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Oggi stavo facendo una colazione veloce, prima di andare in ufficio, e un uomo con aria mesta, alto e dinoccolato mi si avvicina sbandando. A vederlo bene in viso ha l’espressione di chi non riesce a mantenere la concentrazione dello sguardo e, probabile, della mente per più di qualche secondo. È chiaramente ubriaco, ma sta aspettando di potere cominciare a lavorare. Lo vedi quanta gente c’è che fatica a stare al passo con i tempi, che non possiamo tenere sotto controllo e, anzi, dobbiamo imparare a riconquistare disconnettendoci. Il tempo, ovviamente. La sottrazione è l’unica sana via d’uscita da processi che non possiamo controllare. Parzialmente disconnessi possiamo vivere appieno le nostre priorità. Raccontiamocelo, però, che due anni di pandemia hanno incrementato il numero dei poveri per le nuove disoccupazioni, l’inflazione galoppante e le molte attività, grandi e piccole, che hanno chiuso. Sono aumentati i rapporti di lavoro irregolari e a tempo determinato, come ha certificato bene l’Istat. Il reddito di cittadinanza, migliorabile, alla fine ha costituito un argine importante nella povertà dilagante. Raccontiamocelo della gente indigente, che fatica a vivere con meno di mille euro al mese, e che se portici e strade, piazze sono gremiti di clochard non è com’è sempre stato. Tra immigrati, vecchi e nuovi senza tetto sono sempre più le persone costrette alla strada. C’è sempre meno sicurezza ed è difficile tracciare tutti i disagi sociali, fisici e mentali, che si allargano a macchia d’olio. Raccontiamocelo più del quotidiano sciorinamento dei dati sui contagi da Covid e sui conflitti bellici oltre ai dissesti ambientali cui la stampa è ossessivamente attaccata. I territori, anche quelli dove abitiamo normalmente, stanno cambiando. Raccontiamo e raccontiamoci delle nuove violenze, disperate, generate dai nuovi emarginati sociali. Dei comportamenti sociali fuori controllo, che notiamo di continuo e ci chiediamo se siamo i soli a notarli. No, non è normale. Nessuno di questi comportamenti è normale, né possiamo far finta che lo sia fino alla prossima disgrazia. Per non parlare degli spostamenti urbani: le macchine e gli scooter sono lanciati a velocità inverosimili, non curanti di segnaletiche, di possibili continui incidenti. I pedoni che, distratti, rischiano continuamente la vita o che, pervicaci, attraversano con la sigaretta in una mano e nell’altra il cellulare in modalità video chiamata. Possibile tutto emerga dirompente solo ora? Accelerato nella sua frenesia, inquietudine, iperconnesso e distopico. Come il tentativo di essere sempre tecnologici, in grado di gestire il quotidiano attraverso un’app. La frenesia di rincorrere tutto lo scibile per non restare indietro, quando disconnetterci e razionalizzare che esiste ancora dell’altro è, invece, l’unica salvezza che ci resta. I nuovi dropout li osserviamo increduli e spaventati, perché sono una enormità. Si esplicita poco e senza vigore la “nuova” esistenza nei “nuovi” territori, probabilmente si suppone ci si debba abituare a tutto. Sarebbe invece opportuno parlarne, anche solo per includere e spiegare nuove dimensioni “fuori controllo”. È triste e penoso, certo, ma la pandemia ora si porta dietro nuove conseguenze, sociali ed economiche, tangibili. Un enorme disagio e un degrado sociali. È bene sviscerarli il più possibile se auspichiamo, tutti, di conviverci e magari superarli. Due anni dopo siamo circondati da nuova instabilità, oltre quella tracciata, e negarlo e camuffarlo non parlandone a sufficienza non serve a niente, dobbiamo anzi imparare a porci per primi in modo differente.

Contro la solitudine ora la vicinanza, forse in alcuni casi anche amicizia. Di prossimità o storia rispolverata. La pandemia ci ha allontanati e segregati. Poi il ritorno ad una certa normalità, pur con varianti in circolo molto contagiose e l’indice ancora alto. Però di ritorno si tratta: alla vita in tutta la sua complessità. Dribblando Omicron 5, abbiamo ricordato cosa significa sperare, coltivare sogni, anche solo piccoli desideri, acconciarci ad un presente nel migliore dei modi possibili. Siamo certi che sopravvivremo a tutto questo. Non lo stiamo ancora raccontando, manca una elaborazione degli ultimi due anni, ma non fingiamo che non sia accaduto niente, né scimmiottiamo modelli culturali e comportamentali antichi e inadeguati. La crisi e sua metabolizzazione ci hanno cambiati e mostrati per quel che siamo, non migliori e non peggiori, ma certo non resilienti. Piuttosto degli oppositori, rivoluzionari in percentuali differenti, contrastanti una cultura sbagliata e supina rispetto agli stravolgimenti economici e sociali che hanno cavalcato e seguito la pandemia, così il mondo del lavoro, una comunicazione ossessiva e farraginosa, rapporti sociali devastati. Una volta riemersi, con tutto il dolore e vissuto, abbiamo rotto dei meccanismi che innescavamo da sempre, plasmati su modelli sbagliati che presupponevano il continuo sacrifico del singolo ed il suo annientamento. Siamo tornati un po’ più liberi, recalcitranti, attenti analizzatori delle pieghe sbagliate della nostra esistenza. Un po’ più senza controllo, rinnovati in libertà, più autentici, reduci da battaglie, concentrati perciò sull’essenziale, su ciò che davvero acquista importanza per noi. Sentirsi profondamente, contenersi, riappropriarsi di tempo e spazio sono tornate ad essere azioni imprescindibili del nostro essere e agire. Abbiamo ridisegnato la grammatica di tutti i nostri rapporti e relazioni: dalle sentimentali alle sociali. Come riscrivere una pagina dell’esistenza. Per quasi tutti, anche per chi non si è posto il tema, è cominciato il tempo dell’elaborazione. Vivere per raccontarla, diceva Garcia Marquez. Manca il nostro racconto.

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Dal provvedimento della Corte Suprema Usa sull’aborto all’annullamento del Pride ad Oslo per un attentato ancora da definire nelle motivazioni, così la crescita dei numeri dei femminicidi e delle violenze domestiche in genere, non ci lasciano tranquilli. Ci riprecipitano nell’allarme. Perché penseremmo che con una pandemia di ritorno mai debellata, una guerra la cui evoluzione ci lascia più di una probabilità ed ipotesi, almeno sui diritti dovremmo stare tranquilli. Usufruire di quanto già riconosciuto e ampliare la maglia coprendo le lacune di tanti anacronistici sospesi. Perché i diritti non c’entrano niente con le guerre, né con le pandemie, né con le condizioni e manovre economiche di un Paese. C’entrano invece con la sostenibilità, con l’inclusione sociale, con gli obiettivi delle principali Agende europee. Lo abbiamo ripetuto negli anni. I diritti non pesano se non nell’accelerazione di consapevolezza e cultura che definisca una Società in tutte le sue pieghe ed evoluzioni. Non è ammissibile ancora parlare di ius scholae, di necessità di difendere l’aborto, di eutanasia, di legge sull’omotransfobia. Siamo in ritardo sui troppi temi e, ancora una volta, non può essere delegato il tutto alla maggioranza numerica del legislatore, piuttosto al buon senso. Si parla di diritti sotto campagna elettorale o difronte l’ultima efferatezza che ci costringe alla riflessione, l’ultimo dato sciorinato dalle agenzie di stampa. Difendiamoli questi diritti, in attesa di auspicabili tempi migliori, non con la resilienza, ma con un moto di opposizione, di sana protesta contro la dominante incapacità di elaborare il cambiamento, di ascoltare la società nella sua complessità. Estendere diritti e allargare le maglie dei riconoscimenti migliora la Società, la potenzia nella sua inclusione invece di dividerla e creare altre contrapposizioni sociali.

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Tra i diritti dei quali si parla sempre più, c’è quello alla disconnessione e alla organizzazione del tempo. Conseguenza della pandemia e anche del capitalismo più selvaggio, di una distribuzione iniqua del lavoro, è proprio il tempo e la gestione dello stesso, che si pone come discrimine tra le classi ed i ceti sociali più elevati e la stragrande maggioranza dei lavoratori. È discrimine tra una vita dignitosa, con un minimo benessere, e una vita “trasportata” e rincorsa, quando non subita. Non parliamo solo dei Rider, ma di tutte quelle occupazioni spietate, dove si viene retribuiti sui quantitativi prodotti, il numero delle consegne e corse effettuate, le quantità prima di tutto anche a scapito della qualità. Vivere di turni sfalsati, dove notte e giorno si confondono, provoca una diminuzione di concentrazione, di attenzione, il rischio personale della propria salute. Il sonno, pertanto, la corretta somministrazione delle ore del sonno, sono diventati un vero traguardo da preservare anche se dovrebbero essere diritto. Tutti i lavori che si dipanano su turni temporali affrontano questa tematica. Così i turni massacranti dei medici durante le pandemie sono un esempio eclatante. È uscito sull’ultimo numero dell’Internazionale un articolo successivo ad uno studio proprio sul sonno, del politologo Jonathan White. S’intitola “In difesa del diritto di dormire”. Se ne comincia a parlare in modo sempre più circostanziato. Di fattorini, operai e vite alienate. Lavorare di notte per riposare di giorno è, anch’esso, stressante oltre che alienante rispetto ai tempi istituzionalizzati di apertura di commerci, supermercati, negozi più in generale. Chi riposa durante il giorno non ha il tempo di reperire i beni di prima necessità. Si arriva alla desincronizzazione del tempo. Questa dimensione del tempo, per chi non può viverla come la maggioranza della popolazione, diventa il problema. La desincronizzazione del tempo lo è più spesso del sonno, quello minimo ed avviene anche con le crescenti insonnie, gli stati di ansia che hanno accompagnato tutti durante il lock down e le pandemie. L’insonnia va riconosciuta e poi convissuta. Combatterla pretendendo di controllarla, è come volere mantenere il controllo su ogni aspetto della nostra esistenza, che è già altra rispetto a noi e al passato. Certo ci sono medicine, cure, ma è importante dire che il sonno e la mancanza di sonno, personale o provocata, costituiscono uno degli aspetti più diffusi dei disagi odierni, scaturenti proprio dalla storia che abbiamo vissuto ovunque e trasversalmente negli ultimi anni. Cominciare a parlarne, come ad elaborare la nostra ultima storia è l’inizio per poterci accostare all’esistenza senza timore, costante paura di una qualche novità. Così continuare a rivendicare diritti, tutti, ma soprattutto la possibilità di vivere il nostro “tempo”, che è solo nostro, imprescindibile, e riguarda la sfera di bisogni inalienabili. Riappropriamoci del tempo, pretendiamo di disporne e che venga disciplinato. Avremo almeno contrastato gli aspetti più malsani e annichilenti di una perenne, patologica, connessione.

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Vivere restando appiccicati al computer o un qualsiasi altro dispositivo ha distorsioni comunicative. È diventato, spesso, sopravvivere in rete. Inseguire uno standard e un tempo dettato dagli altri, logiche dominanti e lontane.

Chi è del tutto scomparso, perché consapevole che di vita virtuale si potrebbe solo soccombere o peggiorare, chi invece ha cominciato a postare ogni giorno, anche più volte al giorno. Come a scandire il passaggio del tempo, provarsi e provare di essere ancora reattivo.

E così ci hanno spiegato proprio tutto: cosa dà fastidio, cosa è lungimirante, cosa è adorabile, cosa detestabile, in un manicheismo continuo.

Cosa mangiare, come vestire, cosa leggere, vedere al cinema, come ballare, le liste, gli animali domestici, i piatti fumanti e la porno vita è andata in scena non risparmiando, alla discrezione e al privato, quasi nulla. D’altronde, restare da soli con sé stessi, disponendo di poco se non una connessione ci ha portato a denudarci e, tra le sofferenze di tutti, le flessioni di umore, i problemi, a metterci in discussione e scomporci. È stata, nella tragedia che mai avremmo voluto vivere e leggere nelle cronache continue, un’occasione per percepirsi, davvero. Disconnettersi per ripensarsi o soccombere e continuare. Nel nuotare fuori corrente, si è potuto entrare in connessione con ciò che si è e può essere.  Difficile a dirsi e farsi. Sgomberare il proprio campo da tanti inutili rituali, frequentazioni occasionali ormai prive di contenuti, le aspettative degli altri. Recidere lacci e lacciuoli, pregiudizi personali, tornare ammaccati e diversi, ma più centrati e volendoci un poco di bene.

Sarà un abbaglio, una tendenza momentanea, riuscita a pochi, ma quanto benessere dal restare disconnessi? Non sparire per sempre, ma starci davvero poco, il tempo necessario, quello minimo che non ha mai la cadenza della quotidianità.   Nuotare fuori corrente, ciascuno con le proprie bracciate.

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La pandemia non è terminata, ma le infezioni preoccupano meno, per via dei vaccini. I parametri degli ospedalizzati, come dei vaccinati con terza dose  determina  i colori in base ai quali territorialmente rappresentiamo il nostro territorio e l’incisività del virus.  La curva non cresce più. Tuttavia il pericolo persiste, i contagi anche, e intaccano un 5% dei vaccinati con dose booster che si sono già ammalati una volta.

Tutto fa presagire che sopravvivremo al virus, ma dovremo continuare a vaccinarci dopo l’estate, con una quarta dose. Che il virus muta, non è più letale, ma cagione di un indebolimento generale e viaggia e contagia fulmineo.

È come se non contemplassimo, davvero, di potere tornare a parziali reclusioni, perché in cuor nostro abbiamo fatto il possibile.  Continuiamo a portare mascherine fp2 anche adesso, quando il decreto nazionale è stato superato, così lo stato di emergenza. Quanto possiamo costringerci?

L’insidia diversa e costante delle variabili ci restituisce una percezione sempre instabile del futuro. Allora raccontiamocelo. Non che andrà “tutto bene” ma che, di certo, nella migliore delle ipotesi ci prenderemo questa influenza almeno una volta l’anno in attesa, poi, di negativizzarci. Pesano le due settimane per riacquisire le libertà fondamentali, l’insidia sempre in agguato legata ad ogni spostamento e viaggio, dovere circoscrivere sempre le nostre libertà. Continuare a farlo senza potere tracciare una linea orizzontale che ci porti ad una somma ultima.  Pensavamo che le reclusioni totali fossero, oltre che necessarie, propedeutiche alla fine dei contagi. Al ritorno alla normalità. Ma non ci sono né ritorni né normalità. Sopravviviamo con l’emergenza che ci permea sempre, anche nei sogni che sono spesso incubi, quando non incappiamo in disturbi del sonno.  Allora ci anestetizziamo, impariamo a convivere con il dolore, senza che questo tutte le volte possa annientarci. Siamo e saremo addolorati: prima impariamo a leggerci per quel che siamo, prima riusciremo a sopravvivere al dolore senza spaventarci ogni volta. E non è disfattismo, ma estremo realismo. Come potere continuare ad essere noi, con tristezze e attimi di felicità e rilassamento, mentre tutto intorno complotta.

La nostra concezione dello spazio e del tempo sono cambiate: rispetto ai lavori, agli spostamenti urbani, agli incontri più difficili. Le relazioni sociali si sono fatte più rade e difficili. Ci si bacia e abbraccia poco, con malumore o quanto meno imbarazzo. Persiste un’innata diffidenza nell’accogliere qualsiasi persona terza. Insomma, siamo pieni di ansie e soprattutto con la pandemia, come con la guerra, non esiste una condizione di causa ed effetto. Ciò che incidentalmente accade senza essere prevedibile, ci prescinde totalmente.

Eravamo abituati a incontrare, con suggestione ma distanziati, scenari come questi nei film distopici di fantascienza, nei romanzi di genere. Oggetto di qualche visionario, abbastanza instabile mentalmente, capace di farci sentire davvero in preda al destino, a forze sconosciute, a virus feroci. Nulla più dipende dalla nostra volontà e sforzo. Ci chiediamo in quale vita possiamo vivere, se questa è una vita, se dobbiamo accontentarci. Se è possibile pensare di sopravvivere e basta. Però ne parliamo poco, nascondiamo molto. Molti sono ancora vittime della vergogna sociale: come sia disdicevole ammettere che si vive nel dubbio più totale, senza ancore, certezze, lavoro, un domani.  Chi si aggrappa al lavoro finendo in burnout. Chi cambia la propria percezione per cui si sente indispensabile rispetto all’imponderabile. Il silenzio rumoroso e spesso strategico, borghese, l’atteggiamento involuto di non volere accettarsi deboli e finiti, comunque nell’incertezza. Se la difficoltà è oggettiva, non si può scegliere. Non c’è sempre determinismo. Fare finta di niente e nascondere nella propria intimità, privata, ogni estraniamento è proprio l’atteggiamento anacronistico e anti storico. Così come lo erano i modelli comportamentali abbinati al genere, affogati nel pregiudizio, ma duri a morire: quello della forza e del controllo ostentati nonostante tutto. Perché gestire emozioni e dolori apparteneva a una visione machista, patriarcale, verticistica quanto antica del mondo. Come sempre ascoltarsi intimamente è l’impresa più ardua. Capirsi e sentirsi, anche nel dolore, ci aiuta a ricongiungerci e accettare quel che ci fa bene. Dobbiamo parlarne e elaborare. Di come abbiamo vissuto questi due ultimi anni, relegati in casa, con tanti divieti. Poche le spinte a potere fare, una moria di interessi e curiosità. Insomma, il tempo si è dilatato e, lavorando e vivendo a casa, alle otto di sera ci sentiamo già stravolti. Come avessimo tras- portato macigni. Abbiamo cambiato ritmi biologici. Cerchiamo di continuo, negli altri, similitudini sentimentali con quella incertezza e quella flessione di umore che ci ha fiaccato e annichilito. Solo confrontandoci, non sentendoci più soli, siamo autorizzati ad uscire allo scoperto. Per i più fortunati, che hanno strumenti per affrontarsi e raccontarsi, esiste un enorme dolore ma la sua elaborazione graduale. Per gli altri?

Così la guerra: la pensavamo impossibile nel ventunesimo secolo, circoscritta, di qualche giorno. Sono oltre due mesi che va avanti ed è lo sfondo continuo delle nostre giornate.  L’informazione si è fatta ossessione, sovraesposizione, tracima senza più alcun effetto dati. Gli elenchi dei morti ammazzati e delle violenze più efferate occupano ogni minuto del nostro quotidiano. Che significa, infine, non avere alcun effetto più. Ed è normale: se ci ricoprono di tragedie continuamente, queste ultime non trovano più spazio, né sentimentale né psicologico. È l’effetto anestetizzante che ci porta a volerci isolare. La troppa stanchezza di sentire sempre gli stessi orrori. Così non andiamo né avanti né indietro.

Parliamone e impariamo a metabolizzare. Diamoci delle possibilità.

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Potrebbe essere il tempo di reinventarsi. Cercare di capire, investire e volersi bene. Spesso il tempo, vibratile e insufficiente, torna utile proprio nei momenti di crisi, dove si ridisegnano architetture e funzioni, malgrado le volontà. E la gravità dei momenti storici, tra guerre e pandemie, ci induce a vivere meglio tutto quello che facciamo. Ad esistere con maggiore consapevolezza e distanza. Pur nel dolore. Allora riusciamo a ritagliare attimi, segmenti per capire che dobbiamo centrarci, metterci a fuoco, indugiare sui nostri caratteri, desideri, chi siamo. Dopo averci lavorato, possiamo guardare altrove, farci fagocitare dalle nozioni, dai colpi continui mediatici, dalle atrocità che sono già accanto a noi. Se non siamo prima centrati, rischiamo di assumere solo gravità senza capirne il senso. Ammesso che esista un senso, nelle pandemie come nelle guerre, ascoltarsi consente di sottrarsi agli aspetti più deleteri delle relazioni e ai rapporti difficili, quanto liquidi.

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Informare sì, ossessionare no. La comunicazione ai tempi della guerra e della pandemia che promette, ovviamente, la nuova variante, è ossessiva e pericolosa. Quel che possiamo fare è procedere con nuovi strumenti, metabolizzando tutto il lutto, il dolore e lo stress che abbiamo raccolto. Continuare a sopravvivere nel migliore dei modi, che non significa fare finita di niente, ma neanche rimestare e ruminare di continuo sulle cifre, i numeri, i bombardamenti esplosi. Esaurito il collegamento televisivo, con tutto il rispetto per gli ultimi due anni vissuti e quel che sta accadendo in Ucraina, cosa ci rimane? Un urlo, sempre, dentro. O, peggio, molta rabbia da elaborare ancora. Augurandoci che tutto sia di breve durata, cominciamo a sganciarci dalle informazioni in più. Liberiamoci, almeno, di ciò che solo aggiunge ansia e non serve a corroborare i contenuti che ogni giorno condividiamo. Ognuno di noi conosce il proprio, sano, limite all’informazione.

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Siamo dei sopravvissuti. Chi meglio chi peggio, ciascuno con i propri lutti, a combattere con il durante e post Covid, che si è materializzato in vari modi. Abbiamo tollerato e resistito, ma non è sempre facile metabolizzare ogni dolore ed esperienza negativa, così una mancata esperienza. E, di fatti, lo abbiamo ammesso tra depressioni varie, malesseri, incapacità di immaginare il nostro futuro. Abituarci a vivere senza prospettive e slanci. E allora, ciascuno è ricorso alle proprie cure, si è trincerato in medicine e indicazioni, pratiche distensive. E’ tutto valido. Basta che funzioni e, se non funzionerà subito, dobbiamo continuare a perseverare. Chi lo avrebbe mai detto? Già. Assurdo. Aggrappiamoci a noi stessi e cerchiamo di scavallare ogni giornata. Lo possiamo raccontare e soprattutto farlo senza veli, ricordandoci quanto è importante farlo senza sublimarlo né, tanto meno, edulcorarlo e circoscriverlo. Per qualcuno sarà stato più facile, per altri tremando. Il dolore c’è stato e c’è. E se ci attraversa, non possiamo che testimoniarlo. E ringraziare, come fatto dall’inizio, il personale sociosanitario e il volontariato nella seconda Giornata nazionale a loro dedicata.

“La figlia unica” di Abraham Yehoshua ci riporta ad una narrazione semplice e sincera, di un mondo affettato della borghesia italiana, dove la tradizione ebraica svolge un ruolo di protezione e distinzione. Il tema della contaminazione, per l’avvocato Luzzatto, resta centrale. Almeno rispetto alla propria figlia unica, Rachele, che è sempre figlia e sempre unica. Lo è nelle scelte, nelle relazioni sociali e, pertanto, viene custodita e preservata. Anche contro la  sua decisione e consapevolezza. A Rachele viene impedito di partecipare alla recita scolastica del Natale, dove avrebbe dovuto personificare la Madonna.
Anche le sue amiche laiche, comunque di altre fedi, vi prendono parte. Lei non capisce la differenza nell’educazione integrale applicata alla conoscenza e pratica della propria religione e la liberalità con la quale le è, invece, concesso di viversi tutti gli altri ambiti esistenziali. Confrontandosi con il mondo reale comincia, pertanto, il suo contraddittorio verbale e sentimentale con il padre. Si sente naturalmente costretta in percorsi culturali dettati da un istinto di conservazione. E proprio in questo Natale, relazionandosi con maestre, storie di vita di compagni, una nonna materna separata e tanto ingombrante quanto ricca, la ragazza capisce quanto l’appartenenza ad una storia religiosa sia un fatto importante ma non indispensabile per evolvere e decidere di determinarsi. Dal confronto serrato con una sua insegnante delle scuole medie che le fa leggere il libro Cuore, così come con la storia di un compagno di classe, Enrico, così con le umanità variegate dove il dolore si è già manifestato attraverso la perdita di genitori e l’insorgere della malattia, scaturisce una nuova consapevolezza. La necessità di staccarsi dalle proprie origini e cordoni ombelicali, per evolvere come figlia che vuol farsi compagna e amica di un padre che si scopre malato. Non solo figlia, pertanto, e soprattutto non unica. Una donna consapevole della propria storia, con tanto desiderio di sbagliare e riscoprirsi, di costruire con il padre un nuovo rapporto di fratellanza, spostando la gerarchia del legame da un asse verticale a quello orizzontale. Il rapporto con la fede e con suo padre sono destinati a plasmarsi alla forma più autentica di un mondo multietnico, dove coesistono realtà sociali, culturali e religiose. Il tema della fede e dell’attaccamento all’ebraismo come esigenza di definizione, ulteriore e continua, della propria identità storica e sociale ritorna in questo nuovo romanzo, che lo scrittore ha ambientato in Italia. Yehoshua sembra quasi volerlo affrontare nuovamente per liberarsene un poco, prendere delle sane e, forse, definitive distanze. Come a volere formalizzare una sua soluzione e maturità ulteriori. Edito Einaudi, il romanzo è scorrevole, pieno di riti e costumi famigliari, abitudini destinati tutti a schiuderci ad un mondo più laico, dove tutto può pacificamente convivere e coesistere.

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