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Certo, passata la sbornia degli Europei si ritorna al Covid, al timore delle varianti, dei nuovi contagi, di quel che sarà di noi a cavallo delle vacanze, ai ritorni alla quotidianità. I Green Pass, le quarantene, le persone bloccate, quelle non ancora vaccinate. Sembra, davvero, come le nostre giornate siano un video gioco nel quale aumenta sempre il grado di difficoltà. E si allontana, pur con tutta la positività e l’ottimismo immaginabili, la parola fine. Sono passati quasi due anni, sembrano una eternità. Ci conviviamo. A volte viaggiamo, cerchiamo di uscire, di ritagliarci la migliore delle quotidianità ma i rapporti, necessariamente, inaridiscono. È come vivere in una perenne cattività e costrizione, senza parlare poi della precarietà economica e lavorativa dei molti. Istantanee alle quali è impossibile abituarsi ma che ci accompagnano, ormai, da troppo tempo. E nella precarietà generale relativizziamo tutto. Niente è così importante e imprescindibile da un momento di confronto, di conforto, di liquidazione del dolore e misura del piacere residuo, di leggerezza. Allora cerchiamo le volatilità, quella superficialità studiata che ci consenta, per pochi attimi al giorno, di astrarci e distrarci. Quei rari attimi di serenità e sospensione. Che poi è impossibile indugiarci troppo, perché la degenerazione dei rapporti sociali e degli stati d’animo ci scorrono accanto. Ci siamo abituati alle morti improvvise, ai contagi, alle epidemie, ai Governi che cambiano, ai voti segreti, vediamo opacità ovunque e non ci bastano più le parole buone e sincere. Tutto è troppo accidentale. Per questo è stato più facile legarsi ad una partita di tennis, ad un europeo di calcio, ad un concerto, alla visione di serie e programmi che in altre circostanze non avremmo mai visto. Così ci siamo abituati a letture improponibili e, allo stesso tempo, non reggiamo oltre la trentesima pagina se un libro è scritto male o non decolla per tensione narrativa. La nostra concentrazione non supera i famosi otto secondi. Siamo distratti dalla continua inafferrabile urgenza. La tolleranza e fiducia sono a scadenza, hanno bisogno di risultati concreti e veloci. No, non ci siamo rimbambiti tutto a un tratto, solo abbiamo abbassato ogni guardia e spirito critico. Per un attimo lo abbiamo fatto, siamo diventati leggeri e futili quanto i like dei Social. Poi, però, abbiamo ricominciato a nuotare.

David Giacanelli

Le persone che voglio vedere, quelle di cui faccio a meno, quelle con le quali vale la pena attardarsi e quelle troppo complicate che, anche ne valesse la pena, sono talmente irrisolte e lente negli ingranaggi della mente che mi è passato il desiderio. Non le vedo più, per il momento.

Ora che torniamo in uno stato di semilibertà anche i confronti sono più diretti, le stesse liti: soggetto, verbo, complemento oggetto.

Sintesi necessaria, meno logorrea e, comunque, la consapevolezza del tempo perduto.

Un anno e mezzo della vita ci è stato sottratto, a ciascuno di noi. Ad alcuni anche parenti, amici, famigliari dunque il computo è un anno e mezzo più danni morali, psicologici, fisici, sentimentali.  Nodi e inceppi da aggiustare.  E questo basta per fare economia, a imparare a tirare fuori anche gli istinti e gli atteggiamenti che non avremmo pensato di avere, di riuscire a oggettivare.

Non è poco: sul lavoro, nei rapporti umani, nelle conoscenze, negli amori. Dovrebbe essere sempre così? Forse, per i più fortunati e capaci, per i più sanamente impermeabili, agili a comunicare subito in modo diretto ed esplicito. Per loro è così.  Per gli altri, un esercizio continuo, ondivago, che s’incaglia in infrastrutture e diaframmi. Poi ci sono i pregiudizi.

Un anno e mezzo, una vera battaglia mondiale l’ha scatenata il Covid, restituendoci qualche possibilità lessicale. Chiarezza, sintesi, consapevolezza da mettere in pratica ogni giorno. Anche combattere gli stereotipi o ammettere, semplicemente, di averne. Perfino essere tanto presi dalla cura e dalla malattia, che se gli altri lo capiscono bene, diversamente resta un loro problema.

Un enorme e drammatico momento verità cui è stato impossibile sottrarsi, che oggi ci restituisce qualcosa.  Aldilà delle figure retoriche dei bicchieri mezzo pieni e mezzo vuoti, abbiamo una enorme possibilità: liberarci di troppa zavorra.

Ammettere di essere stati anche incapaci e, quando capaci, di avere visto per la prima volta piccoli e grandi fantasmi dileguarsi, svaporare, così la morte e il dolore vicini a lambire le vite e i sogni.

 Ci ha aiutati il confronto con chi non abbiamo mai messo in discussione ma, ora, non smettiamo di osservare e all’abbisogna biasimare. Va bene tutto. Ridestarsi dal torpore obbligato, farlo subito.

Non esistono gerarchie e sciocchi sensi del pudore: esiste il rispetto e la civiltà, una minima educazione. Dopo, tutto è lecito, nella consapevolezza e conoscenza.

Solo l’ignoranza non ci scusa e rende sempre colpevoli e fallaci. Pertanto, armiamoci di sano coraggio e accorciamo un po’ i tempi, viviamoli intensamente come fossero ancor più circoscritti. 

A bilanciare chi, per un poco, portò l’orrore nel Paese.    

David Giacanelli

Ti giri e rigiri, metti a fuoco. Poche parole e se sono il consiglio giusto, quello per cui delle volte hai atteso anni, si palesa in un attimo. Oggi sei capace di sintetizzarlo in un’ora o pochi minuti. L’esperienza si sovrappone a esperienza. Non sei immune alla pandemia, né al dolore, né alla malattia, ma vedi tutto più nitido. Perdi meno tempo, ti concentri sull’unico presente possibile. Galleggi e lo fai nel migliore dei modi, anche se ai tempi della pandemia non puoi nuotare, come svettare bracciate che disegnano semicerchi in aria. Ti devi accontentare di camminate accelerate, alternate a istinti di corsa. Sempre negli stessi luoghi, limitrofi, concessi dalle sparute pause lavorative. Il peso non cala ma, almeno, conservi un minimo di tonicità muscolare. I messaggi sono dosati, così i vocali, le parole centellinate, scartavetrate per evitare manomissioni.  I consigli eloquenti e i silenzi altrettanto di chi, davvero, ti sa ascoltare. La pandemia non ci ha reso migliori, è vero. Ci ha inasprito tutti, crepato certezze, sicurezze sentimentali. Però, un unico aspetto di inconsapevole agio ce lo ha restituito, anche se non richiesto. Ci ha costretto alla sintesi ed è un’acceleratrice d’efficacia. Rispetto allo spazio e al tempo angusto. Ci ha costretto alla praticità. Nel sistemare le idee, fare ordine nei pensieri e scegliere o non scegliere. Una dimensione coatta dal virus, a tratti penosa e dolorosa, ma sicuramente efficace per sopravvivere. Se in tempo di pace apprezzassimo le relazioni, le manifestazioni dell’esistenza come fossimo in questo perenne stato di guerra vivremmo cento vite, appieno, senza alcun rimpianto. È come pretendere da una persona anziana una reazione puerile, un ragionamento infantile, e dal bambino la serafica saggezza portata dal tempo. Insomma, è difficile, quasi impossibile re inventarsi nello stesso tempo e nello stesso spazio. Gli unici che conosciamo, questi. Eppure, continuiamo ad occuparci la mente lavorando, correndo, parlando, dedicandoci anche al nulla, al riposo forzato con la consapevolezza di doverlo sapere fare. Strategie di sopravvivenza, le uniche ammesse, ai tempi del Covid. Poi ci sono le preoccupazioni, le malattie, i controlli, la vita biologica che prosegue la propria marcia a tratti pericolosa, a tratti innocua, comunque noncurante di quanto desideriamo e ci accade intorno. E allora è necessario conservare le energie e, se non ce le abbiamo, muoverci come automi per scavalcare la giornata senza perdere quel minimo equilibrio ed empatia con l’ambiente. Non so quanto potremo ancora continuare a raccontarlo questo tempo, e come. Augurandoci di restare in salute il più a lungo possibile. Abituarci a galleggiare e scavalcare domani: una banalità espressa in modo così essenziale e semplicistico, così difficile da concretizzare ogni giorno. Difficile senza sentirne la vacuità, la pesantezza, la recita quasi istituzionale e morale che ci ripetiamo come un mantra. Noi che, al contrario, abbiamo sempre predicato la qualità e laicità della vita, ‘ché vivere non è necessario ma una scelta continua e consapevole che rinnoviamo a noi stessi, da non fare ad ogni costo, patendo qualsiasi dolore. Noi che abbiamo sempre predicato la libertà e l’autodeterminazione. Difficile continuare a galleggiare, scavalcare domani riempendoci di azioni e interessi che si usurano, ripetere vuoti mantra. Difficile per chi di tempo, sempre lo stesso, ne ha troppo per riempirlo con l’assenza improvvisa di lavoro. Gli affetti ci trattengono, il carattere, quell’imponderabile e salvifico slancio alla sopravvivenza, la voglia di tornare quanto presto alla vita di prima. Tutto il resto è inutile sovrastruttura e strategia.

David Giacanelli

Già, quello che manca è equilibrio. E l’immagine del nostro Paese in bilico non è mai stata così azzeccata come in questo momento storico. In bilico politico, ideologico, in bilico tra strumentalizzazioni, istinti primordiali, sentimenti che accelerano in iracondia e assenza del contesto, della percezione completa e anche solo parziale della realtà. Siamo vulnerabili da ogni lato: per la pandemia, per la Politica divisa e divisiva, per l’opacità delle case farmaceutiche denunciate per i loro ritardi nella consegna dei vaccini. Ognuno fa il proprio gioco ma, ancora una volta, è evidente che nessuno sa di che entità e quanto grave è lo stato nel quale ci troviamo da oltre un anno. Ne conosciamo i numeri, ogni giorno, che ci ristagnano in una prolungata precarietà e dolore. Le varianti sudafricana, brasiliana e inglese del Covid hanno poi inferto un ulteriore colpo ad una scialuppa in bilico, sulla cresta di un’onda portata da un maremoto. L’immunologo Fauci asserisce che il vaccino Moderna, quello americano, è capace anche per la variante sudafricana e inglese. Della brasiliana, sbarcata in Italia con un primo caso a Varese oggi, non c’è invece alcuna certezza. I fondi arriveranno, non sappiamo con certezza se dirottati bene, se le richieste sono state indirizzate, meticolose e precise, laddove Confindustria e Sindacati hanno sempre auspicato. Per la creazione di nuovi posti di lavoro, di attività produttive ma, allo stesso tempo, il salvataggio delle troppe disoccupazioni, ad incentivare e protrarre la cig e bloccare ogni possibilità di licenziamento durante la pandemia. Una visione che manca, quanto l’equilibrio. Lo dice Confindustria oggi, dell’incongruità delle risorse richieste e loro destinazione. Si torna a parlare di facile assistenzialismo, di interventi massicci ma confusi e privi di regia, appunto. E le forze politiche non aiutano. Mentre si dimenano nell’arte della res pubblica, in poltrone e geometrie cangianti per arrivare alla conta che tutti soddisfi, che garantisca la sopravvivenza del Governo, che comunque auspichiamo, la gente impoverisce muore. Non sono luoghi comuni, è realtà che ogni lettore è stanco di leggere e considerare, come in guerra ci si abitua a galleggiare e sopravvivere. Tornare al voto, in questo momento così delicato, avrebbe dell’inverosimile. Indugerebbe nell’immagine di una Politica ancor più distante dalla realtà. È tempo di una coalizione, qualunque e allargata, che ci conduca almeno ad una parziale uscita dal tunnel nel quale rimestiamo e affoghiamo. E con noi i nostri cari, le famiglie, gli amici, gli amici degli amici e i parenti che hanno perso la propria vita. Non è tempo per misurarsi in campagne elettorali, ma per sperare che una ripresa, prima o poi, arrivi. E se non basta la buona educazione, l’onestà, l’essere brave persone senza una cultura politica corroborata da esperienza e tempo di cui pure si avverte enormemente l’assenza, ogni alternativa all’esistente produrrebbe solo altro odio e divisione. Rallenterebbe, ulteriormente, l’accesso e la gestione dei fondi europei. Un Paese funambolo, sempre in bilico.

David Giacanelli

Un racconto controcorrente è un racconto che descrive una storia serena e carica di speranza. A trovarne, già. Di gente in continuo movimento ne vedo. Non di quel flusso che comporta assembramento, discutibile sicurezza per gli altri, ma di idee, progetti e lavori. Insomma, tenersi occupati diventa spesso lo strumento per non pensare all’intorno: il punto da fissare e sul quale dirottare tutte le proprie energie per non mettere a fuoco la drammaticità del momento. D’altronde, chi conosce davvero le conseguenze di quanto stiamo vivendo da qui a un anno? I disoccupati, i parenti delle persone morte per Covid, chi è in cassa integrazione. I nuovi poveri che il Covid ha destabilizzato, sottratto a uno stato, almeno, di sopravvivenza dignitosa, di apparenza ancora rassicurante. E tutti gli altri? Nevrotici, si muovono come criceti sulla propria ruota. Si connettono sempre e indottrinano di contenuti, immagini, numeri, notizie sparse pur di tenere occupata una mente che non riesce più a selezionare, a distinguere, a filtrare il davvero importante dal futile. Come si connettono si disconnettono, provando un profondo senso di colpa: interrompono l’ingranaggio, il flusso continuo di operosità e lavoro che ne testimonia capacità e resilienza. Ai loro occhi e alla loro mente. Come fossero, sempre, sotto un esame, la lente d’ingrandimento. Come decidono di sottrarsi dalla rete della dipendenza che è anche sopravvivenza, sale l’ansia, si manifesta l’irascibilità, la facile collera, l’improvvisa stizza verso il mondo e ogni interlocutore dissimuli la stessa vacuità e inquietudine. Non c’è un modo, mi chiedo, per affrontare bene una pandemia.  Solo la raccolta delle energie residue, di cui si dispone, per opporle ai numeri, agli aggiornamenti. Un’atavica risposta felina, animale, alla vita. Poi c’è la lettura a salvarci, i racconti, quelli letti e raccontati, quelli registrati. Per occuparsi e occupare il tempo della gente, di chi sta a casa e vorremmo ci restasse per sempre. Perché il virus in nessun modo possa aggredirla. Ma ognuno si sta sulla terra, trafitti da un raggio di sole che vogliamo viverci appieno, ed è subito la nostra sera. Allora c’è che ognuno decide, consapevolmente, quand’è l’attimo della propria sera: un’equazione tra qualità della vita, possibilità, desideri, bisogni, ostacoli e sacrifici. La somma algebrica dei più e dei meno scaturisce il nostro, inevitabile, sentimento di vita. Poi c’è il carattere, indefesso baluardo che si frappone agli eventi, li fronteggia e accoglie, si fa scalfire, erodere, smussare, crepare, ma se decide prosegue la sua corsa anestetizzato al dolore.  Di storie, però, ce ne sono. Una storia, una persona. Persone che per molto poco hanno mangiato, si sono svegliate, riprodotte, hanno lavorato e ricoperto ruoli indigesti. Sono andate avanti nonostante tutto. Perché andava fatto, perché questo era capitato e non avevano avuto troppe occasioni, scelte professionali, alternative per intraprendere strade differenti. È sempre decidere dove stare, da quale lato schierarsi, se stare in una qualsiasi parte. Prima e dopo il Covid. Quest’ultimo anno ha solo esasperato tutti, ci ha provati e reso consapevoli della oggettiva vulnerabilità che non possiamo ostacolare. Quando siamo tutti egualmente deboli, consapevoli dei meccanismi mentali e psicologici che ci frustrano e mettono in difficoltà, capiamo di essere parte di un tutto così vulnerabile da toglierci il respiro. Ci specchiamo, ognuno, nelle paure dell’altro. Senza specchio riflesso, che non siamo più ragazzini.  Siamo differenti ma uguali negli effetti più importanti, nel risultato della somma algebrica della vita. Nella somma c’è il Covid e questo prescinde chi siamo, da dove veniamo, che carattere abbiamo o decidiamo di opporre. Già. Io leggo come il criceto si affanna sulla propria ruota. Leggo e dimentico, costruisco e disfo, riempio e libero. Soprattutto dimentico. E questo mi preoccupa, ma so che non è patologico, piuttosto la risposta al bombardamento, continuo, delle percentuali, delle variabili, dei virus mutanti, dei vaccini che arriveranno, delle persone che oggi ci sono e domani anche altrimenti non so come sopravvivergli, di quelle morte e ammalate. Allora passo da un racconto della Deledda a uno di Borges, e mi sento davvero “Feel good” come nel romanzo di Thomas Gunzic o in un racconto spirituale tra Dino Buzzati, Guy de Maupassant, Rainer Maria Rilke, Carver e la Ginzburg. Li mescolo tutti, li mischio, li ricordo e dimentico. Poi ogni giorno mi ritaglio il mio arco temporale di corsa, non ancora un’arte, non ancora terapia per accantonare alcuni pensieri e sviscerarne altri. Non ancora come quando nuoto e spingo fino a farmi male, a togliermi il respiro, a battere il tempo coprendo vasche. Tante e veloci, che mi faccio anfibio e ogni problema lo risolvo e smonto a fine allenamento. È Natale, ma è un periodo qualsiasi, un giorno come gli altri dove ci imponiamo la disconnessione ma è difficile riempire il vuoto, improvviso e duraturo, con i nostri sentimenti. Ci sembra troppo poco, invece dovrebbe essere sempre così, e senza una pandemia in atto. Non sappiamo più vivere la normalità né elaborare a sufficienza la paura. Intanto mi godo i piccoli neon sul finestrone e le crisalidi opalescenti sul ficus Benjamin. Un silenzio strano come il piezometro, fuori, illuminato di rosso. Deve passare un’altra nottata.

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Quello che non è più ammissibile è il negazionismo. Sono bastati i mesi di reclusione, capire che nessuno è immune al Covid: giovani, anziani, persone adulte e meno giovani. Un virus trasversale al genere e all’estrazione sociale, che colpisce tutti senza avvertimento. E, diciamocelo, le poche certezze tristemente raccolte sono quelle che ci assicurano una qualche protezione in più dal virus, ma del quale, ancora, molto poco si conosce. Altrimenti non ci ritroveremmo qui, a parlarne ogni giorno. Così non parleremmo del collasso delle Sanità Regionali, i numeri dei contagi e gli ammalati che riempiono tutti gli ospedali esistenti e quelli creati ad hoc. Gli alberghi tramutati in ospedali, i tendoni campo allestiti. Non è stato tutto previsto, nonostante fosse, tutto, prevedibile. Almeno nella seconda ondata, dopo l’estate caotica. E comunque, difronte un trauma e un nemico così feroce, che abbraccia un mondo intero, se non si possono fare pronostici, ci sia arma come per affrontare un conflitto mondiale. Oggi paghiamo i ritardi di una mancata o sbagliata comunicazione, di un’assenza di regia comune tra Governo e singole Regioni, con i propri Governatori in ordine sparso. Ciascuno con il suo verbo, il suo sdegno. Comitati scientifici e medici da una parte, che hanno gridato il proprio dolore disperato, che denunciano l’impossibilità e incapacità delle strutture sanitarie ad accogliere altre persone, Governo e Ministri dall’altro che edulcorano o aggravano la situazione secondo il nuovo Dpcm che sta per essere scritto e imposto. Secondo il colore che potrà assumere la propria Regione. Insomma, la percezione è di vivere nella gravità che non si riesce a circoscrivere, a descrivere e comunicare, se non nella sofferenza delle morti e dei famigliari che le sopravvivono. Alla morte. E’ qualcosa che ci è sfuggito completamente di mano, ha alterato la nostra percezione, disturbato i nostri sonni, diventato molto più di una paura. Ci sono le percentuali, gli studi e le informazioni: ‘ché non smettiamo mai d’informarci. Anche nella indeterminatezza. E questo aumenta l’ansia e il sentimento di sospensione. Però, una incontrovertibile verità è sotto gli occhi di tutti, nei numeri delle terapie intensive, dei morti per Covid dallo scorso inverno. Di Covid si muore, anche facilmente. La curva del contagio può assumere anse diverse, accelerare o rallentare, così l’indice del contagio, così il numero dei morti, comunque si muore. Pertanto, che il Covid non esista o sia frutto di un complotto bisogna avere parecchia demenza e ignoranza per continuare a sostenerlo. Così le teorie complottiste. Eppure le immagini delle barelle di Bergamo hanno fatto il giro del mondo, così delle file ininterrotte di ambulanze, gli abbracci spezzati, le morti in solitudine, i parenti che non hanno potuto congedarsi dai propri genitori anziani, i cari. Tutto questo è realtà che andrà metabolizzata, dolore inesauribile da lavorare. Perciò almeno i negazionisti, coloro che sono contro i vaccini, contro ogni misura scientifica che consenta almeno un baluardo in più rispetto al pericolo del contagio, che ritengono la pandemia un disegno ordito a tavolino per diminuire le nascite e riproporzionare il numero degli abitanti sulla terra, e altre eterogenee fandonie, che tacciano. Che possano fermarsi un attimo a riflettere profondamente, che possano studiarli questi numeri, e confrontarsi con gli epidemiologi. Basta teorie strambe, come vederli arroganti e pericolosi, per le strade, non indossare la mascherina con strafottenza. Questa è, solo, pericolosa ignoranza.

Un mio amico mi dice che a causa del Covid non sa se l’attività famigliare potrà mai riprendere. Per ora non è certo, e non dovesse esserci una ripresa, anche a settembre, probabilmente dovrà cominciare a reinventarsi un’altra occupazione. Le ferie non esistono, come sembra non esistere l’estate, un tempo di sospensione e pausa. Le cicale però sì, i grilli anche, la canicola, il meriggiare, le giornate di domini di luce dilatata. Un giorno eterno, un lavoro eterno, una dipendenza eterna. Come confondiamo il giorno con la notte, una confusione corroborata nel lockdown, il reiterarsi di sonni disturbati, lo stato sempre troppo vigile, così ci confondiamo nei ruoli e nelle responsabilità. Lo smart working, che comunque ha salvato molti di noi, ci ha reso iperattivi e ancor più produttivi. Da una parte, se abili, si è conciliata la vita personale e famigliare con quella lavorativa. Se precisi e ossessionati dagli obiettivi, anche a breve termine, si è ceduto alle lusinghe del compiacimento sul lavoro, al complimento e sprone gratuito. Se caratterizzati da un’etica e uno spirito protestante e deterministico ci si è sentiti stanchi, affaticati, ma indispensabili. Però la dipendenza dal computer e ogni device presente in casa, l’assenza di un vero spartiacque del tempo, l’accelerazione spasmodica e compulsiva al digitale che ha visto arrancare gli analogici di tutto il mondo, coprire insospettabili distanze, ha alterato alcuni nostri valori di base. E mentre accadeva ce ne siamo accorti, lo abbiamo sottolineato. Stavamo cambiando e perdendo dei riferimenti necessari, dei punti stabili, degli accapo, le pause e l’importanza di esserci ma soprattutto di poterci assentare. Lo evidenziavamo ma è accaduto lo stesso. Allo squilibrio esterno prodotto dalla pandemia è coinciso uno squilibrio interno: ci siamo dovuti acconciare ad una nuova realtà di incertezze, precarietà, impossibilità di visione a lungo termine. Abbiamo accorciato tutto: idee, pretese, speranze, sogni, spostamenti, libertà e creatività. Abbiamo preso distanza dal brutto, ma assunto consapevolezza del superfluo, di ciò che non funzionava come avrebbe dovuto già prima del Covid. Insomma, come in stato di guerra ci si concentra a sopravvivere e si coglie intensamente la giornata, niente di più. E la mente la si tiene piena di pensieri e attività da fare: da qui il super lavoro che occupa attenzione, energia, e distrae dall’incertezza del futuro. Che pure ci riguarda, ma sulla quale non abbiamo troppa voce in capitolo. Per non parlare di chi il Covid lo ha avuto in casa, ne è stato segnato. Lì, si apre un altro scenario, che forse non siamo neanche in grado di affrontare fino in fondo. Troppo duro e richiede elaborazione più lunga. Dell’umanità resta comunque sottesa questa insicurezza e precarietà, che ci costringe a non pianificare troppo, a non sognare, a non immaginarci in un gerundio, nello svolgimento e sviluppo di un progetto, che ci circoscrive all’oggi, di più, all’ora che stiamo contando, i suoi minuti, troppo veloci o infiniti. Anche i rapporti umani si sono alterati. Quelli che funzionavano hanno continuato a funzionare, quelli estinti o logorati si sono annichiliti definitivamente, ma molte relazioni si sono poste più di una domanda. Coesistere e coabitare tutto il giorno, per tutte le ore, con tutto il carico del lavoro non può fare bene. Insomma, anche i legami più collaudati, hanno sofferto e sono emerse nitide, come per incanto, insopportabili dinamiche che nel quotidiano fuori della pandemia ci sono sempre sembrate tollerabili e componibili. Anche ora lo sono, sempre, poiché incorniciate in un affetto e amore profondi, maturati nel tempo, che presuppongono una conoscenza totale e radicale dell’altro. Però è stato pesante. E quanto dovrà esserlo ancora? La vita sentimentale e privata, come ovviamente la lavorativa sono sempre più conseguenza di un’evoluzione oggettiva, mondiale ed esterna, della pandemia. Sono dettate e determinate da un agente esterno. Per questo non possiamo plaudire ad una proroga dello stato d’emergenza. Poiché se necessario, sappiamo già quali stati d’animo ci comporterà, quali sentieri dovremo ripercorrere, con quali timori, inclusioni, esclusioni, limitazioni. Insomma, si procede e cammina in tempo di guerra cercando di cogliere la più piccola soddisfazione e gioia, anche semplicemente sospensione, alleggerimento, sottrazione di peso. Ci proviamo, a difendere e salvare sempre tutto, il nostro privato, affettivo e relazionale, la prospettiva di un’occupazione e la possibilità di una ritrovata serenità.

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Questo ci rimane dopo tre mesi. La gente è arrabbiata, i giovani soprattutto. Una marea inconcepibile di persone tagliate fuori da presente e futuro, povere in economia e prospettiva, in sogni e bisogni. Non so come sia possibile superare uno stato del genere. Ma la rabbia sociale sopravvive al Covid e tutte le pandemie che dovessero arrivare. Auguriamoci nessuna più. Riguarda più i giovani, ma anche i meno giovani. Le Istituzioni con questa rabbia non hanno fatto i conti: l’hanno immaginata, ma non contata. Ora ce l’hanno difronte e devono contenerla con risposte e soluzioni. Quelle che mancano. Prima di subito. Non ci sono forse precedenti storici, ma quel che ci resta è la totale precarietà e impossibilità di progettare il futuro, nel breve e lungo termine. E allora dove riporla la creatività, l’immaginazione, la cultura a favore degli altri, di tutti? La condivisione già esiste: c’è qualcosa che oggi non si condivide? I buoni propositi, aiuti economici, possibilità laddove si hanno, le parole, la vicinanza coerentemente con il metro di distanza. Nonostante ciascuno di noi metta molto del proprio, sembra ancora non bastare. Perché non si può arginare con il buon proposito o una mente allargata e inclusiva. Per queste calamità e difficoltà ci vuole lo Stato. Aggiungo democratico, con interventi ragionati: tanti e mirati, specifici, senza indugi e con la capacità di realizzarli, non perdendosi nelle domande, in ritardi e burocrazie note. Noi ci proviamo a immaginarcelo differente questo presente, a costruirlo anche differente. Con iniziative, tante parole, film, passeggiate infinite, terrazze utilizzate, sport fai da te a costo zero, chiacchiere distanziate e condivisione di storie e umori. Sostenendoci reciprocamente nella misura possibile. Lo facciamo riappropriandoci di una qualche forma di normalità. Anche negli orari, nelle pause, nei naturali segmenti di una giornata. Eppure, di rabbia ce n’è: la si percepisce, sente, vede. La si legge nei fatti di cronaca: come la pandemia fosse un detonatore, un acceleratore di atti compulsivi, di disperazione ed efferatezze. Anche nelle parole di chi deliberatamente ti urla addosso la propria agitazione. Di chi urla al complotto, rielabora addirittura i dati scientifici sulla pandemia alludendo ad altre, mille verità, meno inquietanti, per le quali come sempre saremmo pecorelle smarrite nelle trame di poteri forti, della Politica che mostrerebbe sempre e solo il suo lato più opportunistico. Adesso, pure nella disperazione e scollamento generali, come si fa a perdere tempo ed energia per cercare di confutare le scempiaggini di chi è contro a prescindere? Di chi nega l’evidenza e il racconto di medici ed epidemiologi che trascorrono la propria esistenza cercando di combattere un virus? Non si può, davvero, pensare che sia tutto pilotato e asservito al peggiore dei Sistemi. Io scelgo di continuare a fidarmi solo della Scienza, di quel che sa e può dimostrare e, soprattutto, di quel che ammette di non sapere e non mi dice. Mi sembra, già, una buona base di partenza. Questa continua acredine e rabbia sociale se è inevitabile per tutti coloro che si sono trovati fuori dall’economia e dal lavoro, dalla decenza di un’esistenza, non è certo giustificabile in chi ci ricama sopra identità, biglietti da visita, slogan facili, facciate per presentarsi in disquisizioni deliranti. Per gli urlatori di acredine viviamo, da sempre, in una realtà distopica travestita da democrazia. Le considerazioni dalle quali ripartire, sciorinando i dati Istat aggiornati, ripassandoli a mente, è che un ceto medio non esiste più, come non esiste la democrazia liberale, come le “terze vie” non sono ammissibili, né strambi accostamenti sociali ed economici per accontentare tutti. Probabilmente dovremo tornare a scelte radicali, ad un posizionamento netto che non lasci dubbi all’interpretazione anche di chi ci governerà. E dividersi non serve a niente, nella fragilità e nell’impoverimento generale che tutti toccano in modi e porzioni differenti, ma toccano. Qualunque dovesse essere la tempistica e la modalità per uscirne, dividersi e contrapporsi non servirà a niente.

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La differenza la fa il condominio. Anche se i quartieri sono poco riconoscibili. Tra la Fase 1 e la Fase 2 e quella che stiamo vivendo è andato in atto un progressivo ritorno ad una qualche forma di normalità. Nell’isolamento più totale, la differenza l’hanno fatta le terrazze, i panni stesi, i pochi rumori ricorrenti a scandire un tempo sempre meno descrivibile e tangibile, sempre più dilatato per confonderci le fasi e sovrapporre i giorni alle notti, i vicini di pianerottolo. I flashmob, il piatto di pietanza messo da parte, le torte a sorpresa, un aiuto sempre possibile. Ognuno rinchiuso nella propria vita casalinga a lavorare, chi è più fortunato, o congetturare sul proprio futuro, ha finito per attraversare un arcobaleno di stati. Ecco l’importanza del vicino, delle famiglie isolate con te e assieme a te, con le quali i rapporti si sono ancora più corroborati. Anche, forse, con chi non lo avresti ritenuto mai possibile. Allora il senso di comunità esiste e resiste. Però è vero che questa situazione non ha reso tutti migliori: i migliori sono migliorati e gli altri sono rimasti intrappolati come pesci nelle nasse, pieni di livore e disperazione. In gran parte giustificata. Ma non può risolversi una pandemia che si trascina dietro una crisi economica in rabbia sociale. Non dovrebbe. Eppure, già nelle moderne piattaforme, questa rabbia si percepisce e annusa. Come un crocchio da lontano si fa rumore e poi clangore. Le risposte radicali, la discussione presa alla larga per polemizzare. Come in rete ci fossero molti pesci pronti ad azzannare, a improvvisarsi predatori, livorosi con il mondo. Tracimanti bile. Insomma, il disagio sociale si esprime anche in sgangherati pensieri e critiche appuntite, ma fini a loro stesse. Questa è la cifra della solitudine e dell’astinenza d’affetto e socialità. Ecco perché è sempre bene dosarsi. La pandemia ha accelerato e reso possibile che l’agorà fosse solo Facebook, Twitter, Instagram o, per i più arditi, TikTok. Dopo la disperata bulimia di rete, per restare connessi al mondo, ora normalità è anche tornare a disconnettersi e a modulare una comunicazione non solo astiosa. Chi questo non lo comprende è ancora intrappolato nelle reti. Il livore non restituisce un lavoro che non c’è, né tanto meno lenisce lo stato di precarietà che molti vivono, né l’incertezza universale che ci ammanta. In questo continuo contrasto di pulsioni e altalenanti umori, il vicinato mi ha salvato. Certo ad averlo, e di buono, è stato davvero un privilegio. Mi sono potuto specchiare, ogni giorno, anche a distanza e per pochi attimi, nelle paure degli altri, ritrovarmici per tirare avanti con maggiore coraggio e un sospiro. Non di sollievo, di consapevolezza. Dalla mia finestra vedo un signore, sulla cinquantina, che ha steso il suo cartone sul marciapiede e ha cominciato a pregare genuflettendosi. Il corano, aperto, di lato. Normalmente quel posto la mattina è occupato dal flusso ordinato di chi si reca al mercato e, la sera, talvolta, dallo spaccio. Quello che è arrivato qui da fuori. Non è sempre stato così, ma la crisi ha evidenziato e alterato con colori vividi quanto si mimetizzava, a stento. Per un vicinato bello, il terrore che una delle piazze più suggestive e centrali di Roma possa essere il nuovo rifugio delle peggiori conseguenze del Covid. Ancora altalenante l’umore, la prospettiva, il futuro. Certo, però,  l’astio non ci aiuterà.

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Chi e cosa cambierà davvero durante dopo il Covid? Saremo tutti diversi? Probabilmente sì, molti sostengono di no, altri sospendono ogni giudizio. Di certo, se sopravvivremo alla pandemia, elaboreremo ciascuno a proprio modo, il vissuto. Il tracimare informazioni, teorie funamboliche, tutto ed il suo contrario, sedicenti farmaci e riti propiziatori, scontro di Nazioni per accaparrarsi il vaccino, per rinfacciarsi le colpe, le diatribe di Partiti e Governi che strumentalizzeranno e si rinfacceranno l’incapacità di fronteggiare la pandemia è già triste realtà.  Così la crisi economica successiva, vissuta sulla pelle dei lavoratori di molte fabbriche ed esercizi commerciali diventa l’arma politica prima di una elezione. ‘Ché una elezione è sempre alle porte. E la paura della difficoltà economica comincia a dominare su quella sanitaria. Non so se saremo diversi. Dall’inizio ho sempre pensato di sì. Che impossibile è sopravvivere ad una tragedia di questa portata senza avere sviluppato una ipersensibilità, affinato la propria percezione, il senso del contesto, la capacità di sapere relativizzare e riposizionare ogni cosa. Ricondurre ogni persona ed emozione, attività ed azione nel suo posto, quello giusto. Insomma, le nostre giornate si sono alternate tra sottrazioni di enfasi, diminuzione di importanza, di sovraccarico di aspettative e la vita ci è apparsa forse scarna, più circoscritta e ingabbiata, a tratti triste ma autentica. Non lo so se cambieremo. Credo di sì, ma ritengo anche, come leggevo in questi giorni, da qualche “Amaca”, che si continuerà sempre ad esasperare il proprio carattere. Voglio dire che lo sconsiderato e superficiale prima del Covid, probabilmente dopo lo sarà un poco meno, ma continuerà ad esserlo. Non si sfugge alla propria natura e carattere. Non completamente. Lo scrupoloso ipocondriaco lo sarà ancora di più, il fatalista tenderà sempre ad esserlo. Assisteremo ad un acutizzarsi delle nostre indoli o, per contro, lo sviluppo radicale e potente di un atteggiamento antitetico, come non siamo mai stati. Ma quest’ultima ipotesi è più remota. So solo che questa lontananza protratta e la reclusione a casa, per mesi, non può fare bene all’amore, alle relazioni sociali, allo stesso lavoro che ti porta ad essere sempre connesso e dipendente. Con la fine della Fase 2 abbiamo avuto per un attimo l’illusione di esserci rimpossessati, sì, di una qualche forma di normalità, della grammatica della socialità, dell’amore, dell’amicizia, della parentela. Poi, però, restano i numeri cui relazionarsi ogni giorno, tra mille timori e le città desolate, l’economia che chissà quando riprenderà. Ed è proprio assurdo vedere i centri storici delle grandi metropoli deserti, spettrali, post atomici. Perché gli esercizi riaprono, ma i centri storici sono animati dal turismo che è azzerato. Pertanto, proprio nel centro, gli esercizi faticano a riaprire, fanno calcoli di convenienza e molte saracinesche restano giù. Così in molte aree urbane, solo sei esercizi su dieci riaprono e la stessa percentuale si convince che penerà più di economia che di salute. Nella città un silenzio spettrale, pochissima gente, solo l’architettura imponente ad urlare il proprio dolore. Come si esce dal centro, un poco di vita la si intravede, allora tiriamo un sospiro di sollievo. La rivincita della gentrification o, piuttosto, un nuovo aspetto da approfondire. Poi arrivano le giornate dei giudizi complessivi e proprio dall’errato linguaggio, in ogni ambito della nostra quotidianità, proprio dall’approssimazione nella comunicazione, dalla manomissione delle parole e della lingua italiana sostituiti da un inglese maccheronico e altrettanti acronimi, dalla povera sintesi, ti rendi conto dell’incapacità di cambiare profondamente, di mettersi in discussione. Come la pandemia azzerasse progressivamente, con le aspettative, il pensiero critico. E lo vedi sui social, nelle riunioni improvvisate: di “istituzionale” resta poco. Solo bordate semplicistiche, luoghi comuni, reazioni viscerali. Le parole non si pesano più e sono usate a sproposito. Si è logorati dalla paura che produce pregiudizi, che vanno a braccetto con l’errata rappresentazione di sé, della propria condizione. Chi esercita un potere, in affanno preferisce gettare l’ansia e lo stress sugli altri, elargire patenti d’inadeguatezza agli avversari: politici, stranieri, blocchi geografici differenti, lavoratori. Con psicologia spicciola si determina un perenne giudizio al ribasso. Ai tempi del Covid, dove i lavori si perdono, le casse integrazioni non sono sufficienti, così i diversi buoni e voucher, le sacche della povertà ingigantiscono e le violenze aumentano queste dinamiche non cambiano. Allora forse ha ragione l’Amaca, nel sostenere che nulla, davvero, cambierà. Io, volitivo, ancora ci spero.

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