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In questo giorno prefestivo, che non è differente da tutti gli altri, che ci vede più o meno reclusi, sfogliando il giornale mi accorgo di una notizia che, nel suo piccolo, rappresenta la cartina tornasole di questo Paese.

Dispiace dirlo, ma è così. Quello stesso Paese che oggi Serra, nella propria Amaca, definisce di consorterie e gilde, dove si fanno delle regole trasversali e democratiche, per sorpassarle appena possibile con titoli, sottotitoli, vie furbesche e piccinerie del Potere.

La vita di noi, di tutti noi, non può prescindere a questo punto dalla vaccinazione, dal numero dei vaccini e dall’organizzazione con la quale le inoculazioni avvengono ogni giorno. Ognuno di noi, pertanto, ordinato aspetta il proprio turno nella fila di civiltà.

Chiunque sgambetti in preda al panico, mostri populistica insofferenza, non sa essere democratico e rispecchia un antico spirito italico al quale non riusciremo mai a sottrarci del tutto. E’ chi accampa motivazioni pretestuose per vaccinarsi anzitempo. Lo hanno fatto e fanno di continuo. E ce ne sono stati di casi, anche menzionati dalla stampa, di giornalisti furbetti, di “categorie” che si sono riscoperte più a rischio delle categorie già “a rischio”. Io credo che le regole non possano cambiarsi, arbitrariamente, in corso d’opera. Si è scelto un criterio: quello anagrafico, e quello deve essere seguito. Dagli over 80 in poi, a scendere, si vaccinano tutte le persone. Le uniche categorie davvero a rischio sono state quelle di medici e sanitari in generale. Dopodiché, ciascuno di noi, per professione, vita che conduce, viaggi costretti da lavoro è più o meno a rischio. Per questo basta quietare gli animi e mettersi in fila. Questo è un Paese che non è abituato a mettersi in fila, ad aspettare civilmente il proprio turno. E non è un vanto: niente di cui andare fieri. Prendere la scorciatoia e vaccinarsi prima degli altri non è un diritto, né sagacia, furbizia. Solo disonorevole per chi ne giova. E’, nella sostanza, avere sottratto una dose di vaccino all’anziano over 80 che la sta ancora aspettando. Solo il 40% circa degli over ottanta in Italia ha ricevuto entrambe le dosi, di Pfizer o Moderna. Molti sono fermi alla prima. Allora di cosa vogliamo parlare?!

Bene mi ha fatto, leggere il post di Chiara Ferragni, che conosco poco se non per gli aneddoti famigliari e le incursioni nella moda dei quali francamente faccio a meno, ma per carattere e interesse personali senza alcun pregiudizio. Ho plaudito alla denuncia della Ferragni in merito alla vaccinazione della nonna del compagno, con più di novant’anni. Una donna che nella Regione Lombardia ancora non era stata chiamata per la vaccinazione. Stiamo parlando di una signora di novant’anni. Dopo la denuncia social dell’imprenditrice, la Asl competente ha contattato la signora chiedendole se fosse la nonna del compagno della Ferragni. A risposta affermativa, è stata convocata per vaccinarsi il giorno seguente. Bene, diciamo. Per tutte quelle nonne e nonni che sono ancora in attesa di un vaccino. La Ferragni ha dovuto utilizzare il proprio peso di influencer e personaggio pubblico per stigmatizzare i ritardi e risolversi il problema.

E questo ci riporta al discorso iniziale. Non è possibile pensare di spendersi per la propria categoria, il proprio ordine di appartenenza, il ruolo e grado svolto in Politica e nella Società per risolversi i problemi, per produrre accelerazioni. Soprattutto difronte una pandemia, dove secondo dopo secondo sono in gioco vite umane.

Che possa essere discutibile il criterio con il quale sono state scelte le categorie a rischio e le priorità di vaccinazione è un tema tutto politico, che va discusso altrove. Questa è la regola, c’è un Governo con Comitati tecnici e scientifici che l’hanno condivisa e accolta per farla rispettare.

Tutti coloro che non vi si attengono, sono deplorevoli furbetti, senza etica e senza vergogna, che si sentono legittimati a scavalcare perché comunque qualcuno lo farà sempre, al loro posto o a quello di qualche altro disgraziato. Questo è aberrante: come dire che esiste l’inganno, la menzogna e l’illegalità e, allora, l’assecondiamo ciascuno per la propria parte. La Ferragni ha denunciato l’accaduto, come il dovere sostituirsi allo Stato perché potesse essere ascoltata. Ha risolto un problema ma lo ha, soprattutto, denunciato.

Io preferisco restare in fila. E, sempre scorrendo il giornale, tra cifre e percentuali pesanti, minacce irricevibili a Ministri, scopro che è anche il compleanno di Francesco De Gregori. E allora, auguri Francesco!

David Giacanelli

Oggi viviamo in un isolamento perpetuo. L’effetto primario che abbiamo elaborato, dopo un anno di battaglia, è l’innato sentimento di protezione di noi stessi. E, ahinoi, la certezza a proteggerci è la distanza. Vivere oltre un anno di tempo isolati, in prossimità ma senza vedersi, negli stessi identici spazi e tempi dilatati, di contro ci ha portato mestizia e senso di oppressione, limitazione di tutte le libertà ed espressioni. Conviveremo ancora sospesi tra sentimenti contrastanti, che traghettiamo anche nelle nuove forme di lavoro, fintantoché non saremo vaccinati a sufficienza. Quando avremo raggiunto un’immunità di gregge allora, forse, riusciremo a recuperare un poco dello spazio lasciato vuoto. Non torneremo come prima, perché i modelli lavorativi e imprenditoriali sono cambiati e la pandemia ha rappresentato la scommessa per evolvere in una dimensione digitale, sempre meno corporea, che ci consente di lavorare a distanza, di conseguire risultati gestendo al meglio il nostro tempo e non con una presenza corporea continua. Eppure, non è solo misurarsi con una maggiore o minore attitudine al digitale, sforzarci di comprendere e terminare di apprendere tutto quanto necessario per realizzare il proprio lavoro su piattaforme, si tratta di riappropriarsi di spazi fisici, che sono psicologici. Va bene non tornare indietro, ma ai sentimenti sì, al relazionarci, all’essere gentili tra di noi. Per questo nel parlare tanto di sostenibilità e futuro spesso si associano i concetti di bellezza e gentilezza. Come auspicassimo il ritorno ad un nuovo umanesimo, alla capacità di evidenziare la bellezza, condividerla e viverla. Così la nostra storia e le esperienze, coinvolgendo al massimo le generazioni più giovani, quelle veramente digitali, migliori di come sempre descritte. Generazioni che saranno abituate all’autodisciplina e alla rinuncia, a covare dei sogni più circoscritti, che hanno fatto della precarietà la narrazione naturale. Altro che i sensazionalismi da post, la comunicazione sintetica e urlata dei social. Quest’ultima non è superata nella tecnologia, ma nei contenuti. Nessuno ha più tempo per attardarsi a litigare sulle piattaforme, a contrapporsi per cercare un consenso. Anche le classi politiche faticano a trovare nemici cui contrapporsi, unite tutte in un governo tecnico e politico, quello di Draghi. L’urgenza nazionale e mondiale viene prima di ogni tornaconto e sopravvivenza di percentuali politiche, ha ridisegnato ogni priorità e possibilità di espressione. Non potremo tornare i barbari di prima. Anche la comunicazione istituzionale è cambiata, si è evoluta, non è più così sensazionale e umorale, ma ufficiale, semplice e scarna. Priva di retroscena, di improvvisazioni continue, di smentite e opacità. Ci addormentiamo e risvegliamo contandoci. Con un’ansia latente cui ci si abitua, ma che non si supera razionalizzando. Lavoriamo e viviamo a testa bassa, concentrandoci su altro, per distrarci dalla precarietà che tutti ci avvolge. Per questo, proprio ora, è importante non dimenticarci di quel che per noi è sempre stato fonte di bellezza e gentilezza. Spronarci in quel che sempre ci ha sedotti, che ci riesce naturale come galleggiare. Pensare che torneremo ad abbracciarci, a riempire gli spazi, ad accorciare le distanze, a renderci più sostenibili, sempre attenti ai diritti, ai generi, alle risorse naturali, al recupero delle forze dentro e fuori di noi, alla conciliazione dei tempi pubblici e privati, allo sviluppo davvero sostenibile. Torneremo attenti come non siamo mai stati prima. Torneremo a rivitalizzare tutto, riciclare prodotti e sentimenti. Tutte le rimanenze, i resti che non abbiamo potuto esprimere. Torneremo a raccontarci quel che abbiamo vissuto e, anche, gli affetti che alcuni di noi hanno perduto.

David Giacanelli

Ti giri e rigiri, metti a fuoco. Poche parole e se sono il consiglio giusto, quello per cui delle volte hai atteso anni, si palesa in un attimo. Oggi sei capace di sintetizzarlo in un’ora o pochi minuti. L’esperienza si sovrappone a esperienza. Non sei immune alla pandemia, né al dolore, né alla malattia, ma vedi tutto più nitido. Perdi meno tempo, ti concentri sull’unico presente possibile. Galleggi e lo fai nel migliore dei modi, anche se ai tempi della pandemia non puoi nuotare, come svettare bracciate che disegnano semicerchi in aria. Ti devi accontentare di camminate accelerate, alternate a istinti di corsa. Sempre negli stessi luoghi, limitrofi, concessi dalle sparute pause lavorative. Il peso non cala ma, almeno, conservi un minimo di tonicità muscolare. I messaggi sono dosati, così i vocali, le parole centellinate, scartavetrate per evitare manomissioni.  I consigli eloquenti e i silenzi altrettanto di chi, davvero, ti sa ascoltare. La pandemia non ci ha reso migliori, è vero. Ci ha inasprito tutti, crepato certezze, sicurezze sentimentali. Però, un unico aspetto di inconsapevole agio ce lo ha restituito, anche se non richiesto. Ci ha costretto alla sintesi ed è un’acceleratrice d’efficacia. Rispetto allo spazio e al tempo angusto. Ci ha costretto alla praticità. Nel sistemare le idee, fare ordine nei pensieri e scegliere o non scegliere. Una dimensione coatta dal virus, a tratti penosa e dolorosa, ma sicuramente efficace per sopravvivere. Se in tempo di pace apprezzassimo le relazioni, le manifestazioni dell’esistenza come fossimo in questo perenne stato di guerra vivremmo cento vite, appieno, senza alcun rimpianto. È come pretendere da una persona anziana una reazione puerile, un ragionamento infantile, e dal bambino la serafica saggezza portata dal tempo. Insomma, è difficile, quasi impossibile re inventarsi nello stesso tempo e nello stesso spazio. Gli unici che conosciamo, questi. Eppure, continuiamo ad occuparci la mente lavorando, correndo, parlando, dedicandoci anche al nulla, al riposo forzato con la consapevolezza di doverlo sapere fare. Strategie di sopravvivenza, le uniche ammesse, ai tempi del Covid. Poi ci sono le preoccupazioni, le malattie, i controlli, la vita biologica che prosegue la propria marcia a tratti pericolosa, a tratti innocua, comunque noncurante di quanto desideriamo e ci accade intorno. E allora è necessario conservare le energie e, se non ce le abbiamo, muoverci come automi per scavalcare la giornata senza perdere quel minimo equilibrio ed empatia con l’ambiente. Non so quanto potremo ancora continuare a raccontarlo questo tempo, e come. Augurandoci di restare in salute il più a lungo possibile. Abituarci a galleggiare e scavalcare domani: una banalità espressa in modo così essenziale e semplicistico, così difficile da concretizzare ogni giorno. Difficile senza sentirne la vacuità, la pesantezza, la recita quasi istituzionale e morale che ci ripetiamo come un mantra. Noi che, al contrario, abbiamo sempre predicato la qualità e laicità della vita, ‘ché vivere non è necessario ma una scelta continua e consapevole che rinnoviamo a noi stessi, da non fare ad ogni costo, patendo qualsiasi dolore. Noi che abbiamo sempre predicato la libertà e l’autodeterminazione. Difficile continuare a galleggiare, scavalcare domani riempendoci di azioni e interessi che si usurano, ripetere vuoti mantra. Difficile per chi di tempo, sempre lo stesso, ne ha troppo per riempirlo con l’assenza improvvisa di lavoro. Gli affetti ci trattengono, il carattere, quell’imponderabile e salvifico slancio alla sopravvivenza, la voglia di tornare quanto presto alla vita di prima. Tutto il resto è inutile sovrastruttura e strategia.

David Giacanelli

Già, quello che manca è equilibrio. E l’immagine del nostro Paese in bilico non è mai stata così azzeccata come in questo momento storico. In bilico politico, ideologico, in bilico tra strumentalizzazioni, istinti primordiali, sentimenti che accelerano in iracondia e assenza del contesto, della percezione completa e anche solo parziale della realtà. Siamo vulnerabili da ogni lato: per la pandemia, per la Politica divisa e divisiva, per l’opacità delle case farmaceutiche denunciate per i loro ritardi nella consegna dei vaccini. Ognuno fa il proprio gioco ma, ancora una volta, è evidente che nessuno sa di che entità e quanto grave è lo stato nel quale ci troviamo da oltre un anno. Ne conosciamo i numeri, ogni giorno, che ci ristagnano in una prolungata precarietà e dolore. Le varianti sudafricana, brasiliana e inglese del Covid hanno poi inferto un ulteriore colpo ad una scialuppa in bilico, sulla cresta di un’onda portata da un maremoto. L’immunologo Fauci asserisce che il vaccino Moderna, quello americano, è capace anche per la variante sudafricana e inglese. Della brasiliana, sbarcata in Italia con un primo caso a Varese oggi, non c’è invece alcuna certezza. I fondi arriveranno, non sappiamo con certezza se dirottati bene, se le richieste sono state indirizzate, meticolose e precise, laddove Confindustria e Sindacati hanno sempre auspicato. Per la creazione di nuovi posti di lavoro, di attività produttive ma, allo stesso tempo, il salvataggio delle troppe disoccupazioni, ad incentivare e protrarre la cig e bloccare ogni possibilità di licenziamento durante la pandemia. Una visione che manca, quanto l’equilibrio. Lo dice Confindustria oggi, dell’incongruità delle risorse richieste e loro destinazione. Si torna a parlare di facile assistenzialismo, di interventi massicci ma confusi e privi di regia, appunto. E le forze politiche non aiutano. Mentre si dimenano nell’arte della res pubblica, in poltrone e geometrie cangianti per arrivare alla conta che tutti soddisfi, che garantisca la sopravvivenza del Governo, che comunque auspichiamo, la gente impoverisce muore. Non sono luoghi comuni, è realtà che ogni lettore è stanco di leggere e considerare, come in guerra ci si abitua a galleggiare e sopravvivere. Tornare al voto, in questo momento così delicato, avrebbe dell’inverosimile. Indugerebbe nell’immagine di una Politica ancor più distante dalla realtà. È tempo di una coalizione, qualunque e allargata, che ci conduca almeno ad una parziale uscita dal tunnel nel quale rimestiamo e affoghiamo. E con noi i nostri cari, le famiglie, gli amici, gli amici degli amici e i parenti che hanno perso la propria vita. Non è tempo per misurarsi in campagne elettorali, ma per sperare che una ripresa, prima o poi, arrivi. E se non basta la buona educazione, l’onestà, l’essere brave persone senza una cultura politica corroborata da esperienza e tempo di cui pure si avverte enormemente l’assenza, ogni alternativa all’esistente produrrebbe solo altro odio e divisione. Rallenterebbe, ulteriormente, l’accesso e la gestione dei fondi europei. Un Paese funambolo, sempre in bilico.

David Giacanelli

Un racconto controcorrente è un racconto che descrive una storia serena e carica di speranza. A trovarne, già. Di gente in continuo movimento ne vedo. Non di quel flusso che comporta assembramento, discutibile sicurezza per gli altri, ma di idee, progetti e lavori. Insomma, tenersi occupati diventa spesso lo strumento per non pensare all’intorno: il punto da fissare e sul quale dirottare tutte le proprie energie per non mettere a fuoco la drammaticità del momento. D’altronde, chi conosce davvero le conseguenze di quanto stiamo vivendo da qui a un anno? I disoccupati, i parenti delle persone morte per Covid, chi è in cassa integrazione. I nuovi poveri che il Covid ha destabilizzato, sottratto a uno stato, almeno, di sopravvivenza dignitosa, di apparenza ancora rassicurante. E tutti gli altri? Nevrotici, si muovono come criceti sulla propria ruota. Si connettono sempre e indottrinano di contenuti, immagini, numeri, notizie sparse pur di tenere occupata una mente che non riesce più a selezionare, a distinguere, a filtrare il davvero importante dal futile. Come si connettono si disconnettono, provando un profondo senso di colpa: interrompono l’ingranaggio, il flusso continuo di operosità e lavoro che ne testimonia capacità e resilienza. Ai loro occhi e alla loro mente. Come fossero, sempre, sotto un esame, la lente d’ingrandimento. Come decidono di sottrarsi dalla rete della dipendenza che è anche sopravvivenza, sale l’ansia, si manifesta l’irascibilità, la facile collera, l’improvvisa stizza verso il mondo e ogni interlocutore dissimuli la stessa vacuità e inquietudine. Non c’è un modo, mi chiedo, per affrontare bene una pandemia.  Solo la raccolta delle energie residue, di cui si dispone, per opporle ai numeri, agli aggiornamenti. Un’atavica risposta felina, animale, alla vita. Poi c’è la lettura a salvarci, i racconti, quelli letti e raccontati, quelli registrati. Per occuparsi e occupare il tempo della gente, di chi sta a casa e vorremmo ci restasse per sempre. Perché il virus in nessun modo possa aggredirla. Ma ognuno si sta sulla terra, trafitti da un raggio di sole che vogliamo viverci appieno, ed è subito la nostra sera. Allora c’è che ognuno decide, consapevolmente, quand’è l’attimo della propria sera: un’equazione tra qualità della vita, possibilità, desideri, bisogni, ostacoli e sacrifici. La somma algebrica dei più e dei meno scaturisce il nostro, inevitabile, sentimento di vita. Poi c’è il carattere, indefesso baluardo che si frappone agli eventi, li fronteggia e accoglie, si fa scalfire, erodere, smussare, crepare, ma se decide prosegue la sua corsa anestetizzato al dolore.  Di storie, però, ce ne sono. Una storia, una persona. Persone che per molto poco hanno mangiato, si sono svegliate, riprodotte, hanno lavorato e ricoperto ruoli indigesti. Sono andate avanti nonostante tutto. Perché andava fatto, perché questo era capitato e non avevano avuto troppe occasioni, scelte professionali, alternative per intraprendere strade differenti. È sempre decidere dove stare, da quale lato schierarsi, se stare in una qualsiasi parte. Prima e dopo il Covid. Quest’ultimo anno ha solo esasperato tutti, ci ha provati e reso consapevoli della oggettiva vulnerabilità che non possiamo ostacolare. Quando siamo tutti egualmente deboli, consapevoli dei meccanismi mentali e psicologici che ci frustrano e mettono in difficoltà, capiamo di essere parte di un tutto così vulnerabile da toglierci il respiro. Ci specchiamo, ognuno, nelle paure dell’altro. Senza specchio riflesso, che non siamo più ragazzini.  Siamo differenti ma uguali negli effetti più importanti, nel risultato della somma algebrica della vita. Nella somma c’è il Covid e questo prescinde chi siamo, da dove veniamo, che carattere abbiamo o decidiamo di opporre. Già. Io leggo come il criceto si affanna sulla propria ruota. Leggo e dimentico, costruisco e disfo, riempio e libero. Soprattutto dimentico. E questo mi preoccupa, ma so che non è patologico, piuttosto la risposta al bombardamento, continuo, delle percentuali, delle variabili, dei virus mutanti, dei vaccini che arriveranno, delle persone che oggi ci sono e domani anche altrimenti non so come sopravvivergli, di quelle morte e ammalate. Allora passo da un racconto della Deledda a uno di Borges, e mi sento davvero “Feel good” come nel romanzo di Thomas Gunzic o in un racconto spirituale tra Dino Buzzati, Guy de Maupassant, Rainer Maria Rilke, Carver e la Ginzburg. Li mescolo tutti, li mischio, li ricordo e dimentico. Poi ogni giorno mi ritaglio il mio arco temporale di corsa, non ancora un’arte, non ancora terapia per accantonare alcuni pensieri e sviscerarne altri. Non ancora come quando nuoto e spingo fino a farmi male, a togliermi il respiro, a battere il tempo coprendo vasche. Tante e veloci, che mi faccio anfibio e ogni problema lo risolvo e smonto a fine allenamento. È Natale, ma è un periodo qualsiasi, un giorno come gli altri dove ci imponiamo la disconnessione ma è difficile riempire il vuoto, improvviso e duraturo, con i nostri sentimenti. Ci sembra troppo poco, invece dovrebbe essere sempre così, e senza una pandemia in atto. Non sappiamo più vivere la normalità né elaborare a sufficienza la paura. Intanto mi godo i piccoli neon sul finestrone e le crisalidi opalescenti sul ficus Benjamin. Un silenzio strano come il piezometro, fuori, illuminato di rosso. Deve passare un’altra nottata.

25stilelibero

25stilelibero

Quello che non è più ammissibile è il negazionismo. Sono bastati i mesi di reclusione, capire che nessuno è immune al Covid: giovani, anziani, persone adulte e meno giovani. Un virus trasversale al genere e all’estrazione sociale, che colpisce tutti senza avvertimento. E, diciamocelo, le poche certezze tristemente raccolte sono quelle che ci assicurano una qualche protezione in più dal virus, ma del quale, ancora, molto poco si conosce. Altrimenti non ci ritroveremmo qui, a parlarne ogni giorno. Così non parleremmo del collasso delle Sanità Regionali, i numeri dei contagi e gli ammalati che riempiono tutti gli ospedali esistenti e quelli creati ad hoc. Gli alberghi tramutati in ospedali, i tendoni campo allestiti. Non è stato tutto previsto, nonostante fosse, tutto, prevedibile. Almeno nella seconda ondata, dopo l’estate caotica. E comunque, difronte un trauma e un nemico così feroce, che abbraccia un mondo intero, se non si possono fare pronostici, ci sia arma come per affrontare un conflitto mondiale. Oggi paghiamo i ritardi di una mancata o sbagliata comunicazione, di un’assenza di regia comune tra Governo e singole Regioni, con i propri Governatori in ordine sparso. Ciascuno con il suo verbo, il suo sdegno. Comitati scientifici e medici da una parte, che hanno gridato il proprio dolore disperato, che denunciano l’impossibilità e incapacità delle strutture sanitarie ad accogliere altre persone, Governo e Ministri dall’altro che edulcorano o aggravano la situazione secondo il nuovo Dpcm che sta per essere scritto e imposto. Secondo il colore che potrà assumere la propria Regione. Insomma, la percezione è di vivere nella gravità che non si riesce a circoscrivere, a descrivere e comunicare, se non nella sofferenza delle morti e dei famigliari che le sopravvivono. Alla morte. E’ qualcosa che ci è sfuggito completamente di mano, ha alterato la nostra percezione, disturbato i nostri sonni, diventato molto più di una paura. Ci sono le percentuali, gli studi e le informazioni: ‘ché non smettiamo mai d’informarci. Anche nella indeterminatezza. E questo aumenta l’ansia e il sentimento di sospensione. Però, una incontrovertibile verità è sotto gli occhi di tutti, nei numeri delle terapie intensive, dei morti per Covid dallo scorso inverno. Di Covid si muore, anche facilmente. La curva del contagio può assumere anse diverse, accelerare o rallentare, così l’indice del contagio, così il numero dei morti, comunque si muore. Pertanto, che il Covid non esista o sia frutto di un complotto bisogna avere parecchia demenza e ignoranza per continuare a sostenerlo. Così le teorie complottiste. Eppure le immagini delle barelle di Bergamo hanno fatto il giro del mondo, così delle file ininterrotte di ambulanze, gli abbracci spezzati, le morti in solitudine, i parenti che non hanno potuto congedarsi dai propri genitori anziani, i cari. Tutto questo è realtà che andrà metabolizzata, dolore inesauribile da lavorare. Perciò almeno i negazionisti, coloro che sono contro i vaccini, contro ogni misura scientifica che consenta almeno un baluardo in più rispetto al pericolo del contagio, che ritengono la pandemia un disegno ordito a tavolino per diminuire le nascite e riproporzionare il numero degli abitanti sulla terra, e altre eterogenee fandonie, che tacciano. Che possano fermarsi un attimo a riflettere profondamente, che possano studiarli questi numeri, e confrontarsi con gli epidemiologi. Basta teorie strambe, come vederli arroganti e pericolosi, per le strade, non indossare la mascherina con strafottenza. Questa è, solo, pericolosa ignoranza.

Qualche mese fa immaginavo, tra me e me, che sarebbe stato possibile scrivere a prescindere dal Coronavirus. Che, anzi, bisogna non scriverne perché ne avrebbero scritto tutti: i saggi di saggi, populisti e qualunquisti avrebbero improvvisato opere intrise di anatemi e previsioni strambe, poi gli autocompiacenti complottisti e negazionisti, gli indomiti e ossessivi terrapiattisti. Un profluvio di diari di viaggio, di romanzi e pseudo tali, di poesie e produzione tanta, letteraria e non. Saremmo stati ingolfati dal flusso ininterrotto dei numeri e delle percentuali, ci saremmo fatti canali percettivi esautorati. Inoppugnabile il sentimento di smarrimento e impossibilità, impotenza che progressivamente ha colto tutti. I salotti televisivi dove autorevoli epidemiologi riescono a trovarsi in disaccordo e la Politica che strattona il virus dalla propria parte per raccogliere consenso ci isolano nell’isolamento. Basta, mi dicevo. Meglio il silenzio o parlare d’altro, sforzarsi di scovare le buone notizie, dare un segnale differente. Poi le curve sono tornate, con la tanto temuta fase due, prevista ma non in questi termini. Una fase che ha posto a dura prova ogni tentativo di discontinuità sentimentale e narrativa rispetto alla fase iniziale. Il virus è più potente e le vie di trasmissione, molteplici, poco note. Non bastano più ragionamenti e sillogismi, né le buone pratiche comportamentali, né gli approfondimenti e gli studi pubblicati su autorevoli riviste scientifiche. Abbiamo visto ammalarsi i vicini, senza apparente motivazione, anelli di separazione rispetto al virus farsi più piccoli, distanze minori, affanno maggiore. È il virus che ci insegue. Dobbiamo smettere di correre, ma isolarci, ahinoi, il più possibile, senza alienarci psicologicamente ed esperienzialmente. È possibile tutto ciò? Isolarci per non ammalarci, ci rende deboli d’animo e di ragionamento. E allora è impossibile prescindere la propria narrazione dal virus. Ogni romanzo scritto, sceneggiatura pensata, diario di viaggio, rappresentazione, produzione letteraria se non lo avrà come protagonista lo avrà come sfondo fisso: il Covid. Continuiamo a covare l’ansia per le persone più esposte, i genitori, gli amici, gli amori più cari. Viviamo il timore del contagio, di cadere malati o, peggio, di essere inconsapevoli untori. In questa dimensione è difficile trovare altri argomenti e soffermarsi sui dettagli del quotidiano per allentare la tensione. Difficile provarci senza risultare superficiali o disconnessi dalla realtà, privi del senso del contesto. Allora speriamo di cavarcela, attenti fino allo spasmo, regalandoci attimi di serenità laddove possibile, sempre in sicurezza. Aneliamo continuamente di normalizzare questa guerra. Protagonista è lui, ma con gli aneddoti che spontaneamente il quotidiano gli contrappone, qualche attimo di insperata distrazione è forse possibile. Ah, una nota non troppo leggera, ma che ci fa guardare altrove: ho scommesso sulla vittoria di Biden. Un pranzo, ormai poco possibile se non anch’esso in strasicurezza, con mio padre.

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La signora era piena di occhiaie e il viso attraversato di episodi. Ne avrebbe potuti raccontare a bizzeffe. Eppure quel che mi stupiva e riempiva di serenità era proprio l’averla conosciuta giovane, nell’acme del suo splendore, averne potuto vedere la trasformazione nel tempo, appena accennata all’inizio e dirompente negli ultimi anni. Gli occhi erano sempre belli, le parlavano prima delle labbra e della elaborazione del pensiero. Il caschetto perfetto, bianco, le incorniciava un viso pieno di vita. Ma com’è un viso pieno di vita quando tutto ti sembra immobile, un anancastico rimestare prima di agire? La signora sembrava sovvertire e avere avuto il potere, parziale, di opporsi alla natura, ad un presente più tranquillo e ordinario. Aveva osato, era stata umiliata, schernita, ma aveva raccolto molti successi personali, aveva costruito un’agiatezza per sé ed i suoi famigliari, non indifferente. Ora continuava a controllare figli e nipoti e le generazioni della sua famiglia roteavano attorno a lei, che sempre aveva posto e risolto i problemi, dispensato consigli, di più, era stata persuasiva su ogni decisione importante. Qual è il segreto di restare sensibili ma allo stesso tempo decisionisti, di osare e cambiare la routine della propria esistenza pur essendone travolti, anche dall’eco più lontano? Cosa e chi ci dà la forza e la nitidezza per capire che è tempo di cambiare e impone un’accelerazione verso un’altra direzione, antitetica a quella sempre perseguita? In alcune persone funziona. Non necessitano di troppo tempo per pensare ed elaborare il cambiamento continuo e la crosta che li distanzia da ogni possibile sconfitta, delusione e incomprensione, fino ancora la noia, è così spessa da fargli catalizzare sempre nuova energia e stimolo alla nuova sopravvivenza. Mi piacerebbe sapere invecchiare così, accettare tutto e viverlo soprattutto di impeto, senza indugi e sovrastrutture, senza rimorsi e timori di fare male o del male incautamente. Mi agito per restare spesso immobile, che è una certezza di questi tempi, così liquidi. Però crescendo e specchiandomi in quegli occhi verdi, ospitati sotto la falda larga di un canapa bianco, all’ombra di una giornata assolata, mi rendo conto che bisogna sapersi vincere, spezzare la naturale conservazione di sé, delle proprie abitudini e consolidate attitudini. Voltare pagina per voltare mondo ed esistenza, cercare nuovi linguaggi, persone con le quali relazionarsi. È necessario farlo quando è necessario raccogliere, È un anno di cambiamento. La signora lo sa e mi racconta quali sono le sue ultime preoccupazioni. Vorrei poterle somigliare nel coraggio e determinazione di mozzicare gli obiettivi, andarsi a prendere ciò che le spetta. Ma dopo una stasi apparente, il dilatarsi dello stesso orizzonte, rimugino sulle mie asperità, sui nodi noti, e agisco. È raro, ma quando accade, sempre risolutivo. Ecco come mi avvio al termine di questa incredibile, assurda estate. Con la pretesa di chiedere e andarmi a prendere, almeno, ciò che mi spetta. La signora Rosa lo fa da una vita senza chiederselo. 25stilelibero

In questa estate difficile e complicata, nella quale siamo accompagnati dalla certezza che niente sarà più come prima, che la guerra deve ancora terminare, che continuiamo a galleggiare come meglio possiamo, assisto Nancy per caso. A fine giornata, faccio un salto al mare, per prendere il sole e il bagno migliori, quelli tenui, dai colori e riflessi rossi del corallo, che riscaldano senza bruciare, che pettinano i pensieri e ti fanno vedere tutto estremamente chiaro. Dilatato. Proprio in questa parentesi della giornata, in cui le cicale si calmano e il tono della voce di ogni essere vivente si abbassa, come avesse disperso troppa energia durante il giorno e dovesse entrare in una fase di compensazione, in questa luce qui, un capannello di persone, ai miei piedi, si ferma e comincia a fissare un punto all’orizzonte, dietro le mie spalle. Mi volto e vedo per terra una ragazza, svenuta, e assieparsi molta gente nel tentativo di capire e prestarle soccorso. È insabbiata e i suoi movimenti muscolari intermittenti. Dalla bocca le esce saliva e i suoi enormi occhi tondi restano chiusi, come avesse le palpebre cucite. Mi muovo anche io, corro, e assieme ad altre sei persone la trasportiamo su di un telo da spiaggia alla barella della ambulanza che, chiamata da uno dei soccorritori, nel frattempo è arrivata. Coma etilico. Nancy ha bevuto talmente tanto, dall’ora di pranzo, sotto un sole cocente di una estate pandemica, facendosi accompagnare da litri di birra e accenni di danza. Fintantoché non è svenuta, a terra. Accanto la sua bambina piccola è stata allontanata e solo un signore abbastanza attempato si è preoccupato di seguire tutte le operazioni di salvataggio, di assicurarsi che la donna ricevesse un’adeguadata attenzione. Marito? Padre? Fratello? Amico? Semplimente l’unico, di un folto gruppo di persone in preda all’ossessivo ballo estivo, al mantra catartico e liberatorio della vita, dalla costrizione e dalla difficoltà, di chi galleggiava già prima del Covid. Si è accreditato come suo conoscente. Nel frattempo, le hanno misurato il battito cardiaco, debole, a un tratto assente e noi appesi alle sue espressioni, alla speranza di un segnale, una reazione, uno stimolo di rivalsa. Eseguite tutte le manovre di urgenza. Trasportata in barella in codice rosso. Dice mio padre che se non ha rilevanti problemi cardiaci o qualche patologia pregressa dovrebbe cavarsela. Ma nessuno di noi lo sa e saprà. Questa estate a tratti bella, a tratti suggestiva, a tratti triste e maledetta ci mette di fronte la morte e l’assenza di spazio tra noi e la precarietà, come aumenta la distanza rispetto a una visione, prospettiva, obiettivi tangibili. La seconda volta dall’inizio dell’anno, che mi capita. Vedersi spegnere le persone accanto. Non puoi far eniente, solo abituarti al pensiero che ci siamo in un attimo e risplendiamo sulla terra per non esserci più, all’occorrenza e con l’incidente, un attimo dopo. Solo maturando acquisisci la consapevolezza di quanto labile e sciocco sia il filo che ci unisce alle altre vite e alla nostra. Lo diamo per scontato, finché non ci tocca: noi e le vite dei nostri cari. Il giorno dopo, il gruppo di Nancy non è più sulla spiaggia, niente musica di sottofondo e una grande superficie vuota. È il giorno successivo ancora la sua comunità non sosta più sulla spiaggia. Ce l’avrà fatta Nancy? Spero di sì. Per la sua bambina, per se stessa, per questa strana estate che passerà, come tutte le altre, e speriamo di tornare a viverla con più libertà. 25stilelibero

Aspettando di cominciare a lavorare, dandoci dei termini di auto disciplina, altrimenti da smart il lavoro muterebbe in dipendenza definitiva e ininterrotta, perdendo ogni misura mi trattengo qualche minuto sul tavolino del solito bar. Oggi sono uscito di fretta, e per la prima volta ho dimenticato la mascherina a casa. Pertanto sono sempre rimasto all’esterno e a debita distanza da tutti. Accanto al mio tavolino ce ne erano altri due. Su di uno sedeva una signora azzimata, sulla sessantina, sull’altro due operai in pausa. La signora comincia a chiamare e per via dell’età e probabilmente per farci partecipi della sua esistenza, parla ad alta voce. Strilla e usa il viva voce come non si esprimesse da mesi, come dovesse ricominciare ad articolare, emettere parole, fare funzionare le mandibole, affidare la propria riabilitazione al cellulare. Penso che saranno convenevoli, con un’amica che vive in Sardegna, saluti cordiali e più o meno superficiali. Niente di troppo personale. Invece la conversazione si infittisce e spalma su diversi argomenti. La signora si lamenta perché è sola, non ha più nessuno, se non un figlio grande e un nipote. Il marito non ce l’ha, perché l’ha lasciata per risposarsi con un’altra alla quale fa le corna, così dice esplicitamente all’amica. Ribadisce che avrebbe bisogno di compagnia. Le sue poche amiche partono per l’estate o sono sposate, che vuol dire che non dispongono del proprio tempo in modo illimitato e pulito. I rispettivi mariti le controllerebbero a distanza. Alla signora che si confida con l’amica, piacerebbe che quest’ultima vivesse a Roma invece che a Tortolì, in Sardegna. Piacerebbe averla ogni giorno, di persona, poterci parlare e passeggiare. Per le strade di Roma. L’amica la ringrazia e le dice che le ha fatto una vera dichiarazione d’amore, e che lei l’apprezza. Perché alla loro età, trovarsi anche a distanza ma potersi parlare da donne libere, senza inibizioni e condizionamenti, è raro. Il matrimonio ingabbia in una naturale dipendenza di presenze che sottraggono tempo e attenzioni. Le due amiche si vogliono un gran bene, perlopiù a distanza, e mentre la signora sarda comincerà la propria vacanza dall’altra parte dell’isola, con famiglia e amici annessi, la signora romana resterà sola. Sola, nella sua città dove ogni giorno la va a trovare una donna che l’aiuta a casa, a fare ordine e riempire i vuoti e le fa la scrittura. L’ascolta, le predice il futuro, la rassicura, colma quella solitudine. Impressiona sentirla parlare, per l’ingenuità mista al vigore con il quale parla all’amica, dall’altro capo del Tirreno. Le ha detto che la sua vita sentimentale non si è conclusa lì, che incontrerà un uomo maturo con il quale invecchiare e del quale si innamorerà. La signora tutto fare della quale ha mantenuta la scrittura, poco leggibile, dove c’è scarabocchiato il suo futuro è sospesa tra la magia e la certezza di una presenza. Sotto l’influenza ipnotica di chissà quale spirito che ha guidato la mano incerta ma poderosa, la maga ogni giorno consuma il rito, si fa curatrice. La signora al telefono, a tre metri di distanza da me, non si vergogna affatto di urlare ad alta voce quanto la riguarda e la sua solitudine è così profonda che spera qualcuno possa coglierla e provare ad immaginare come ci si possa sentire. 25stilelibero

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