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Chi e cosa cambierà davvero durante dopo il Covid? Saremo tutti diversi? Probabilmente sì, molti sostengono di no, altri sospendono ogni giudizio. Di certo, se sopravvivremo alla pandemia, elaboreremo ciascuno a proprio modo, il vissuto. Il tracimare informazioni, teorie funamboliche, tutto ed il suo contrario, sedicenti farmaci e riti propiziatori, scontro di Nazioni per accaparrarsi il vaccino, per rinfacciarsi le colpe, le diatribe di Partiti e Governi che strumentalizzeranno e si rinfacceranno l’incapacità di fronteggiare la pandemia è già triste realtà.  Così la crisi economica successiva, vissuta sulla pelle dei lavoratori di molte fabbriche ed esercizi commerciali diventa l’arma politica prima di una elezione. ‘Ché una elezione è sempre alle porte. E la paura della difficoltà economica comincia a dominare su quella sanitaria. Non so se saremo diversi. Dall’inizio ho sempre pensato di sì. Che impossibile è sopravvivere ad una tragedia di questa portata senza avere sviluppato una ipersensibilità, affinato la propria percezione, il senso del contesto, la capacità di sapere relativizzare e riposizionare ogni cosa. Ricondurre ogni persona ed emozione, attività ed azione nel suo posto, quello giusto. Insomma, le nostre giornate si sono alternate tra sottrazioni di enfasi, diminuzione di importanza, di sovraccarico di aspettative e la vita ci è apparsa forse scarna, più circoscritta e ingabbiata, a tratti triste ma autentica. Non lo so se cambieremo. Credo di sì, ma ritengo anche, come leggevo in questi giorni, da qualche “Amaca”, che si continuerà sempre ad esasperare il proprio carattere. Voglio dire che lo sconsiderato e superficiale prima del Covid, probabilmente dopo lo sarà un poco meno, ma continuerà ad esserlo. Non si sfugge alla propria natura e carattere. Non completamente. Lo scrupoloso ipocondriaco lo sarà ancora di più, il fatalista tenderà sempre ad esserlo. Assisteremo ad un acutizzarsi delle nostre indoli o, per contro, lo sviluppo radicale e potente di un atteggiamento antitetico, come non siamo mai stati. Ma quest’ultima ipotesi è più remota. So solo che questa lontananza protratta e la reclusione a casa, per mesi, non può fare bene all’amore, alle relazioni sociali, allo stesso lavoro che ti porta ad essere sempre connesso e dipendente. Con la fine della Fase 2 abbiamo avuto per un attimo l’illusione di esserci rimpossessati, sì, di una qualche forma di normalità, della grammatica della socialità, dell’amore, dell’amicizia, della parentela. Poi, però, restano i numeri cui relazionarsi ogni giorno, tra mille timori e le città desolate, l’economia che chissà quando riprenderà. Ed è proprio assurdo vedere i centri storici delle grandi metropoli deserti, spettrali, post atomici. Perché gli esercizi riaprono, ma i centri storici sono animati dal turismo che è azzerato. Pertanto, proprio nel centro, gli esercizi faticano a riaprire, fanno calcoli di convenienza e molte saracinesche restano giù. Così in molte aree urbane, solo sei esercizi su dieci riaprono e la stessa percentuale si convince che penerà più di economia che di salute. Nella città un silenzio spettrale, pochissima gente, solo l’architettura imponente ad urlare il proprio dolore. Come si esce dal centro, un poco di vita la si intravede, allora tiriamo un sospiro di sollievo. La rivincita della gentrification o, piuttosto, un nuovo aspetto da approfondire. Poi arrivano le giornate dei giudizi complessivi e proprio dall’errato linguaggio, in ogni ambito della nostra quotidianità, proprio dall’approssimazione nella comunicazione, dalla manomissione delle parole e della lingua italiana sostituiti da un inglese maccheronico e altrettanti acronimi, dalla povera sintesi, ti rendi conto dell’incapacità di cambiare profondamente, di mettersi in discussione. Come la pandemia azzerasse progressivamente, con le aspettative, il pensiero critico. E lo vedi sui social, nelle riunioni improvvisate: di “istituzionale” resta poco. Solo bordate semplicistiche, luoghi comuni, reazioni viscerali. Le parole non si pesano più e sono usate a sproposito. Si è logorati dalla paura che produce pregiudizi, che vanno a braccetto con l’errata rappresentazione di sé, della propria condizione. Chi esercita un potere, in affanno preferisce gettare l’ansia e lo stress sugli altri, elargire patenti d’inadeguatezza agli avversari: politici, stranieri, blocchi geografici differenti, lavoratori. Con psicologia spicciola si determina un perenne giudizio al ribasso. Ai tempi del Covid, dove i lavori si perdono, le casse integrazioni non sono sufficienti, così i diversi buoni e voucher, le sacche della povertà ingigantiscono e le violenze aumentano queste dinamiche non cambiano. Allora forse ha ragione l’Amaca, nel sostenere che nulla, davvero, cambierà. Io, volitivo, ancora ci spero.

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Dalle percentuali che vanno scomposte, ricomposte e interpretate si evince, senza alcun dubbio, che nel modello industriale 4.0 l’incidenza della diffusione dei robot con ogni possibile scenario futuro implicherà macchine sempre più sofisticate, intelligenze artificiali modificate, replicanti di altissimo livello. Il tutto escluderà le figure standard, ciò che per funzione e meccanismo prevede la ripetizione di uno stesso gesto. La prevedibilità meccanica sarà sostituita, a basso costo, e implicherà più precisione geometrica, un’arte senz’anima. Nell’elenco sciorinato dal convegno di oggi, tenutosi a Torino, compaiono i consulenti esterni, gli esperti di software per far funzionare macchine e robot, per prevenirne limiti, malanni e migliorarne la prestazione. Sovente saranno dipendenti di ditte e società esterne o esternalizzate dalla madre. Saranno vincenti tutte quelle occupazioni che garantiranno l’evanescente definizione di 4.0, quei ruoli dove il carattere e la disposizione psicologici possono, ancora, fare la differenza. Pensiamo, ad esempio, ai commessi, agli addetti alla vendita di mercanzia al dettaglio, a quelli che fondano nel rapporto ed empatia con il potenziale acquirente il successo e riuscita della propria professione. Difficilmente il più preciso dei robot, l’intelligenza più gelida e scaltra, tautologie d’obbligo, potrà comportarsi diversamente da come ci si aspetta, da com’è stato programmato. Allora l’effetto sarà quello, nella peggiore e più lontana delle epoche, tanto da preferirle ancora solo verosimili ipotesi, dello smantellamento di tutte le mansioni meccaniche e ripetitive. Pensiamo, ancora, ai conduttori dei tram, degli autobus, dei mezzi meccanici, al comparto del trasporto su ferro e terra, già in crisi. Ci sarà un livellamento e annientamento progressivo di tutti quei lavori più pesanti, logoranti e ripetitivi a differenza dei pochi lavori di “concetto”, che implicano spesso un rapporto diretto e non mediato con il pubblico, l’utenza, il potenziale acquirente. Per queste ultime mansioni, dove l’elemento personalità e soggettività farà la differenza, esiste una speranza in più. Anche i reclutatori di manovalanza saranno meno necessari. Così i tanto temuti capi del personale: anche il loro mondo sarà recintato e circoscritto fino ad essere picconato, i loro criteri di selezione della forza lavoro saranno stravolti e desteranno solo l’ilarità di un anacronistico atteggiamento. Insomma, trasversalmente e dunque democraticamente, un ossimoro, la digitalizzazione e l’industria 4.0 faranno fuori molte occupazioni, annichileranno diverse esistenze, sovvertiranno rapporti e relazioni lavorativi, prima, umane poi. Una rivoluzione noncurante del censo, della provenienza, dei titoli di studio, delle personali e più eterogenee formazioni individuali, di ogni singola capacità, valore e disvalore. Come ci immaginiamo? In una sorta di futuro distopico, antitetico a quello che ci hanno sempre raccontato, per il quale ci hanno allevato, cresciuto e formato, caricato di aspettative e reso volitivi. La crisi economica e del lavoro, partendo da altri presupposti, ha già concretizzato questo processo da tempo, cancellando e congelando diverse generazioni. Ora, in un futuro non auspicabile, potrebbe essere tutto ulteriormente accelerato e modificato, lasciando immobili le povertà e difficili sopravvivenze. Ci riscopriremo improvvisati e moderni luddisti, coltivatori di orti, neo – contadini della propria terra, del proprio orto condominiale, del giardino condiviso e recintato. Ripiegheremo laddove nessuna macchina, anche la più sofisticata, potrà raggiungerci e spiarci. Assisteremo alla motivata recrudescenza artistica, alla resilienza e innovazione di nuove e insostituibili forme artistiche, dove timbro, traccia e ispirazione non saranno replicabili. Ci reinventeremo di continuo, ancor più di quanto già non si faccia. E se inventeranno nuovi algoritmi, formule matematiche tradotte in processi tecnologici in grado di replicare estro e creatività? No, impossibile. Questa preoccupazione negli ultimi anni ha sfiorato ogni cittadino, occupato e disoccupato, ricco e povero, di ogni età e provenienza. E’ un pensiero che continuerà a indagarci più di quanto faremo con lui. Un’entità altra, insensibile, pervicace e capace di tutto. Allora, quando Raffaella mi chiede:
“Ma cos’è questo 4.0 che trovo scritto ovunque, in ogni articolo che leggo? Ero ferma al 2.0 e già facevo difficoltà a comprenderne appieno il senso. Cosa devo aspettarmi?” – sgranando gli occhi e incrinando la voce.
“Niente, tranquilla. Sono solo termini ridondanti, modaioli, che servono per occupare spazi” e, lo penso senza dirglielo, “creano incertezze e timori di un futuro poco leggibile”.
Continuiamo a nuotare.

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