per il distanziamento sociale, ma nella sostanza, nella diversità delle condizioni nelle quali continuiamo a vivere.  

Nel prossimo anno porto gli amori che restano, i porti sicuri, i rifugi mentre aspetto il vaccino e tanta voglia di costruire.

25stilelibero      

Oggi ho fatto la fila distanziata, che pare già un ossimoro, per stampare un documento che mi serviva. Già, ormai chi utilizza più le stampanti se non in ufficio e per motivi eccezionali? Evitiamo di sprecare la carta e, in piena pandemia, ammettiamolo, abbiamo cercato di accelerare ogni processo lavorativo in chiave digitale. La smaterializzazione della corporeità dei documenti e degli accessori lavorativi è entrata prepotentemente nel nostro quotidiano. Chi si è abituato subito, per alcuni c’è voluto più tempo, per altri non è mai cominciata. Siamo perlopiù relegati nelle nostre case, in un lavoro agile per chi ha la fortuna di averne, chi invece è impegnato ad arrabattarsi e acconciarsi a qualsiasi situazione si ponga per sfangarla. Comunque, siamo isolati, per difenderci e difendere le persone che amiamo, le più esposte, noi stessi. Difficile non avere paura. Anche osservando tutte le indicazioni che Istituzioni e Comitati medico scientifici impartiscono, anche attenendoci a tutto il rigore possibile, esiste sempre un’incognita. L’imprevedibilità che ci coglie di sorpresa. Questa equazione, nella mia vita, è saltata spesso. Rispetto alle aspettative, al lavoro, agli amori, ad alcune amicizie, alla periodica profusione d’impegno che è stato anche amore incondizionato, alla passione e al pathos. L’equazione non è tornata, ancora, rispetto alla necessità di dimostrare e attivarsi per produrre, di darsi per sentirsi corrisposti, nel pieno controllo della propria esistenza, meritevoli di apprezzamento. Non sono corrisposti, tuttavia, effetti uguali, né tanto meno simili, vicini alle aspettative di partenza. Accade sporadicamente di ritrovarsi in una condizione bilanciata, di affetti dati e ricevuti, di attenzioni corrisposte, di sensibilità e accortezza contraccambiate. Sono eccezioni e, quando succede, capisci che non devi farti scappare l’interlocutore, l’attore che ti restituisce tutto l’impegno. Se non esiste un’equazione di causa ed effetto che ci tuteli in condizioni di pseudo normalità, figuriamoci con un virus del quale si conosce poco, comunque non tutto, che complotta sulla nostra salute, che briga per sottrarci libertà di movimento, possibilità di lavorare, consumare, fare girare il pil di questo Paese. Questo stato di sospensione non può restituirci un senso di logica e di minimo determinismo. Galleggiamo e continuiamo a farlo. Sappiamo che non dobbiamo abbassare alcuna guardia. Non abbiamo mai negato o relativizzato quanto abbiamo vissuto negli ultimi mesi, perché non sarebbe servito a niente, solo a qualche dissennato politico in perenne campagna elettorale, ma a corto di idee e suggestione, di una chiara visione cui accompagnare ricette per uscire dal magma che ci incolla alla precarietà. Siamo solidali ed empatici per difenderci da un sentimento universale di fragilità: questo ci unisce e corrobora la buona disposizione. A dividerci, però, lo spazio fisico e il tempo, la frequentazione, il timore del contagio. Tutto è diventato così incerto ed opaco che ci resta la tecnologia. Usata nel peggiore dei modi, per alimentare discussioni e polemiche viscerali, per fornire degli espedienti ai leoni da tastiera e agli hater che non aspettano altro. Difficile capire di ogni giornata cosa conservare nella casa dove siamo relegati. Gli incontri a distanza, sui social network, le persone ascoltate da lontano, i libri e film visti quando possibile, la noia, la frustrazione di non potere fare, di viaggiare, di spostarsi liberamente, di non avere sempre un lavoro, un’occupazione, un obiettivo a stretto raggio e termine. Non possiamo smettere di vivere e aspirare, ma dobbiamo saperlo fare, in sicurezza. Siamo tesi, anche se lo dissimuliamo. Viviamo la nuova condizione di solitudine forzata e cerchiamo, da mesi, di tenerci connessi attraverso la Rete. La pandemia ha accresciuto la consapevolezza di quanto importanti siano i legami reali, corporei, le effusioni e manifestazioni d’affetto, la discussione e il dibattito in presenza, lo scambio intellettuale, sempre in presenza. Non possiamo vivere di tecnologia per farci compagnia, non può essere la soluzione se non per una contingenza. Inutile, poi, rilevare quanto si siano abbassate le aspettative e la critica. La divisione e l’isolamento portano ad accettare, non dico incondizionatamente ma quasi, tutto quanto si muove e vive di una propria vita, tutto quanto serve a distrarci dal controllo e dal contagio possibile. Ed essere distratti, riempire il vuoto con la distrazione non ci migliora, piuttosto peggiora. Lo fa nella qualità, nella quantità del nostro tempo, nella esperienza che s’interrompe, nella produzione culturale che siamo costretti a recepire, bassa e standardizzata, in assenza di altro.  La prolifica attività culturale, agita o subita, ci insinuava sempre il dubbio, istillava la curiosità, metteva in discussione. Avevamo scelta, comunque più di una, laddove ora viviamo accettando quel che ci viene proposto, dissimulando una sottile e continua linea di tensione e ci alleniamo a tornare più vivi di prima.

25stilelibero

Di questo anomalo e unico 25 Aprile ricorderò il flashmob dalle finestre, accorati Bella ciao e una verticalità di saluti, gesti, voglia di comunicarsi. Commozioni varie dettate, ancor più, da una ritualità interrotta dal virus.  Riti e codici famigliari spezzati, anche se solo temporaneamente. I davanzali impavesati di tricolori, i bambini che scalpitano e che pur non comprendendo appieno il senso della celebrazione della Resistenza e della Liberazione, intuiscono che è un momento importante, di raccoglimento collettivo di una generazione adulta. Racconteranno loro il senso di quanto hanno cantato. La natura, selvaggia, riprende il sopravvento e gabbiani enormi si appollaiano sui tetti di macchine arrugginite e sbiadite al sole. Le stagioni e le temperature fanno il proprio corso, tutto scorre nella sua dimensione più naturale, che l’insediamento e l’intervento umani, scriteriati da anni, come la necessità di antropizzare ogni minimo spazio hanno del tutto alterato. Ritornano specie estinte, le dimensioni sembrano sì il prodotto di una mutazione genetica. Come se un’altra città, dopo anni, potesse tornare a vivere, disvelasse il proprio segreto, mentre quella cui siamo abituati si fosse mimetizzata e congelata nella dovuta paura e cautela.  Sopravvivono i corridori e i cittadini che portano a spasso i cani, che si riconoscono dalle creature e non certo dalle facce, troppe, come gli improbabili nomi, più di quelli affibbiati ai propri amici a quattro zampe.  E allora passeggiando, correndo appena appena per non atrofizzare gli ultimi muscoli, ti rendi conto di quanto assieme all’isolamento emergano anche questi linguaggi chiusi, propri solo di chi condivide un animale domestico. Constati quanto, per qualcuno, possa essere fondamentale attardarsi a parlare delle abitudini dell’una piuttosto che dell’altra bestiola. Li guardi, incredulo, perché per quanto possa amare gli animali, non immagini si possa perdere tanto tempo e attenzione dietro i loro comportamenti. Come si cercassero ulteriori codici per comunicare invece di sforzarsi e utilizzare quelli sempre noti. Tutto diventa relativo e circoscritto come lo spazio nel quale si è costretti a vivere. Mi sbaglierò, ma tanta cattività dopo un poco trasforma ed esaspera, come ogni condizione, imposta e non scelta, porta a sragionare. Un motivo in più, tra libere scelte e diritti da godere, per ricordare e celebrare la Liberazione che fu e, auspico, quella che vivremo nuovamente pur con tutte le cautele del caso.

25stilelibero

Piazza Vittorio

Già. In questa fase della nostra vita abbiamo compreso, davvero, almeno molti di noi che hanno avuto la fortuna di non vivere guerre o tragedie simili, cosa significhi essere resilienti e resistenti. Ora che la curva della pandemia sembra direzionarsi verso il basso, cominciamo ad immaginare il nostro ritorno. Graduale, certo, fatto di piccoli passi, ma già il potere uscire di casa con una autocertificazione per recarsi in un parco, fare sport all’aria aperta, andare a trovare qualche amico pur nella ancora generalizzata chiusura di molti negozi ed attività commerciali, ci restituirà un senso di rinascita. Correndo sotto casa lo sguardo è sempre in basso e quando si sposta verso i palazzi umbertini della piazza, guardandoli attraverso le chiome degli alberi, verso l’alto, scorge faccette silenti e argentate appese a un davanzale. A chiedersi se sarà quello l’ultimo giorno o se, passato tutto, avranno ancora il tempo di fare. Poi la natura nei suoi aspetti più inconsueti e selvaggi, cui non siamo più abituati, è tornata a popolare le città. Molti Italiani che vivono tra Bergamo, Milano, Brescia e Piacenza, nelle Regioni più martoriate del Nord Italia attraversano questo ragionamento, sul prima e sul dopo, sull’ora infinito in modo amplificato e radicale. Portano i segni più profondi del dolore vissuto in casa propria, visto negli altri, ascoltato e annusato da vicino. Allora tutto ci sembra assurdo, come la nostra impotenza, impossibilità di aiutarli se non adeguandoci alle norme e precauzioni urlate da mesi. Eppure, sono convinto, questa reclusione forzata non sia stata vissuta da tutti allo stesso modo. Ci sono amici e conoscenti che si sono detti rinati per avere riscoperto la solitudine, il piacere di sospendersi completamente, di non doversi spostare ogni giorno per recarsi nel luogo di lavoro, il riappropriarsi del proprio tempo, l’essersi concessi amenità e approfondimenti, letture, sonni è stata una ricchezza. Per quanto uno possa stare bene a casa, conciarsi alla solitudine e sospensione, trovo che tornare alla vita esterna, al mondo esteriore e non solo nuotare in quello interiore, sia salutare e necessario. Anche ai tempi del Covid. Sospenderci nella sospensione, pur attiva, con il lavoro agile, districandoci in tutorial per attività fisica, cucina, audio libri, l’amore domestico, con e di tutte le famiglie possibili ci allontana temporaneamente dal dopo.  Anche pieno d’insidie e avversità, ma il contatto e tatto con l’altro, con un sistema di causa ed effetto reali, il contarsi nel quotidiano è essenziale. Come darsi uno spazio, resettare le aspettative, capire in quale posto ci troviamo. Che è quello fisico e mentale, quello psicologico. A me questa sospensione comincia davvero a pesare troppo. E anche gli aspetti più romantici, le angolature e prospettive indagate, sempre differenti di oggetti, orizzonti, persone non mi bastano più. Non è solo il desiderio di ricongiungermi con la famiglia e gli affetti ma, soprattutto, l’interagire con le persone. Capire come sono sopravvissute e come stanno, come si relazioneranno al loro futuro, trovare similitudini e senso di appartenenza o, magari, scoprire ulteriori differenze e distanze. Non possiamo sottrarci all’inevitabile e giusto confronto. Banale dire e continuare a farlo, come tutti abbiamo ripetuto per l’intero primo mese, che il dopo non sarà più come il prima. E non sono d’accordo con chi sostiene che come per ogni lutto e dolore alla  fine ci si dimentica, si riparte come nulla fosse stato dandosi una spinta di coraggio. Ogni vittima, ogni numero pesante, ogni morto in famiglia di Covid ti segna e non ti consente di elaborare subito, neanche con un funerale, un saluto come si deve, religioso e laico che sia. Torneremo e alterneremo grosso desiderio di stare fuori, di riappropriarci di piazze, luoghi famigliari, di abbracciare e interagire con amici e conoscenti, a momenti di necessaria profonda riflessione su quanto abbiamo vissuto che, per ovvie ragioni, non puoi affrontare mentre lo vivi, mentre transita e ci nuoti nel mezzo. Ci scopriremo forse più forti, forse più deboli. Molte idiosincrasie e difficoltà difronte il virus pandemico, la calamità universale, si sono dissolte da sole. Succede sempre così. Molti di quelli che riteniamo essere nostri problemi, situazioni mai del tutto risolte, atteggiamenti sbagliati e reazioni impulsive sono svaniti. Ma non li abbiamo affrontati, è la paura maggiore che scansa e schiaccia, per un attimo, quella minore nella complessa  gerarchia delle urgenze. Torneremo vulnerabili per le piccole cose, che sono le stesse a renderci felici. Abbiamo assunto e ci siamo dimostrati di avere un autocontrollo enorme, che non ci conoscevamo. Ma tutto questo non ci renderà immuni da noi stessi, migliori sì, ma comunque non onnipotenti. Anzi, leggendo le numerose storie dei malati che ce l’hanno fatta, che si raccontano quotidianamente sui giornali, per loro molte paure sono cominciate tornando a casa. Con le dimissioni dalla terapia intensive. Sono felici, ma si sono scoperti pieni di frustrazioni, paure, d’incognite, agorafobici e alterati nel gusto e nell’olfatto.  Timorosi e prevenuti per la serenità che li ha abbandonati nel mezzo della pandemia, che sarà difficile riconoscere e rivivere come prima. A salvarci, più che la resilienza una consapevolezza di noi, differente, nel bene e nel male.

David Giacanelli

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