Archivio degli articoli con tag: Comunicazione

È sicuramente imbarazzante, perché se in un primo momento, nei primi anni che hanno cambiato il nostro lessico famigliare come la modalità di comunicare, i Social e i loro sviluppatori di start up diventati milionari ci hanno lusingato e quanto meno costretti a stare dietro alle nuove tecnologie, oggi ci restituiscono immagini anche mostruose di cronaca. E non è informazione, ma semplice libertà illimitata di dire e promuovere contenuti, anticostituzionali, che ledono la libertà di pensiero e lo stato di una democrazia. Lo abbiamo visto con gli episodi dell’occupazione del Campidoglio americano, ai danni di Joe Biden e della maggioranza dei cittadini americani che hanno votato per il candidato democratico. Fomentati da frange di estremisti di destra e populisti, dai quali lo stesso Trump e i Repubblicani americani, tardivamente e in modo goffo si sono poi dissociati. Eppure la democrazia americana, come incontrovertibile modello storico, con tutte le sue contraddizioni, è venuta meno per un attimo, lasciando il mondo intero con il fiato sospeso. L’immagine del vichingo che mostra il bicipite e gli scranni dei differenti studi occupati sono il segno del totale non controllo, della fluidità, liquidità di qualsiasi regola e buonsenso. È in casi limite ed emergenziali che si misurano gli organi di informazione, così le moderne piattaforme Social. Ci siamo, negli anni, divertiti ad assecondare e studiare Facebook di Mark Zuckerberg, quindi Twitter di Jack Dorsey, la piattaforma di Instagram e il TikTok di Louis Yang e Alex Zhu. La nostra scrittura si è fatta più sintetica, ruvida e di effetto. Questo produce i follower, notorietà, avere seguito, in alcuni casi essere sponsorizzati per fare delle pubblicità e accostarsi a luoghi, marche o persone, per condizionare il pensiero e le scelte degli altri produce reddito. Anche questo genera, secondo un congegnato sistema di algoritmi, la fidelizzazione di un cittadino alla piattaforma attraverso pubblicità, più o meno esplicite, che si basano sullo studio della sua profilazione: le scelte di navigazione compiute, i propri gusti in definitiva. Siamo tutti monitorati e controllati a distanza e, pertanto, suscettibili di condizionamento. E di questo non ci sconvolgiamo, c’è ormai chiaro, leggendone e studiandone ogni giorno. Fa parte del gioco, di una tecnologia pervasiva che si accetta in tutto o in niente. Non è chiaro, però, dove la mia privacy può essere tutelata, il punto del limite da non oltrepassare. Non solo per i miei dati personali e quanto afferisce la mia vita sentimentale e sociale, ma per le esternazioni, le azioni, i convincimenti e le distopie predicate da vanesi, narcisi, onnipotenti capi di Stato. Comportamenti sociali pericolosissimi, che si contraddicono strada facendo, che mettono in discussione tutto. Asseriscono ogni posizione e il suo contrario a distanza di pochi secondi; solleticano e vellicano le pance, stanche, di disoccupati che tracimano confini geografici, possiedono armi, inneggiano alla ribellione e rivolta “fai da te”, classe di borghesi e operai gravati dalla crisi, senza più alcun riferimento ideologico, ma solo preoccupati a sopravvivere e galleggiare un altro giorno, ancora. E allora in questa compagine sociale, che riguarda sempre più il globo terraqueo, che copre la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, chi detiene il potere dell’informazione – sempre meno la carta stampata e i siti on line – sempre più le piattaforme Social deve assumersi ogni responsabilità. Non nascondersi dietro la libertà sconfinata di espressione. Deve regolamentare sempre più nel dettaglio, anche se soggetto privato, la policy del proprio funzionamento. Bannare profili pericolosi, chiudere utenze che istigano all’odio, cancellare tutti i post considerati anti costituzionali e pericolosi. Che non è una dittatura informatica, come ad alcuni intellettuali piace pensare, poiché momentaneamente tagliati fuori dalla propria agorà politica e dal proprio tinello di autocompiacimento, dove sono domesticamente venerati e ricoperti di like e gradimenti, senza neanche essere mai stati conosciuti personalmente. Bannare, escludere e sospendere la libertà di parola, in casi estremi, è piuttosto la salvaguardia di quell’etica e morale, minime, che ci consentono tutti di sopravvivere ancora. Che l’account di Twitter @Potus, quello affidato al Presidente degli Stati Uniti d’America in carica sia stato chiuso per Donald Trump, consentendo un più pacifico, lo auspichiamo, passaggio all’Election Day di domani del nuovo presidente eletto Joe Biden, è il minimo che si potesse concepire e, anzi, doveva essere fatto prima. Si arriva sempre troppo tardi. Questo perché ogni libertà, se da una parte mina l’ordine sociale e istituzionale di un Paese, dall’altro arricchisce in termini economici la piattaforma ed il suo proprietario. È ormai noto a tutti, per sua stessa ammissione, che l’ultima elezione presidenziale Usa, che vedeva contrapposti Donald Trump a Hillary Clinton è con tutta probabilità, aldilà del complesso sistema elettorale americano, stata decisa da una campagna efferata e senza sconti, cinguettata di continuo su Twitter dal primo. Gli è stata consentita ogni fakenews, ogni colpo basso ai danni della Clinton e sua immagine che sarebbe stata immischiata, addirittura, in casi di pedofilia e altro ancora. Insomma è possibile essere liberi, esercitare sempre il diritto di parola e pensiero, ma non ci vuole molto a comprendere fin dove ci si può spingere. La qualità di un contenuto postato, la modalità nella quale è veicolato, il fine e trascinamento irreversibile di quel contenuto devono essere esaminati prima del rilascio, che diventi dominio pubblico. Vale per ogni moderna piattaforma e, anche se i differenti manager di cui sopra, si affannano nel dichiarare che esistono già policy precise, che esiste un controllo di fackechecking sulle fakenews, assistiamo comunque a qualcosa che spesso somiglia alla fine della civiltà che abbiamo sempre conosciuto. Quel che è certo è che, in tempi di pandemia, sono proprio le azioni di Facebook, Instagram, Twitter, Tiktok ed Amazon ad avere subito impennate e avere prodotto enormi profitti. Insomma, come sempre il contrasto è tra ciò che una società liberale e il liberismo economico consentono e le conseguenze estreme di queste libertà che, non sempre, ma possono innescare facili meccanismi incontrollabili e discutibili quanto perverse reazioni. Occorre, oltre alla speranza di potere galleggiare e sopravvivere alla pandemia in atto, ad uno dei periodi storici più difficili che abbiamo mai vissuto contando i morti quotidianamente, così i disoccupati, tenere alto il controllo sui contenuti. La verità non coincide sempre con il nostro convincimento del concetto di “verità”, ed il fatto di comunicarlo, questo concetto, non lo rende né vero né tollerabile. Se allarghiamo questa considerazione alle generazioni più giovani, i principali fruitori di tutte le piattaforme social, immaginiamo gli enormi rischi che possono dilagare sul web.

25stilelibero

Altan

20 agosto. Ore 8.45. Mi fermo come di consueto all’edicola vicina al Circo Massimo.

L’edicolante, un uomo piccolo di statura, mi aspetta sgranando un sorriso famigliare, di chi ti riconosce ogni giorno. Faccio come sempre: “Repubblica, grazie”.

Lui senza esitare già ha sottratto una copia dalla pila delle Repubbliche e l’ha piegata di modo io possa prenderla agevolmente. Campeggiano in prima pagina le immagini di Salvini, Di Maio, Conte e Zingaretti.

“Oggi sarà una giornata decisiva” – faccio io.

Lui, perplesso, mi dice: “Chissà. Speriamo bene. A me, per quel poco che ho capito, non piace Salvini. E non lo dico da straniero, perché vengo dallo Sri Lanka”.

“Vedremo”. Pago il giornale come di consueto e, arrivato al lavoro, mi accorgo di non averlo preso.

Ho lasciato il giornale all’edicolante. E non è la prima volta che accade. Almeno un paio di altre volte, nell’ultimo mese, l’abbrivio con il quale mi dirigevo al lavoro, quella responsabile e concentrata sequenza è stata interrotta dalla voce aggraziata e bassa che mi ricorda: “Amico, Repubblica!”.

Quante Repubbliche ho rischiato di perdere o forse, analiticamente, ho voluto smarrire per tornare a prenderle, soffermarmi a parlare ancora un po’ con l’edicolante. Deve essere così. Ad ogni modo oggi sarà una giornata importante, e molto sarà deciso in base al discorso e ai toni di Conte alle Camere, alle dimissioni annunciate. All’impossibilità di ricucire con la Lega da parte del Movimento quel patto scellerato quanto impossibile, anche con un nuovo Governo, nuovi Ministri e un altro Presidente del Consiglio che non sia Conte. Salvare il Patto scellerato, in sostanza, cambiandone i protagonisti.  Ancora, dalle successive consultazioni di Mattarella con gli esponenti dei vari Partiti e le cariche Istituzionali dovrebbe scaturire la soluzione più plausibile. Si è già detto tutto, il contrario di tutto. Toto nomi, governi tecnici, di scopo, del Presidente, governi seri di larghe intese, cioè governi “Ursula” necessari a chiudere gli iter delle riforme finanziare, le clausole al Def, scongiurare l’aumento dell’iva. Ancora, governi tecnici per approvare il dimezzamento dei parlamentari e, caso poco credibile poiché troppo lungo, per cambiare la legge elettorale. Poi c’è il voto subito, che anche ci precipitasse in un baratro di responsabilità economiche e finanziarie, nella stagnazione economica, sarebbe formalmente e nella sostanza la scelta più democratica. Poiché non attaccabile. Se un Primo Ministro si dimette e una maggioranza non sussiste più, si torna alle urne. Senza accordicchi, governi Ursula, schieramenti che consegnerebbero di nuovo il Paese in mano alla retorica dell’avversario Salvini: si urlerebbe di nuovo all’inciucio, al voto evitato per non perdere la legislatura e la poltrona, alle forze di opposizione che passano al governo senza elezioni. Tanta narrazione trita e ritrita, della quale non ne possiamo davvero più. Ne farei, piuttosto, un discorso di coerenza e maturità. Come potere ammettere un’interlocuzione tra partiti che non si sono mai amati e, anzi, attaccati, che via streaming hanno dileggiato per anni il Partito democratico e berciato. Tra forze politiche che hanno visioni economiche, strategiche, modus operandi completamenti differenti. Inconciliabili per storia e cultura politica. Ad ogni modo maturiamo e, a quarant’anni, siamo da una parte disposti a continuare a votare il “meno peggio”, come abbiamo sempre fatto richiamati ad una estrema responsabilità, dall’altra fremiamo dalla tentazione di radicalizzare la posizione per scombinare l’opaco ragionamento di leader che dovrebbero ascoltarci perché, nonostante tutto, gli abbiamo sempre rinnovato la nostra fiducia. Lo abbiamo fatto dentro l’urna, esercitando il nostro diritto dovere. Insomma, tutto appare così indeterminato ma, allo stesso tempo, già deciso nelle sue tradizionali logiche cui, con paginate di editoriali e articoli, nei prossimi giorni ogni elettore dovrà acconciarsi. Farsi andare bene, digerire in qualche modo, la scelta non condivisa o accettata sempre solo a metà. Questo è. Un ossessivo avvicendarsi di opacità, una anancastica incapacità di sentire l’elettore intimamente, di viverne il disagio.  Mai in sincronia con lui, l’elettore. Oggi ho perso nella velocità ossequiosa dei movimenti la mia Repubblica, che spero di ritrovare domani, nelle idee e nei diritti, considerando che anche questi ultimi sono stato oggetto di scontri tra i partiti delle larghe coalizioni, quelli tecnici che avrebbero dovuto produrre. E mentre cerchi magici si sostituiscono a cerchi magici, mi piacerebbe vedere la cooptazione di nuova gente, facce nuove, d’esperienza, che non urlino “trasparenza” e “onesta”, non artefici di narrazioni scadenti, demagogiche, autoritarie, ego riferite, ma che dimostrino la propria buona volontà, il desiderio di sacrificarsi per contribuire ad un Paese migliore. Occorrono solo tecnici, competenti e competenze, politici di professione, persone che possono e vogliono abdicare in parte alla propria esistenza per un ruolo e responsabilità politici, per una missione. Come per il medico. Domani non scorderò la mia Repubblica.

25stilelibero

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