Negli ultimi mesi sui vari profili social non facciamo che assistere a dichiarazioni di attempate attrici, prevalentemente anglosassoni, ma il fenomeno sta diventando trasversale, che dichiarano la propria età, fanno outing rispetto alla vecchiaia e alla stanchezza di doversi camuffare, nascondere, presentarsi artefatte.

Notevole, l’inizio di un cambiamento culturale ma, allo stesso tempo, la debolezza di questo atavico problema dell’estetica.

Il senso di colpa, di inadeguatezza, di precarietà e incapacità ad accettare la vecchiaia come anticamera di una naturale decadenza.

Un’ossessione che i diretti interessati camuffano con varie argomentazioni.

Adesso ci sono anche molti uomini che negano i ritocchi, i capelli nero corvino o giallo paglierino con inevitabili riflessi rossastri sotto un qualsiasi cono di luce, naturale e artificiale, a disvelare il mistero. E ti guardano con quegli occhi come per dirti: “lo so, mi tingo, non è bello, ma proprio non ce la faccio ad essere differente, essere me stesso”.

Un problema trasversale quello dell’accettazione del sé che decade.

Il tema è sempre uno, lo stesso: accettarsi per quel che si è. Lasciarsi invecchiare che è un po’ come accettare l’alternarsi delle stagioni, la natura e i suoi cicli biologici.

Ognuno può fare di sé e del proprio corpo quel che desidera, non c’è alcun giudizio o pregiudizio morale in questo ragionamento ad alta voce, ma ho sempre provato tenerezza e a volte, disagio, per questa incapacità di mostrare la propria pelle avvizzita dal tempo, le rughe, le occhiaie, i capelli bianchi, il diradarsi degli stessi e l’epidermide opaca e decadente.

Meglio non vedersi più bene, accettarsi anche con un sottile fastidio continuo, che artefarsi e camuffarsi in modo improbabile.

Nel mondo del lavoro, dello sport, anche della cultura assistiamo a camaleontici cambiamenti, improvvisi ringiovanimenti e vezzi di persone che non sospetteremmo, proprio, essere attraversate dal timore di invecchiare. Insomma, capisco che è un tema che ha a che fare con il tempo che scorre, la fine dell’esistenza, la perdita di un carisma apparente, tutte le paure ancestrali che meriterebbero più di qualche ora su un lettino di uno psicanalista, e perciò poco mi capacito.

Meglio affrontarle diversamente. Poi più volte mi sono detto, considerato che nessuno ne è immune, non è meglio essere quel che madre natura ci ha predisposto geneticamente ad essere?

Soprattutto, nella mia esperienza, le persone che ricorrono a interventi chirurgici, tinte varie e altre operazioni impattanti sono persone non più giovanissime, intorno ai cinquant’anni, che è come volessero giocarsi una partita con accelerazione all’ultima boa, un ultimo fuoco.

Così da non arrivare ultime, e attestarsi un risultato qualsiasi, una prodezza, prima di “deporre le armi”.

Come al solito, sessualità e rapporto sentimentale sono due mondi completamente differenti, che vengono sovente confusi. Aldilà delle metafore, più o meno tristi, trovo soprattutto in questo contesto storico, con pandemie e problemi di ogni ordine e grado, irrilevante l’estrema cura di sé.

Ogni epoca ci deve lasciare, volenti o nolenti, alcuni basici messaggi. A nessuno piace invecchiare, ma prima ci acconciamo alla realtà, prima arriviamo a conviverci. Può essere una costante penosa convivenza, ma sempre meglio che raccontarsi e, soprattutto, propinare agli altri infinite bugie.

È tutto così difficile e complesso attorno a noi, lo stava diventando prima della pandemia, ora i rapporti umani e sociali sono oltremodo esasperati. Per questo mi meraviglia la dispersione di energie e afflati in qualcosa di quasi frivolo.

E perciò, allo stesso modo, trovo assurdi i post nei quali si rivendica di volere essere sé stessi, con la propria vecchiaia. Certo che è così, quasi pleonastico, da non meritare alcun post.

Chi dovesse imbattersi, poi, in chi fa del body shaming sarà sufficientemente corazzato da rispondere con contenuti a dei poveri idioti.

25stilelibero

A me pare che ancora oggi non si abbia il coraggio di prendere le distanze dai movimenti estremisti che inneggiano a pagine tristi della nostra Storia. Che ci si dissoci senza azioni tangibili, senza spiegare bene la propria odierna distanza con una falcata avanti e una indietro. Si ammicca, da un lato, a un certo elettorato violento che cerca lo scontro e cavalca un generale smarrimento dettato dalla pandemia e post pandemia, dall’altro non si può fare a meno di indagare, denunciare l’efferatezza ingiustificata. Non c’è coraggio nel distanziarsi definitivamente da quegli ismi scomodi e fuori contesto storico. Ce n’è troppo, invece, nel mischiare le disperazioni dei tanti che si riversano nelle piazze per differenti motivi e istanze. Accomunati dallo smarrimento generale, dall’essere superstiti di un’epoca che non avremmo mai voluto vivere. Due anni terribili nei quali ogni rapporto sociale e dialettica sono risultati troppo difficili. Costruire. Come scrive oggi Recalcati, c’è bisogno di andare avanti e costruire. Ripartire con la consapevolezza di quanto vissuto. I temi restano sempre gli stessi: l’occupazione, il lavoro, servizi minimi garantiti per tutti i cittadini, un domani sostenibile senza recrudescenze, pregiudizi, ma con più diritti e generale inclusione. Un domani fatto di visione. Per questo intristisce, è un eufemismo, vedere alcuni leader e forze politiche tentennare. Stigmatizzare l’occupazione di Istituzioni, Sindacati, Ospedali ma non troppo; procedere con degli irricevibili distinguo su violenze inconcepibili, circoscrivendo il tutto a qualche persona estremista, già allontanata. Insomma, ci vogliono chiarezza e coraggio. E il mischiare continuamente tutte le istanze e urgenze, finendo con colpevolizzare il Ministero degli Interni per non essere stato in grado di contenere gli scontri annunciati mi sembra solo il triste sintomo di una radice che non si vuole analizzare ed estirpare. Costituzione e democrazia non si mettono in discussione: né gli articoli si manomettono e interpretano, come le parole, arbitrariamente. Le persone cominciano a comprenderlo, anche chi ha molto da protestare e in modo legittimo, ma non ci sta a vedersi associato a movimenti e partiti politici che nulla hanno a che fare con la volontà, democratica, di costruire e ricostruirsi un domani. Una scelta, uno strumento lo si ha sempre, ciascuno nel suo piccolo, un diritto dovere da esercitare: andare a votare. Per ricostruire l’oggi e costruire un domani.

David Giacanelli

Cosa ti aspetti dalle prossime elezioni, nei prossimi mesi? Penso alle risposte che darei ai miei nipoti, alle consapevolezze che già leggo nei loro occhi innocenti, a loro modo ideologici. Che sono stanchi dei movimenti, dei non partiti, delle formazioni politiche che non abbiano una storia radicata e antica. Non sono assolutamente d’accordo con l’ostentare le forme di democrazia diretta, quando queste ultime hanno solo prodotto classi dirigenti impreparate, rabberciate, nella migliore delle ipotesi con l’umiltà di mettersi a studiare, incredule di essere state elette per pochi like. Non è più tempo di imparare a studiare: è tempo di arrivare già preparati, tecnici, funzionari che conoscono la materia molto bene, ciascuno nel suo segmento. C’è bisogno di squadre, di capacità e competenze al servizio dei singoli candidati. I giovani non amano gli uomini soli, né tanto meno gli uomini che non hanno un partito al seguito. Hanno già visto l’estremo protagonismo e individualismo di alcuni leader a cosa hanno portato. Sono rimasti delusi. C’è un ritorno al desiderio di squadra, di collettività rappresentata che solo un partito storico, evolvendosi, può esprimere al meglio. Storico perché ha una storia con valori riconoscibili, mutati anche nel tempo, capace di auto analizzarsi ed evolvere o involvere e sbagliare. Ma riconoscibile, anche nell’errore. E non è questione di establishment, di sistema, perché negli ultimi anni l’antisistema ha fallito. La distrazione delle masse giocata sulla discriminazione delle posizioni, sul fatto che chi governasse fosse élite contro tutti, sui gruppi di potere telecomandati dalle lobby, sull’ostracismo verso chi non producesse spot pop e popolari, semplicistici quanto inesatti, di più errati. Anche i giovani dei #fridaysforfuture, gli ambientalisti, noi tutti con a cuore il futuro del Paese/Mondo non scelgono come interlocutori i movimenti, i guru improvvisati del web, i medici che asseriscono che i vaccini fanno male, i complottisti, i terrapiattisti, i no e bo vax. Una ragione ci sarà. O sono anche loro oggetto di un complotto, telecomandati da genitori sconsiderati e prezzolati? Greta Thunberg parla con Draghi e con i Capi di Stato europei e rinfaccia loro i “bla bla bla”, ma non lo fa in tavoli dove perfetti improvvisati della Politica le darebbero ragione senza entrare nel merito di alcuna questione sollevata e dibattuta. Insomma, per protestare e amministrare ci vuole davvero spessore, tanto, troppo. Capacità di sapere scegliere, prendere decisioni, compromettersi quando non è possibile la scelta manichea e radicale, prestare servizi e fare funzionare città, assicurare una qualità della vita almeno decente, promuovere diritti. Facile a dirsi, certo, ma altrettanto facile è ora escludere tutte le forme e forze politiche che hanno praticato distrazioni di massa, spostando l’attenzione su altri temi non centrali o, peggio, asserendo falsità per catalizzare il malessere che con due anni di pandemia tutti abbiamo vissuto e continuiamo a vivere. Prima se la sono presa con i migranti, poi la lotta ai diritti da non riconoscere, dallo ius soli ai referendum per depenalizzare il comportamento di chi aiuta il paziente consenziente e desideroso di morte, per arrivare a bloccare la legge contro l’omofobia. Si sono concentrati sullo scetticismo sui vaccini e perfino hanno urlato di una presunta dittatura sanitaria appellandosi, ovviamente, ad articoli della Costituzione sbagliati, alle politiche economiche insufficienti, il lavoro carente, i redditi di cittadinanza come elargizioni ingenerose. Insomma, ogni scusa è stata buona per non parlare invece seriamente di programmi, di soluzioni ai problemi, di crisi del lavoro, di crisi sociale e dei rapporti umani in genere, di povertà crescenti, di transizione ecologica, di rifiuti, della necessità di impianti senza sindrome nimby e, allo stesso tempo, di futuro davvero sostenibile, di economia circolare, di riuso e riciclo con il minimo spreco di risorse e impatto sull’ambiente. Loro, i giovani, voteranno in massa e sceglieranno il loro partito anche con i “bla bla bla”.

David Giacanelli

Sono entrato nella casa polverosa, nella penombra, fresca. Le finestre erano aperte e una brezza leggera ma costante mi accarezzava il viso. Appena entrato sull’uscio di casa, nel disimpegno iniziale, due gatti, uno nero e uno grigio, mi si sono aggrappati ai polpacci. Rivolgendomi a Lorenzo, gli ho chiedo se è normale che i suoi piccoli felini mi aggrediscono in questo modo.

Lorenzo mi ha rassicurato molto: tracciano il territorio e probabilmente essendo anch’io un amante dei gatti si aggrappano e amalgamano a odori comuni. Sento le unghie appena appoggiate all’epidermide, non provo dolore, forse un poco di fastidio e muovendomi, piano, trasporto cinque chili in più per gamba. Poi si sono staccati da soli e Lorenzo ha deciso di portarmi subito in salone. È un poco claudicante e la voce, sempre più roca ma calda, m’introduce alla descrizione delle sue nicchie esistenziali.

Uno, quello più a sinistra dalla mia prospettiva, lo afferra e lo punta su di un altro mobile, stesso legno chiaro, nella parte opposta del salone.

Il mobile quadrato e sospeso, attaccato alla parete, si schiude ed esce fuori un televisore che si accende. Poi si siede accanto a me e sorseggiando un bicchiere di vita, mi spiega che è tutto lì.

Le sue abitudini, le comodità. Ha tutto il necessario che gli occorre, scandito nei rituali meccanici, nelle diverse luci della giornata. Un altro sorso di vita, e quanta vuoi che me ne resti? È per questo motivo che a Roma salgo poco. Prima l’Università, poi la pensione, alcuni sporadici amici, ma l’ambiente confortevole di questa casa comoda e isolata è impagabile.

E l’amore romano?

Un poco lo giustifico, per la sua assenza, e mi riappacifico con i sensi di collera. Ma solo un poco.

È una commistione di simboli con i quali faccio pace. Solo, non gli perdono, lo spazio vuoto lasciato accanto alla donna che lo aspetta e che, in sua vece, fa avanti e indietro con i treni, consumando tacchi e lasciandosi alle spalle week end romani. 

Lei invecchia comunque e, forse, più di lui, per stargli dietro.

Assecondando indolenze e ossessioni.

Intanto mi squilla il telefono. Esco nel balcone per parlare. È ancora lui, ma c’è poco da spiegare. Non è amicizia, non è conoscenza, non è amore e non è nemmeno sesso. Ci fosse stato almeno quello: dopo, avremmo tentato di trasformarlo in amicizia, oppure in semplice conoscenza o, ancor meglio, poteva terminare là.

Invecchiando e maturando taglio rami secchi e faccio breccia attorno a me.

Allo stesso tempo, però, una improvvisa solitudine mi pervade e scuote.

Come un fulmine mi attraversasse la spina dorsale. Una scossa elettrica.

Interrompo la conversazione, rientro e penso che in fondo sia stato fortunato così.

Senza poliamore, senza confusioni, senza coppia aperta, senza quel senso di indeterminatezza.

Eppure, oggi, mi sento solo. Una contingenza, un passaggio opaco e difficile, comunque mi ci ritrovo dentro: risucchiato in un mulinello che mi riporta da Lorenzo.

Lui è ormai solo.

Io ancora no, ma spesso mi ci sento. Solo tra tanti, con i miei sogni sbiaditi, svaporati al sole. Sono felice dei molti obiettivi e traguardi raggiunti, ma la sensazione è di essere sempre un poco inadeguato.

Allora penso ai miei amici, i libri da leggere, quelli scritti e pubblicati, di più quelli mai pubblicati, quelli restituiti al mittente con tanto di “mi spiace ma non rientra nella nostra linea editoriale”.

Durante il Covid, spiego a Lorenzo che ho cominciato a prendere medicine per dormire, per pensare meno, per stordirmi un poco.

Così non devo immaginare di essere sempre all’altezza, posso consentirmi di bruciare quel senso di inadeguatezza, accantonarla per un po’, liberarmi della frustrazione di avvicinarmi sempre allo stesso archetipo.

Che lavoro.

Lui annuisce, ma pensa che sono esagerato.

Medicine, addirittura? E che sarà mai? Un po’ di tensione, meglio farla uscire. Che problema hai? Con la gente, le persone, il maniacale senso del controllo. Fottitene e viviti quello che hai.

Il telefono trilla di nuovo, ma questa volta è il mio unico amore, che è sempre e per sempre, dalla stessa parte.

Quanto sono melenso, non è vero? Verissimo, ma fanculo! Meglio questo dei non detti, dei paraculi che muoiono nelle chat, che irretiscono e non concludono, che si crogiolano solo nel numero di like per i post su Instagram dove si ritraggono in ogni possibile spigolatura e angolatura.

Del viso, in boxer, al mare, mentre cucinano, filmandosi e sgranando gli occhi in pose dementi e innaturali come i loro addominali o il pacco in bella vista.

 Insomma, allora perché sento il bisogno di parlare con Rosario, che è un po’ come faceva Josie con la sua AA, l’amica artificiale nel romanzo di Ishiguro, “Klara e il sole”.

Questi Giapponesi ne sanno sempre tante, esplorano e scandagliano l’animo umano in modo così sorprendente. Forse più di altri, nella letteratura contemporanea, descrivono con efficacia le nevrosi umane.

Lorenzo mi ascolta e pensa che penso troppo. Tutto un rimestare e scandagliare.

Hai tutta quest’ansia.

Come mi dice il mio amico Rosario, è preventiva.

Per paura di entrare in ansia, già mi lascio pervadere, comincio a sudare, le palpitazioni aumentano e ci vogliono almeno una decina di minuti prima che riprenda il parziale controllo del mio corpo.

Che non sono attacchi di panico, ma vere e proprie reazioni neurovegetative, come il corpo si ribellasse al troppo ordine che gli impongo.

Come mi dicesse che a 49 anni devo mollare: lasciare che gli altri mi vedano per quello che sono, sommerso di sensibilità. Gli rispondo che lo so, che è la sfida che pian piano cerco di avverare.

Ma non è facile. E poi, da quando penso a tutti gli esercizi da fare che mi suggerisce proprio lui, mi sembra di essere diventato più sensibile.

Piango di continuo.

Per il Covid.

Per i genitori morti dei miei amici che avevano un’età vicina a quella dei miei.

Per le scopate mancate, anche se non ne ho sentito e sento, ora, il bisogno.

Per i capelli bianchi, perché nonostante pratichi molto sport sto invecchiando.

 Ed è triste non l’invecchiare, dimensione con la quale pure mi sono pacificato, ma non piacere più come prima.

Lo vedo dagli sguardi degli altri, da come mi vedono e non guardano più.

Sono un uomo maturo nella moltitudine, prima ero un bel ragazzo cui chiedevano il numero del cellulare nella speranza di una bevuta, un incontro furtivo, uno scambio d’amore.

Mai accaduto e ora che, forse, vorrei togliermi qualche capriccio, è tardi. Meglio così, perché i pochi piaceri furtivi capitati, per una sorta di carma negativo, li ho anche pagati cari.

Lorenzo mi osserva e ascolta muto.

Quello che non proferisco me lo legge nel pensiero.

Ha spento il televisore.

Che cazzata questa di invecchiare. Basta farlo bene.  Sentirsi bene, stare in salute.

I capricci?

I capricci te li toglierai se sarà necessario, altrimenti continuerai la tua vita così com’è. 

A nessuno è mai piaciuto invecchiare, ma è sempre sato un assunto naturale, oggi invece tutti ricorrono alla chirurgia estetica, con strumenti e interventi più o meno espliciti e invasivi. Se vuoi c’è questo, ma necessita di continui tagliandi e non è mai per sempre, dalla stessa parte, come la vostra musica.

Ma lo sai che non ricorrerei mai alla chirurgia.

Per pudore, convinzione profonda o vergogna?

Per paura del giudizio degli altri, anche qui sarei fuori controllo. Oppure, niente chirurgia estetica perché proprio la biasimo? Giro in tondo e i gatti sono ancora attaccati ai polpacci.

Una signora azzimata e lucida, che restituisce uno strano barbaglio in ogni movenza, fa ingresso nel salone e ci chiede se vogliamo magiare qualcosa.

Chi è?

Niente, ci dava una mano, una persona di casa.

Sì, Lorenzo, ma chi è?

Cecilia. Mi aiuta ad andare avanti.

Comunque, in tutto questo passare da un tema a un altro, è chiaro che sto vivendo una decadenza, un momento di profonda melanconia che rimescola tutto, certezze in primis ma, allo stesso tempo, mi costringe a concentrarmi sull’essenziale.

Allora ne approfitto per tagliare il superfluo, anche malamente.

A qualcosa deve pur servire la tristezza.

Prendo il cellulare e su WhatsApp comincio a scrivere: “Sono con Lorenzo e mi sento in ansia a casa sua. Sta arrivando, gli ho confidato della mia vita e, allo stesso tempo, una signora che sembra robotica è apparsa dal nulla”.

Pochi secondi dopo arriva la risposta: “Mettiti nell’angolo nero, esci dal rango, proponiti accondiscendente e benevolo, sì altruista, aiutalo, perdonalo, ammetti di essere terrorizzato”.

Allora scandisco bene: “Lorenzo, non ho paura di essere fragile!”.

Lo scandisco meglio torcendo il volto all’indietro: “Anche per lei, Cecilia, non ho paura di essere e mostrarmi fragile”.

Si, sì, è chiaro ribadisce Lorenzo.

Ho capito che sei incazzato con me, che volevi facessi parte della tua vita a Roma.

 Ma poi chi sarebbe questa Cecilia, lo interrompo subito.

Nel chiamarla, il corpo metallico mi preme su un punto della schiena.

È di ferro. Nel busto uno specchio riflette me e la casa. Gli occhi, perfettamente tondi, si illuminano ogni qual volta deve parlare o qualcuno le rivolge la parola.

Io sono Cecilia, la compagna di Lorenzo.

Forse la compagnia, volevi dire.

No, signore, sono la compagna.

Ma che ti sei comprato, una bambola gonfiabile robotica?

Dai, David, è solo un moderno esemplare di intelligenza artificiale.

Me l’ha regalata un amico ricercatore giapponese.

Un tizio che è venuto per un convegno alla Federico II di Napoli.

Un simposio su iot, robotica e suoi sviluppi.

Si è portato Cecilia con lui, come dimostrazione.

 E vi siete innamorati, certo.

Cecilia è programmata per essere innamorata e devota. Una volta affidata a qualcuno, se ne prenderà cura.

Ah, questa, poi.

Cecilia si agita, dimena le braccia rigide e tese.

Esprime gioia e felicità ogni qual volta si parla di lei, aggiunge Lorenzo vedendomi estraneo e deridente.

Proprio intelligente non è: se ne parli male è comunque contenta. Ad ogni modo, devo dirtelo, sono felice che tu abbia conservato interessi, ma stare chiuso qui nelle tue ritualità, con questa donna bionica, senza vedere praticamente nessuno, prigioniero in un quartiere di Napoli esprime parecchio disagio.

Da un lato ti so protetto fisicamente, dall’altro immagino tutte le volte che avresti potuto vincerti un po’.

Stare più a Roma con me, la famiglia, senza nominare chi non vuoi che nomini. Ma noi lo sappiamo.

Qui, chi avresti lasciato? Nessuno.

E tu, invece?

Con tutti questi squilli schermati, queste conversazioni rapite. Gli occhi fissi sul display.

In questo periodo è più difficile per tutti. Le mancanze improvvise, le persone che tieni in vita con il ricordo evocandole al punto da sublimarle, renderle migliori di quanto non fossero o, al contrario, peggiori. Ma d’altronde questo mi rimane: ricordarmi di ricordare. E allora le faccio vivere ancora, assieme a me.

Lorenzo, non so quanto sono felice, ma mi sento più libero, anche di giudicarti, cosa che non ho fatto per anni.

Come non ho tradito, non ho contraddetto. Molto per pudore, per riverenza.

Perché quei tuoi occhi severi, addosso, mi impedivano di esprimermi.

Ora i piani si ribaltano, il bambino sei tu.

Non voglio litigare, sono venuto solo per accertarmi che stessi bene e darmi qualche ultima risposta.

Ti dimeni troppo, cerchi di controllare tutti ed entri in ansia. Sei attaccato ai tuoi idoli, al rango, all’idea della nostra famiglia. Alle tue idee, anche quando non si avverano. Al tuo super io, quello che il maestro ti ha inculcato quando eri piccolo, che noi abbiamo riproposto. Eri una sorta di predestinato della scrittura. Non ci sei riuscito. Ora fai esercizi, prendi appunti.

Nel frattempo, scrivo un nuovo sms: “Ho smesso di comportarmi come il mio io giudicante ha sempre fatto. Sono nel cono d’ombra, felice di non dovere essere per forza bravo, di non dovere fare la cosa giusta, non sento il peso del dovere”.

“Bene” – la risposta.

Riscrivo: “Sì però così esagero, rischio con questo gioco, di uscire dai ruoli, di abdicare completamente alle mie responsabilità e funzioni. Devo lavorare per vivere, amare per mantenere la mia famiglia intatta. Insomma, mettersi in discussione e allentare la presa del controllo va bene, capire l’ambiguità del comportamento per smontarlo anche, ma comunque quel modello sono io. Lo hanno preteso da me tutti. Da quando ero piccolo, come un attore con la parte l’ho personificato e interpretato per tutta una vita. Dando scarsi risultati, per cui mi giudico male, sempre appena sufficiente, sempre sbiadito con pochi ma fissi rimpianti. O meglio, i rimpianti sono tanti, ma anche la consapevolezza che più di quanto mi sono dimenato nelle vasche, avanti e indietro, non avrei potuto fare.  

Ti salva la curiosità verso il mondo, la creatività, l’estrema sensibilità che, pure, ti blocca sempre all’ultimo miglio e, a braccetto con l’ansia, ti rende meno capace.

Lo so, certo.

Ne sono consapevole.

Come tu sei ottusamente legato ai tuoi studi, non capisci un cazzo al di fuori dei saggi tecnici che hai scritto, le ricche bibliografie, gli studenti e pazienti che hai visitato e curato.

Non leggi un romanzo da quanto tempo? Non provi la minima curiosità se non nel ripetere sempre gli stessi maledetti aneddoti.

Episodi accaduti dieci, anche venti anni fa. Li rispolveri come fossero di oggi.

Pensi di essere sempre nel giusto sociale e politico e, cosa che ho sempre detestato, siccome sei riuscito a costruirti una carriera da solo, pensi che chiunque possa farlo dal niente, studiando, desiderandolo.

La determinazione è una cazzata dei tuoi tempi.

Dei vostri tempi.

Lorenzo resta in silenzio, seduto su un divano, un altro, con stoffa a losanghe blu.

Un gomito poggiato sul ginocchio, con il palmo della mano dell’altro braccio si strofina la fronte.

Già mi sento un po’ in colpa per le cose appena dette.

Nel mentre, entra Cecilia che, come Venus di Goldrake, il cartone animato, apre il proprio seno sinistro e da una lente che si ritrae spara un missile rotante proprio nella mia direzione.

Mi trapassa da parte a parte.

Non è un miraggio, una fantasia.

Sento il dolore, la maledico e poi guardo Lorenzo.

Sanguino e Lorenzo si sbellica dalle risate.

Ho evitato di dirti che Cecilia si muove e reagisce a seconda di alcune mie movenze.

Vuoi dire, cioè, che la comandi con i gesti?

Esattamente.

Se strofino la fronte con il palmo destro della mano parte il missile dal seno destro, mentre se lo faccio con il palmo sinistro parte quello dal seno sinistro.

Ma tu sei fuori di testa. Tu e la tua Cecilia.

Tu non ti muovi di qui, perché ti sei creato un luna park personale.

Te la scopi a comando, magari.

E com’è che funziona?

Quale gesto del corpo devi fare?

Non capisci che a quest’ora, se fosse tutto vero, saresti già morto o dissanguato per terra, esanime o quasi, rantolante imprecando aiuto ed emettendo rumori gravi.

E invece sei in piedi che mi interroghi, ti scandalizzi, giudichi.

Dov’è finito il missile? E il foro sull’epidermide?

Mi guardo ed effettivamente non c’è traccia di nulla.

 Solo, Cecilia è rimasta in posizione di lancio e non proferisce parola.

Poi si avvicina a Lorenzo e lo accarezza metallica.

La sua pelle diventa meno grinzosa e acquista lucentezza. Una elasticità improvvisa, repentina, come in un filmato scientifico dove si spiegano processi accelerati. Lui sgrana gli occhi, tra le dita metalliche dell’amica, e così un sorriso beffardo.

Cos’è? Un altro trucco. L’hai telecomandata con un altro gesto?

Sì, mi è bastato grattarmi una spalla.

E allora?

E allora guardati ora e poi guarda me.

Specchio riflesso.

Chi è più giovane?

Chi il vecchio?

Ed effettivamente, tastandomi le gote, la pelle si è slabbrata, è rugosa e piena di traiettorie. Gli occhi si stanno rimpicciolendo. I capelli sono lì, la mia fissazione, tanti ma completamente bianchi. Lo capisco volgendo lo sguardo a destra, sulla colonnina del muro adiacente la seduta. Si staglia, lungo la colonna, della stessa dimensione fino a ricoprirla tutta, uno specchio.

Sono vecchio. Sono io con altri venti anni.

Quando hai finito con tutti i tuoi giochini, la malia e Cecilia, allora posso parlarti francamente.

Posso dirti che se vuoi, puoi restare, che non giudico più il tuo mondo strambo, semplicemente cambio vita anch’io. Basta la comunicazione, gli scritti, i romanzi, i blog. Basta rincorrere un’idea che non mi rappresenta più o, comunque, non si concretizza. Mi ha dato molto, ma non quanto avrebbe dovuto e tutto questo perché non valgo abbastanza, non così tanto. Mi ritrovo sempre dalla parte sbagliata della festa. Fuori da conventicole e con nessuna dote, se non me stesso. La mia moralità o quel che le somiglia, la mia indole caratteriale non si confanno a questo ruolo qui. Lo stesso cui tu mi hai incoraggiato sempre, ti sei aspettato che io lo praticassi, che lo inseguissi come si fa con i sogni e gli archetipi. Ebbene volere non è potere, e poi c’è la capacità di elaborare, di avere un’alternativa, un piano secondo. Ce l’ho?  No, perché non ci ho mai pensato veramente e tu non mi hai mai incoraggiato a farlo, ammesso che potessi essere diverso da così.  Ma la domanda è? Ho mai davvero fatto qualcosa di scollegato e differente da quello che razionalmente ho concepito dall’inizio, cui miro con più o meno scarsi tentativi? No. E allora comincio a pensarci e fanculo tutto. Continuo questa vita, questo modello, ma allento tutto. Decido io quanto perseverare e quando stoppare l’ingranaggio. Non mi giudico più. Quando non riesco chissenefrega e quando mi dice bene, pure. Mi concentro su quello che davvero mi rende felice. Fare poco, stare immobile anche, ad osservare gli altri, divertirmi, lasciarmi andare. Mi abbandono alla leggerezza e superficialità che ho abitato troppo poco. Un via di mezzo è sempre possibile. Magari trovo la foto che mi hanno detto, cambio lavoro, godo un po’ di più.

Capito Lorenzo?

Guardo avanti a me e non c’è nessuno.

Non sono a Napoli, ma a Roma. Seduto sul letto sfatto guardo fuori la finestra, il cortile con il giardino tropicale.

Cosa mi è successo?

Sono rimasto sempre qui. Prove del racconto

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Confrontandomi quotidianamente e tornando al lavoro in presenza emerge, come condizione generalizzata, esperienza comune, che questi due ultimi anni della pandemia sono stati difficili per tutti. Ma quello che colpisce è la cronologia degli avvenimenti azzerata. L’annullamento dello spazio e del tempo, il loro essere circoscritti, e noi prigionieri in loro, nel recinto di cattività coatta, unica soluzione per preservarsi e preservare gli altri in attesa del vaccino. In questi due anni gli avvenimenti si sono confusi, il prima e il dopo si sovrappongono di continuo. Quante volte ci siamo fermati a pensare alla nostra ultima gita, il nostro ultimo pasto condiviso con più persone, la nostra ultima nuotata, semplicemente la nostra ultima festa con amici. La possibilità di coabitare e coesistere in uno stesso luogo, in più persone. Il nostro ultimo abbraccio e bacio spensierato. Quando è stata l’ultima volta? Quattro anni fa. No, uno. Forse due. La verità è che se non vogliamo e non possiamo sfuggire alla elaborazione di quanto vissuto, di fatto questa lunga e tormentata parentesi ci ha immobilizzati, confusi, ha indebolito i nessi logici di causa effetto, fuori di noi nelle morti e nelle terapie intensive, nei ricoveri, e dentro noi nel timore costante. Di contagiarci o contagiare. L’effetto tangibile? Come le nostre esperienze fossero state annullate per due anni. In realtà, la nostra psicologia e il nostro sentimento nei confronti della vita hanno continuato a evolvere, a compiere chilometri. Non siamo così diversi nella rielaborazione di quanto vissuto: abbiamo dovuto, non scelto, elaborare gioia e dolore velocemente, analizzarli come possibile fare, con i pochi mezzi a disposizione o non farlo proprio, troppo impegnati a sopravvivere e mantenere lavoro, famiglia, legami sentimentali e amicali. Tutti come funamboli, barcollando sospesi su un montarozzo di precarietà. Ora il desiderio di riprenderci parte di quella vitalità sottratta è enorme, come di elaborare quanto accaduto e vissuto, ma in modo specifico e attento, nel giusto tempo e modo. Insomma, ora ci divora il desiderio di riappropriarci di quanto sottratto. Eppure, siamo sempre lì, desiderosi di farlo ma, al contempo, con uno slancio abborracciato, così il pensiero, perché le regole e indicazioni da seguire sono giustamente tante. Poi la vita va avanti scandita da appuntamenti importanti, confronti elettorali, guerre che non avremmo voluto riconsiderare perché auspicavamo fossero superate, contrasto alle pandemie, decisioni personali, desiderio di continuo cambiamento, programmi sul futuro più prossimo. Vedere la determinazione di molti ci rende ottimisti, ci spinge a un sano senso di emulazione. Tutta questa vitalità sorprende e abbaglia. Tornando alla normalità o qualcosa che le somigli il più possibile, si torna anche a logiche dalle quali eravamo stati costretti ad affrancarci. Anche nella difficoltà, ci eravamo ritagliati delle dimensioni di totale indipendenza. Ora dobbiamo riprendere le misure e, nel farlo, ci riconfrontiamo anche con ciò che non ci è mai piaciuto di certi rapporti umani, di logiche intricate, di sentimenti opachi, di lavoro, di metri di giudizio che abbiamo sempre disprezzato. Ma sono lì fuori e, sovente, determinano anche i destini delle nostre già precarie vite. Ma noi ci siamo, ci raccontiamo, descriviamo, ci contiamo: questo è già tanto e basta a ritornare.

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Un altro traguardo raggiunto con le firme raccolte per il referendum finalizzato ad abrogare la criminalizzazione del cosiddetto “omicidio del consenziente”. Sono già state superate le 500.000 firme e si prosegue per mettere in sicurezza il risultato, producendone almeno, entro il 30 settembre, 750.000. Non si vogliono correre rischi. Quel che più di ogni altra considerazione colpisce è che, come per molti argomenti ostici, si è costretti a ricorrere alla raccolta delle firme e all’indizione di un referendum che certifichi quello che gran parte della gente e popolazione già approva. Convalidate le firme, il referendum sarà inderogabile e, se le volontà continueranno a essere coerenti con l’esito del referendum, non solo si abrogherà un’errata percezione che ci mantiene arenati al passato, su posizioni conservatrici e illiberali, ma si aprirà la strada a leggi più importanti e omnicomprensive di cui si avvalgono, già, diversi Paesi europei. Quindi grazie ai volontari che durante tutta l’estate stanno raccogliendo firme in diverse banchetti, disseminati per le città italiane. Avremo un referendum, uno strumento legislativo per realizzare riforme con effetto vincolante, piaccia o no a un qualsiasi Parlamento che non potrà non prenderne atto e, di conseguenza, sentirsi stimolato e proseguire su questo sentiero di civiltà. Abrogare l’articolo 579 del codice penale e rimuovere ogni ostacolo alla legalizzazione dell’eutanasia non metterà più a rischio la determinazione e ragionevolezza di tutti quei medici che, su richiesta di un paziente consenziente – altrettanto determinato – debbano intervenire attivamente. E tutto quanto ne scaturirà, ci ricorderà quanto sia fondamentale per un medico e un paziente sentirsi compresi, accolti, rispettati nelle proprie volontà e non stigmatizzati in nome di una “vita” inviolabile che, nei casi di cui si parla e tratta, non è spesso più degna di essere vissuta ma solo dolore e oppressione per chi la subisce, indossa, e i famigliari che assistono al protrarsi di una sofferenza. Non ha a che fare con la fede o religione, piuttosto con l’amor proprio, la civiltà, quel senso di decoro, pudore che dovrebbe accompagnarci sempre. Per questo, le firme raccolte dall’associazione Luca Coscioni, Radicali italiani e molte altre Associazioni promotori del referendum abbracciato, anche, da altro mondo politico, va salutato con entusiasmo: lo stesso con il quale auspichiamo di vivere.

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Lo ius soli è anacronistico. Non bastassero le immagini delle Olimpiadi di Tokyo, gli Italiani di seconda generazione che vincono. I sacrifici compiuti dalle loro famiglie. Un po’ quanto è accaduto con le Unioni Civili, con l’idea di famiglia antiquata e polverosa, con l’eutanasia legale che approverei anche domani, con l’adozione per i single e le coppie omosessuali ancora lontana, con la madre surrogata e l’eterologa senza confini ancora additate. Il tema dei diritti viene sempre dopo una manovra economica, un flagello naturale, una priorità politica, comunque altra. Il punto è che non esistono piani A e B, che i diritti non hanno un costo così rilevante, che la loro concessione non sottrae forze, tempo, risorse economiche alle concomitanti priorità nazionali. Dalle pandemie ai flussi dei migranti, agli obblighi delle vaccinazioni.

Per questo motivo, ancora una volta, è incomprensibile l’astio e l’incapacità di confrontarsi con lo “ius soli” da parte di quelle destre, che per limite personale e strumentalizzazione politica, attuano una proprietà transitiva tra lo “ius soli”, il green pass obbligatorio, i flussi dei migranti non sempre sotto controllo. Tutti argomenti, questioni basilari per il nostro Paese, che possono essere affrontati e trattati contemporaneamente: nessuno esclude l’altro. Disegnare un’architettura delle priorità implica, sempre, emergenze di serie A e serie B, un implicito preconcetto, uno stereotipo culturale, l’incapacità di leggere la propria società che è già “altra”, si è evoluta a prescindere, fregandosene di programmi politici di Partiti e propri leader.

Questo modus operandi ha caratterizzato la maggior parte dei Governi che si sono succeduti nel tempo, tranne rare eccezioni di Premier, così determinati nel perseguire il proprio obiettivo ed estensione del diritto, da farne una battaglia, inderogabile, personale. Piacciono questi coraggi. Bene Letta, bene Malagò con lo ius soli sportivo, sono tutte valide approssimazioni, tentativi più o meno dirompenti  che portano al riconoscimento di una realtà esistente, che non possiamo fare finta di non considerare. Così la determinazione nel pretendere il green pass per accedere ai locali al chiuso, nei cinema, nei musei, nei centri sportivi. Per tutelare le libertà e i diritti vecchi e, speriamo, nuovi, di tutti, dobbiamo metterli in sicurezza. E per essere tutti liberi non possiamo che avere, tutti, libertà e vincoli, diritti e doveri, oneri e onori. Basta argomentazioni superficiali e strumentali, tanto goffe e parziali da non potere essere prese sul serio. Si allo “ius soli”, coraggio e determinazione ad oltranza, che rientrano nella categoria dei diritti e doveri di uno Stato e un Governo che possano definirsi, ancora, “democratici”.

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Non so se è l’effetto della compressione del Covid, perciò la domanda ha alterato e superato l’offerta dopo tanto immobilismo, eppure questa estate volendosi spostare, in Italia o all’interno dell’Unione Europea, i prezzi sono lievitati a dismisura. Senza precedenti. La ristorazione si è trovata forse impreparata a questa esplosione di evasione e libertà, successiva alla doppia vaccinazione. E’ stato tutto un caotico e incerto rincorrersi, fino all’ultimo, tra domanda e offerta. La premessa è che per spostarsi bisogna essersi vaccinati, muniti del green pass completo e tutto il corollario delle misure di sicurezza. Mi trovo nelle Cicladi, dove sempre mi piace tornare, per la famigliarità che mi accoglie, le suggestioni rinnovate e i ricordi che srotolano come i ciottoli piatti nelle onde delle loro spiagge. Quel suono ritmato e distensivo, ipnotico, come il desiderio di tornare. Anche per questo torno con piacere in Grecia, nonostante le orde di turisti e quella composta confusione, un ossimoro che ha rappresentato bene i viaggi della mia generazione. Ho messo in conto tutto. Riflettevo, ancora una volta, che molti di noi sono vittime e viaggiano un po’ con quel desiderio di esotismo, alla ricerca dell’isola o posto non del tutto esplorati, contaminati, assimilati. Esiste un posto al mondo, potendosi permettere condizioni economiche, temporali e sanitarie ammissibili, dove recarsi senza trovare l’impronta umana? Non più. E se esistono, questa impronta è stata bandita dalle popolazioni autoctone. Tutto è diversamente globalizzato, a più e differenti livelli, pertanto è inutile tornare come un mantra a descrivere quale isola visitare piuttosto di un’altra. Il toto autenticità. E’ tutto giustamente contaminato e mentre i viaggiatori che sono comunque turisti pensano a come meglio sospendersi, i ristoratori e la gente del posto designato devono vivere, sopravvivere, e specie nelle isole il primo fattore redditizio è sempre stato quello del turismo. Pertanto, certo, meglio fare una cernita dei propri desideri e gusti, dopodiché sono felice di visitare luoghi che sono un giusto compromesso di modernità, presenza straniera, una porzione di autenticità. Trovo puerile, perfino snob, pretendere di fare la propria selezione dei posti vacanzieri in base ad una opinabile presenza di simboli, linguaggi, comodità che ci somigliano o rassomigliano alla quotidianità che ci circonda. Molti di noi, in altri tempi, senza pandemie, con ristrettezze e semplicità hanno avuto il privilegio di viaggiare quando non era ancora così abusato di capitare in luoghi dove la globalizzazione non prevaricasse la dimensione locale. Proprio oggi, dopo essermi arrampicato su una china diretta a un vecchio monastero al cui lato sorge una necropoli micenea, mi sono imbattuto in una coppia: lui ateniese che si è sposato con Marisa di Milano, trasferitasi ad Atene per amore. Correvano gli anni ‘90 e si sono conosciuti, attraverso un amico comune, sempre italiano, in un viaggio in quella che ancora oggi considero la mia Ciclade preferita. Da allora, vivono ad Atene e lui mi assicura che non ne esistono più di isole incontaminate. Tutti e tutto è arrivato ovunque. Me lo dice scandendo il concetto tra il critico e il melanconico, sciorina tutte quelle che ritiene essere state devastate dalle mondanità, dai locali, dalle discoteche, dalle orde di stranieri litigiosi che per futili motivi finiscono spesso nelle cronache nere. Già, lo credo. Tuttavia ci ritroviamo nello stesso luogo e a visitare lo stesso posto, pertanto scegliere un compromesso che in qualche modo ci aggrada e somiglia è difficile ma non impossibile. Questa, d’altronde, non sarà mai un’estate paragonabile alle altre, per i motivi di cui sopra. E noi non siamo più gli stessi turisti e viaggiatori di una volta. Ci piacciono altre condizioni e non siamo più disposti a tollerare tutto. Il tempo è più complesso e ci abbraccia nella sua complessità. Il desiderio di riappropriarci di un segmento di distensione, di ragionata sospensione, di parentesi nella quale addormentarci, anche lui è cambiato. Ognuno di noi si ricarica in modo differente a quello che ha sempre conosciuto, ma immaginare che altre vite sono sempre possibili, anche se circoscritte nel tempo per perdersi e ritrovarsi, semplicemente sospendere ogni giudizio e controllo continui, laddove ha potuto è prevalso. Anche in questa piccola isola continuo a nuotare e, ogni bracciata, è una piccola storia. 25stilelibero

Certo, passata la sbornia degli Europei si ritorna al Covid, al timore delle varianti, dei nuovi contagi, di quel che sarà di noi a cavallo delle vacanze, ai ritorni alla quotidianità. I Green Pass, le quarantene, le persone bloccate, quelle non ancora vaccinate. Sembra, davvero, come le nostre giornate siano un video gioco nel quale aumenta sempre il grado di difficoltà. E si allontana, pur con tutta la positività e l’ottimismo immaginabili, la parola fine. Sono passati quasi due anni, sembrano una eternità. Ci conviviamo. A volte viaggiamo, cerchiamo di uscire, di ritagliarci la migliore delle quotidianità ma i rapporti, necessariamente, inaridiscono. È come vivere in una perenne cattività e costrizione, senza parlare poi della precarietà economica e lavorativa dei molti. Istantanee alle quali è impossibile abituarsi ma che ci accompagnano, ormai, da troppo tempo. E nella precarietà generale relativizziamo tutto. Niente è così importante e imprescindibile da un momento di confronto, di conforto, di liquidazione del dolore e misura del piacere residuo, di leggerezza. Allora cerchiamo le volatilità, quella superficialità studiata che ci consenta, per pochi attimi al giorno, di astrarci e distrarci. Quei rari attimi di serenità e sospensione. Che poi è impossibile indugiarci troppo, perché la degenerazione dei rapporti sociali e degli stati d’animo ci scorrono accanto. Ci siamo abituati alle morti improvvise, ai contagi, alle epidemie, ai Governi che cambiano, ai voti segreti, vediamo opacità ovunque e non ci bastano più le parole buone e sincere. Tutto è troppo accidentale. Per questo è stato più facile legarsi ad una partita di tennis, ad un europeo di calcio, ad un concerto, alla visione di serie e programmi che in altre circostanze non avremmo mai visto. Così ci siamo abituati a letture improponibili e, allo stesso tempo, non reggiamo oltre la trentesima pagina se un libro è scritto male o non decolla per tensione narrativa. La nostra concentrazione non supera i famosi otto secondi. Siamo distratti dalla continua inafferrabile urgenza. La tolleranza e fiducia sono a scadenza, hanno bisogno di risultati concreti e veloci. No, non ci siamo rimbambiti tutto a un tratto, solo abbiamo abbassato ogni guardia e spirito critico. Per un attimo lo abbiamo fatto, siamo diventati leggeri e futili quanto i like dei Social. Poi, però, abbiamo ricominciato a nuotare.

David Giacanelli

Il baretto degli amici. Mi fermo perché è ora di pranzo e l’asfalto sembra liquefarsi, sgretolarsi al passaggio. Giusto un attimo per un panino, dell’acqua frizzante, un caffè e tornare al lavoro. Erano anni che non mi ci fermavo, da quando, pre-Covid, era ancora “il Seme e la Foglia”. Un bar dove siamo cresciuti, dove distrattamente abbiamo trascorso qualche minuto nei sabati sera. Dove abbiamo transitato, tra la folla, prima di smistarci per Testaccio e i suoi locali, la movida. Con quell’aria fresca, sognante e un po’ stordita della giovinezza. E la notte faceva anche un po’ paura, quella sana però. Del cambiamento, delle persone che avresti potuto incontrare, della ricerca liquida di noi stessi. Ma era tutto molto puro, poco artefatto. Così, nel pomeriggio, ci andavamo tra una riunione e l’altra della sezione, perché ancora non si chiamavano circoli e nessuno ti biasimava perché eri stato in sezione. A discutere dei temi del giorno, di una sinistra meno opaca e che fosse più sinistra, del giornale che distribuivamo nel quartiere, del volantinaggio e dell’attacchinaggio. Tutto ancora attuale. A ripensarci: quante ore, tante. Davvero tante anche da studenti. Ricordo felice di tutto quel tempo trascorso ad ascoltare e dibattere. Anni di formazione. Oggi nei circoli ci si va, si dibatte, ma sono sempre in meno a farlo e, cambiando la comunicazione, si è sollecitati a farlo su mail, sms e chat di gruppo. E non è solo per il distanziamento e il Covid, è una grammatica diversa, un attaccamento che non esiste. A noi bastava, ai giovanissimi di oggi no. Non le ideologie e i principi sembrano essere di per sé stessi sufficienti, così il come dovrebbe essere e non è, il come potere essere, attualizzarlo, cambiare questo Paese. E, con il senno di poi, dal loro punto di vista hanno anche ragione. C’è ancora fermento ma meno trasporto, più disincanto. Chi lo fa è costretto, più che mosso da senso etico. È perché qualcuno deve farlo per gli altri, per non abbandonare un campo rimasto indifeso dopo troppe battaglie. Comincio a parlare come le persone che guardano al presente con quel realismo e distacco di chi pensa di avere sempre fatto meglio, meglio dei giovanissimi, con più serietà, dedizione, con la giusta meraviglia che tutto può muovere. Quello che subentra, da “adulti”, ammesso lo si diventi mai, è la consapevolezza che anche la migliore delle ideologie e degli ideali si concretizzano con del sano pragmatismo, compromesso, capacità difficile di mediare sempre. Di sapere brigare e compromettersi, cui non tutti sono disposti. La descrizione di una propensione, di un’attitudine caratteriale. Quello che i luoghi ci raccontano, con il passare del tempo, è un microfilm della nostra esistenza. Di come eravamo e, solo allora, potevamo essere. La percezione che, proprio in quel luogo fisico lì, ci sei stato più e più volte, con altra energia, sembianze, dolcezza. Poi ci torni e ti rivedi, tu e i tuoi amici, come fantasmi. Invisibili presenze che continuano a bere, fumare, discutere in piedi, assieparsi trasportate dalla loro “verità”. Già, il Seme e la Foglia, dove germogliava molto, dove si incontravano decisioni importanti, il rifugio da nuotate impetuose a ora pranzo. Si conoscevano bene i gestori e ci si immaginava più adulti e proiettati in destini promessi. I gestori avevano quell’aria famigliare di chi ti accoglie ed è pronto a darti, sempre, con un caffè la chiacchiera, lo sfogo, la battuta romana salace. Senza volgarità, sempre con sottile acume. Oggi, chissà che fine hanno fatto quei gestori: dove siamo noi e loro con noi. Un ricordo ma, comunque, uno bellissimo.

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