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La differenza la fa il condominio. Anche se i quartieri sono poco riconoscibili. Tra la Fase 1 e la Fase 2 e quella che stiamo vivendo è andato in atto un progressivo ritorno ad una qualche forma di normalità. Nell’isolamento più totale, la differenza l’hanno fatta le terrazze, i panni stesi, i pochi rumori ricorrenti a scandire un tempo sempre meno descrivibile e tangibile, sempre più dilatato per confonderci le fasi e sovrapporre i giorni alle notti, i vicini di pianerottolo. I flashmob, il piatto di pietanza messo da parte, le torte a sorpresa, un aiuto sempre possibile. Ognuno rinchiuso nella propria vita casalinga a lavorare, chi è più fortunato, o congetturare sul proprio futuro, ha finito per attraversare un arcobaleno di stati. Ecco l’importanza del vicino, delle famiglie isolate con te e assieme a te, con le quali i rapporti si sono ancora più corroborati. Anche, forse, con chi non lo avresti ritenuto mai possibile. Allora il senso di comunità esiste e resiste. Però è vero che questa situazione non ha reso tutti migliori: i migliori sono migliorati e gli altri sono rimasti intrappolati come pesci nelle nasse, pieni di livore e disperazione. In gran parte giustificata. Ma non può risolversi una pandemia che si trascina dietro una crisi economica in rabbia sociale. Non dovrebbe. Eppure, già nelle moderne piattaforme, questa rabbia si percepisce e annusa. Come un crocchio da lontano si fa rumore e poi clangore. Le risposte radicali, la discussione presa alla larga per polemizzare. Come in rete ci fossero molti pesci pronti ad azzannare, a improvvisarsi predatori, livorosi con il mondo. Tracimanti bile. Insomma, il disagio sociale si esprime anche in sgangherati pensieri e critiche appuntite, ma fini a loro stesse. Questa è la cifra della solitudine e dell’astinenza d’affetto e socialità. Ecco perché è sempre bene dosarsi. La pandemia ha accelerato e reso possibile che l’agorà fosse solo Facebook, Twitter, Instagram o, per i più arditi, TikTok. Dopo la disperata bulimia di rete, per restare connessi al mondo, ora normalità è anche tornare a disconnettersi e a modulare una comunicazione non solo astiosa. Chi questo non lo comprende è ancora intrappolato nelle reti. Il livore non restituisce un lavoro che non c’è, né tanto meno lenisce lo stato di precarietà che molti vivono, né l’incertezza universale che ci ammanta. In questo continuo contrasto di pulsioni e altalenanti umori, il vicinato mi ha salvato. Certo ad averlo, e di buono, è stato davvero un privilegio. Mi sono potuto specchiare, ogni giorno, anche a distanza e per pochi attimi, nelle paure degli altri, ritrovarmici per tirare avanti con maggiore coraggio e un sospiro. Non di sollievo, di consapevolezza. Dalla mia finestra vedo un signore, sulla cinquantina, che ha steso il suo cartone sul marciapiede e ha cominciato a pregare genuflettendosi. Il corano, aperto, di lato. Normalmente quel posto la mattina è occupato dal flusso ordinato di chi si reca al mercato e, la sera, talvolta, dallo spaccio. Quello che è arrivato qui da fuori. Non è sempre stato così, ma la crisi ha evidenziato e alterato con colori vividi quanto si mimetizzava, a stento. Per un vicinato bello, il terrore che una delle piazze più suggestive e centrali di Roma possa essere il nuovo rifugio delle peggiori conseguenze del Covid. Ancora altalenante l’umore, la prospettiva, il futuro. Certo, però,  l’astio non ci aiuterà.

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Chi e cosa cambierà davvero durante dopo il Covid? Saremo tutti diversi? Probabilmente sì, molti sostengono di no, altri sospendono ogni giudizio. Di certo, se sopravvivremo alla pandemia, elaboreremo ciascuno a proprio modo, il vissuto. Il tracimare informazioni, teorie funamboliche, tutto ed il suo contrario, sedicenti farmaci e riti propiziatori, scontro di Nazioni per accaparrarsi il vaccino, per rinfacciarsi le colpe, le diatribe di Partiti e Governi che strumentalizzeranno e si rinfacceranno l’incapacità di fronteggiare la pandemia è già triste realtà.  Così la crisi economica successiva, vissuta sulla pelle dei lavoratori di molte fabbriche ed esercizi commerciali diventa l’arma politica prima di una elezione. ‘Ché una elezione è sempre alle porte. E la paura della difficoltà economica comincia a dominare su quella sanitaria. Non so se saremo diversi. Dall’inizio ho sempre pensato di sì. Che impossibile è sopravvivere ad una tragedia di questa portata senza avere sviluppato una ipersensibilità, affinato la propria percezione, il senso del contesto, la capacità di sapere relativizzare e riposizionare ogni cosa. Ricondurre ogni persona ed emozione, attività ed azione nel suo posto, quello giusto. Insomma, le nostre giornate si sono alternate tra sottrazioni di enfasi, diminuzione di importanza, di sovraccarico di aspettative e la vita ci è apparsa forse scarna, più circoscritta e ingabbiata, a tratti triste ma autentica. Non lo so se cambieremo. Credo di sì, ma ritengo anche, come leggevo in questi giorni, da qualche “Amaca”, che si continuerà sempre ad esasperare il proprio carattere. Voglio dire che lo sconsiderato e superficiale prima del Covid, probabilmente dopo lo sarà un poco meno, ma continuerà ad esserlo. Non si sfugge alla propria natura e carattere. Non completamente. Lo scrupoloso ipocondriaco lo sarà ancora di più, il fatalista tenderà sempre ad esserlo. Assisteremo ad un acutizzarsi delle nostre indoli o, per contro, lo sviluppo radicale e potente di un atteggiamento antitetico, come non siamo mai stati. Ma quest’ultima ipotesi è più remota. So solo che questa lontananza protratta e la reclusione a casa, per mesi, non può fare bene all’amore, alle relazioni sociali, allo stesso lavoro che ti porta ad essere sempre connesso e dipendente. Con la fine della Fase 2 abbiamo avuto per un attimo l’illusione di esserci rimpossessati, sì, di una qualche forma di normalità, della grammatica della socialità, dell’amore, dell’amicizia, della parentela. Poi, però, restano i numeri cui relazionarsi ogni giorno, tra mille timori e le città desolate, l’economia che chissà quando riprenderà. Ed è proprio assurdo vedere i centri storici delle grandi metropoli deserti, spettrali, post atomici. Perché gli esercizi riaprono, ma i centri storici sono animati dal turismo che è azzerato. Pertanto, proprio nel centro, gli esercizi faticano a riaprire, fanno calcoli di convenienza e molte saracinesche restano giù. Così in molte aree urbane, solo sei esercizi su dieci riaprono e la stessa percentuale si convince che penerà più di economia che di salute. Nella città un silenzio spettrale, pochissima gente, solo l’architettura imponente ad urlare il proprio dolore. Come si esce dal centro, un poco di vita la si intravede, allora tiriamo un sospiro di sollievo. La rivincita della gentrification o, piuttosto, un nuovo aspetto da approfondire. Poi arrivano le giornate dei giudizi complessivi e proprio dall’errato linguaggio, in ogni ambito della nostra quotidianità, proprio dall’approssimazione nella comunicazione, dalla manomissione delle parole e della lingua italiana sostituiti da un inglese maccheronico e altrettanti acronimi, dalla povera sintesi, ti rendi conto dell’incapacità di cambiare profondamente, di mettersi in discussione. Come la pandemia azzerasse progressivamente, con le aspettative, il pensiero critico. E lo vedi sui social, nelle riunioni improvvisate: di “istituzionale” resta poco. Solo bordate semplicistiche, luoghi comuni, reazioni viscerali. Le parole non si pesano più e sono usate a sproposito. Si è logorati dalla paura che produce pregiudizi, che vanno a braccetto con l’errata rappresentazione di sé, della propria condizione. Chi esercita un potere, in affanno preferisce gettare l’ansia e lo stress sugli altri, elargire patenti d’inadeguatezza agli avversari: politici, stranieri, blocchi geografici differenti, lavoratori. Con psicologia spicciola si determina un perenne giudizio al ribasso. Ai tempi del Covid, dove i lavori si perdono, le casse integrazioni non sono sufficienti, così i diversi buoni e voucher, le sacche della povertà ingigantiscono e le violenze aumentano queste dinamiche non cambiano. Allora forse ha ragione l’Amaca, nel sostenere che nulla, davvero, cambierà. Io, volitivo, ancora ci spero.

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