Archivio degli articoli con tag: diritti

Già, forse per il Covid, per l’emergenza, l’austerità, i conflitti economici e la povertà crescente aumentano i casi di femminicidi ed efferatezze consumate dentro le mura domestiche. Anche fuori, in realtà, ma di queste si è parlato più a lungo. Sono donne, figli indesiderati, partner malati, sono incapacità di accettare chi liberamente vive il proprio orientamento sessuale. Idiozie solo a parlarne, eppure in quest’Italia che esce dalla pandemia, lo auspichiamo, che combatte e reagisce in tutti i modi, le cronache continuano a portarle alla ribalta. Come d’improvviso, anni di battaglie e diritti, discorsi, approfondimenti, leggi, il nastro si riavvolgesse senza senso e si avvitasse in un mulinello diritto al Medioevo. E solo con l’azione giuridica, ancora una volta facendoli valere questi diritti, imponendo sanzioni, intervenendo prima di tardi, si possono forse arginare gli episodi che inzeppano le cronache di mostruosità umane. E, ancora, si percepisce la sensazione che difronte una pandemia tutto sia relativo e che esiste, comunque, una preoccupazione più grande e legittima, quella del lavoro e della sopravvivenza. Certo. Ma legata alla precarietà della vita non ha mai smesso di pulsare la violenza di genere, l’omertà difronte efferatezze domestiche, gli omicidi ed i suicidi, i pestaggi da parte di branchi e bulli. Tutto questo è inaccettabile, e invece di indebolire non fa che accendere e rendere più forti i propositi di chi vuole combattere e distruggere le derive razziste e xenofobe. E lo viviamo ogni giorno nella vicina America, dove si avvicendano notizie folli di persone invasate che irrompono in luoghi pubblici commettendo carneficine in risposta ai movimenti che rivendicano l’importanza ed uguaglianza dei neri, “Black Lives matter”. Insomma, aumentano i pestaggi ma le cronache degli abusi nascosti, taciuti per anni e mesi causati dalla Polizia vengono denunciati, riemergono con maggiore determinazione. È una marea forte e proporzionata tanto quanto la deriva razzista. La tecnologia, inoltre, ci viene in aiuto. Possiamo testimoniare, ciascuno fare la propria parte, riprendere conversazioni e filmare efferatezze, comportamenti sbagliati, possiamo denunciare continuamente. E lo faremo. È un giusto profluvio e straripare di denunce nuove e circostanziate, verso atti di violenza, di razzismo. Ci siamo riscoperti popoli razzisti, compulsivi, incapaci di riflettere e fermarci per accettare la realtà, niente più che la società reale, quella diversa dall’ologramma dei suprematisti bianchi, del prima la propria Nazione e poi le altre, il nostro Popolo e poi gli altri, della Famiglia composta di un uomo e una donna. Questo è, davvero, pleistocene. Il bisogno di costruire delle categorie, delle supremazie, delle gerarchie dove collocarsi in cima ci rimanda all’ossessivo quanto malato desiderio di distinguersi e considerarsi migliori, di qualcun’altro. Nessuno sopravanza diritti, semmai c’è che chi ne deficita, ingiustamente. E allora bisogna porvi rimedio, legiferare, sanzionare, creare un trasparente sistema di condanna per chi viola continuamente i diritti degli altri. Il razzismo è tra noi e la pandemia, il disagio sociale ed economico lo ha fomentato, non lo ha lenito. La rete di solidarietà ed aiuto reciproci nidifica laddove è sempre esistita. Ragione per la quale, da mesi, ci siamo resi consapevoli che il Covid 19 non ci ha resi né migliori né peggiori, ha migliorato chi era già “migliore” e peggiorato chi non lo era mai stato. Ha solo radicalizzato le nostre posizioni. La natura più triste di questo tragico spettacolo, reale, è offerta e corroborata da certa Politica che continua a cavalcare quest’odio e razzismo, lo fa implicitamente proprio, stendardo per le elezioni, più o meno prossime. Ce lo diciamo da anni, un meccanismo noto, una narrazione politica aberrante. Tuttavia, in forme e conflitti differenti, si ripete. Come mai ci caschiamo. Davvero non possiamo permetterlo e permettercelo. Anche nella comunicazione, non bisogna perdere occasione per scarnificare le parole, scavare oltre ogni superficie per descrivere il danno e l’orrore per quel che sono, il razzismo per quel che è, l’incapacità, i limiti, il non sapere dialogare e confrontarsi, non accettare di comprendere, di assumersi verità scomode, riconoscersi. Come nel romanzo di Ocean Vuong, edito da La Nave di Teseo, “Brevemente risplendiamo sulla terra”, scarnificare le parole e la propria vita serve per tirare fuori quel che siamo e possiamo essere, senza vergogna e con determinazione. Non rendersene conto è da fessi e ci condurrà ad un futuro peggiore del presente. Basta con la violenza, fuori e dentro le mura.

David Giacanelli

Nel periodo in cui tutti tentiamo di tornare ad una parvenza di normalità, dove con cautela e accortezza, quelle dovute date le circostanze ci riappropriamo di segmenti abbandonati di vita sociale, assistiamo a episodi di disordine internazionale e non solo. La furia razzista e discriminatrice nei confronti dei neri esplosa in America con la morte di George Floyd ha risvegliato un movimento mondiale, trasversale, contro il razzismo e ogni forma di discriminazione. Più forte in America, poi dilagato in tutto il mondo. All’insegna di Black Lives Matter e delle eclatanti continue manifestazioni di appoggio e solidarietà per rivendicare un’ovvietà, l’eguaglianza di tutti i cittadini difronte alla Costituzione, la possibilità di godere di uguali diritti e manifestare allo stesso modo, di essere trattati dalla Polizia e dalle Forze dell’Ordine nella giustizia e senza pregiudizio, di fruire del proprio diritto di voto con consapevolezza e conoscenza sta risvegliando un mondo sopito della pandemia e dal torpore di un capitalismo ormai agli sgoccioli. Ed è qui che l’America, a mio avviso, sta facendo la differenza. Com’era accaduto sulla scia e spinta rivoluzionaria che ha portato all’elezione a Presidente degli Stati Uniti di Barack Obama, ora i neri d’America si contano. E glorie dello sport come LeBron James decidono non solo di prendere posizione contro Trump, ma finanziano la creazione di ong quali “More than a vote” con l’intento di riportare la popolazione afroamericana al voto, spiegarle come farlo, quali i suoi diritti e possibilità di esprimerli fino in fondo. I sondaggi di Trump non sono buoni, l’economia in recessione e l’occupazione un disastro, anche quando improvvisa proiezioni e dati insostenibili, come le tesi sulla pandemia, ingurgitare disinfettanti per immunizzarsi, quando twitta commettendo errori sintattici e grammaticali. Quando espandendo la sua narrazione prepotente quanto dispotica, completamente scollata da tutto e tutti, da burlone fuori del coro diventa solo inadeguata macchietta di se stesso. Quello sgangherato personaggio per il quale non è mai colpa sua, un suo limite e incapacità percettiva, intellettiva e risolutiva, ma sempre colpa del Covid, della congiura cinese, del nemico comunista, della élite di Hollywood e dei migranti Messicani, delle politiche troppo inclusive e permissive, della sparuta presenza di ordine e disciplina, di armi per difendersi e sfogarsi. Sarebbe vittima di un enorme complotto: non il suo inglese però, né la mania di twittare sbagliando, né la comunicazione o preoccuparsi di risultare minimamente empatico. Il complotto è sempre esterno, pervicace realtà reiterata. Sbeffeggiando l’interlocutore, chiunque esso sia, ridicolizzandolo in modo infantile, attaccandolo senza argomentare l’attacco pensa di esercitare il suo ruolo politico. La narrazione della distrazione dai propri limiti e dalle proprie colpe, inadeguatezze e calamità che affliggono il proprio Paese prosegue, riducendo tutto all’estrema semplificazione concettuale. Esprimersi per parole chiave, suggestioni, una comunicazione di stomaco, molto puerile. Questo gioco, un po’ triste per un Presidente , è destinato ad esaurirsi. L’eccessivo egocentrismo e le dichiarazioni ossessive quanto copiose, asseriscono tutto e il loro contrario. Trump è capace di contraddire e allontanare, di continuo, uomini del proprio staff perché si permettono di evidenziare la sciocchezza detta o fatta, i rimedi personali ai tempi del Covid, la leggerezza con la quale ha affrontato la pandemia. E allora che l’elettorato si cominci a contare, tutto, ma davvero. Il resto è storia, è lo scienziato Fauci costretto a rettificare ogni opinione espressa in merito al Covid da Trump, sono i quotidiani imbarazzi di chi gli sta al fianco. Senza estremismi, né demolire o manomettere le statue, i monumenti e i simboli del passato, c’è bisogno di un guizzo, una spallata, un moto di rivincita e compensazione per le parole e i valori perduti, i neri massacrati che non potevano più respirare. More than a vote! 25stilelibero









 

Bella_Addormentata10_BEllocchio_fotodi_FrancescaFago1

Ho seguito le vicende di Mina Welby, amica cara, e di Eluana Englaro con grande interesse. Ne ho scritto nel tempo, in più occasioni,  cercando sempre nuovi spunti per farlo.  Per ribadire la necessità di un’apertura. Nonostante la legge 219 del 22 dicembre 2017 sul biotestamento, testamento biologico e Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento), in Italia non è possibile parlare di eutanasia o di suicidio assistito. Come dei “casi limite”, che pullulano nel nostro Paese, anche se rinchiusi nelle case private, nelle notti insonni di madri e padri, mariti e mogli, fratelli, conviventi stremati che vivono tra ansie e sensi di colpa, nell’impossibilità di porre fine alla propria indeterminatezza e possibilità di sopravvivere alle condizioni disumane, mai scelte, del figlio o parente. Casi in cui, più che sopravvivere si è costretti alla vita, incoscienti, eterodiretti da macchinari, nutrizione con sondino e somministrazione di farmaci.  Nonostante i richiami delle Corti a legiferare, il Parlamento italiano doveva farlo entro lo scorso 23 settembre, e i diversi disegni di legge proposti e depositati alla Camera, siamo ancora qui a dibattere dell’opportunità o meno dell’eutanasia e del suicidio assistito. Sempre con un approccio manicheo alla discussione, dei buoni e dei cattivi, della sinistra e della destra, dei giovani e dei vecchi, dei credenti e degli atei.  Poi però, per impossibilità di sintesi tra le differenti contrapposizioni, urlate e strumentalizzate per strada, nel Pd come nel Movimento 5 Stelle, per non parlare della Destra, della Lega e più prossimi, tutto si arena. Quello che per la prima volta vorrei provare ad esplicitare in modo semplice, è che il fatto di essere credenti o meno, di santificare l’esistenza e concepirla come dono di Dio, non fa di questa un fardello da tollerare sempre e comunque, anche immersi nel dolore e nella totale irreversibile incoscienza. Il problema non è di fede, ed è questo il grande equivoco al quale si tengono attaccati molti cattolici e credenti, più in generale, il problema è etico. Come sempre, però, per estrema sintesi, altrimenti assenza di approfondimento e tentativo di mettere in discussione posizioni anacronistiche e monolitiche, si tende ad affidarsi alla posizione reiterata nel tempo. Non si sollevano dubbi o possibilità di sviluppare un ragionamento in maniera seria e concreta, di apertura e cambiamento. Non dovrebbe essere uno scontro di metà campo, di “destra” o di “sinistra”, semplicemente un confronto sul buon senso. Anni fa ascrivevo puntualmente per un mensile dal titolo “Noncredo”, una rivista importante e che ospitava e spero continui ad ospitare nomi autorevoli, dalla politica alla medicina, alla filosofia, che affrontavano sempre soltanto temi etici e di diritti da acquisire o     considerare.  Ho realizzato diverse interviste, in tempi non sospetti, come al neurologo Mario Riccio per il caso Welby e a Carlo Alberto Defanti per il caso Englaro.  Grazie all’amicizia con Mina Welby sono riuscito una decina di anni fa, nell’unico Municipio di Roma dove consentito, a depositare il mio testamento biologico. Non esisteva ancora una legge, ma era possibile sottoscrivere un atto e certificare la propria posizione rispetto ad eventuali stati irreversibili di dolore e incoscienza. L’atto non ti garantiva ma costituiva un valido deterrente nel caso in cui ti fossi trovato in una situazione limite.  Mi ricordo il pomeriggio assolato d’estate, che dietro Marco arrivai di gran fretta a pizza Don Bosco. Poi al Municipio, poi l’iter veloce ed efficace. Ognuno di noi ha custodito la propria lettera, con la disposizione e i codici relativi. Ho pensato, già allora, che se mi fosse accaduto qualcosa, l’avere almeno lasciato una traccia scritta e chiara avrebbe aiutato chi si fosse trovato “dopo di me” a gestirmi. Anche Marco fece altrettanto. Poi la legge nel dicembre del 2017: un grande passo avanti, non c’è che dire, ma sempre sofferto se paragonato alle impronte lasciate da altri Paesi europei, molto tempo prima, senza trascinarsi per strada in lotte e invettive continue. Deve essere questo: in Italia riusciamo a dividerci su tutto, ma con particolare abilità, quasi chirurgica, sui diritti.  Culturalmente sopravvive un approccio che relega i diritti a qualcosa di contrattabile, sempre, ed opinabile. Un tema comunque non necessario. Un dibattito sulla acquisizione o ampliamento dei diritti è sempre concepito come privazione di qualcos’altro. Come se, pur non importanti, fossero comunque monetizzabili e barattabili nel momento in cui se ne parla e qualcuno vuole estenderli. Allora, sì, assistiamo alle crociate di chi, quei diritti, neanche li ha mai ragionati o conosciuti fino in fondo, neanche ne aveva contezza. Pertanto, “Italian first” e prima tutte le categorie già normate e numericamente dominanti: dagli eterosessuali ai credenti, ai genitori, alla famiglia naturale e agli sposati. L’elenco è lungo, ma al momento lo fermiamo qui.  E una manovra economica, un def, un deficit, un pil cui stare dietro sono sempre prioritari rispetto ai diritti e alle “belle addormentate” per citare il bellissimo film di Marco Bellocchio. Intanto la bella addormentata veniva tenuta forzosamente in vita, nonostante il parere dei propri genitori, dei parenti, dei compagni e un’indole chiara e manifesta.  E questo perché, prima della legge, magari non si era preoccupata di formalizzare la propria posizione sul fine vita, non aveva sufficientemente esternato, non per iscritto e inappuntabile, la propria posizione. Io credo, al di là di qualsiasi fede, che vegetare non sia vivere, che restare pulsanti e attivi solo poiché attaccati a dei macchinari e nutriti da sondini non sia vita. Non basta a raggiungere la soglia di dignità, minima, per cui quella condizione può essere rappresentata come una delle forme di vita possibili e, comunque, se non siamo nessuno per giudicare dobbiamo, almeno, potere scegliere.  Non esiste senso del dovere o di colpa rispetto all’esistenza, non deve. Non si deve vivere, si deve sempre scegliere di potere vivere. Perciò qualsiasi parere contrario, l’obiezione di coscienza dei medici, come della Chiesa più ortodossa che aprioristicamente non ammette l’interruzione dell’esistenza per volere del paziente, del malato, di chi patisce uno stato indesiderato o di un suo rappresentante legale è destinato all’impopolarità, ad essere superato nel tempo, per l’incalzare di chi con sofferenza è chiamato a gestire quotidianamente situazioni limite. Per l’insofferenza e le urla, quelle sì legittime, di padri e madri che assistono figli incoscienti da decenni, dalla loro nascita, che condividono la quotidianità con realtà troppo dolorose, cui è difficile sopravvivere e solo assistere. Scrissi, sempre diversi anni fa, un saggio edito da LibertàEdizioni dal titolo “Sì, cambia!”, nel quale avevo intervistato venti famiglie, genitori di figli disabili, più o meno gravi, credenti, agnostici, atei, socialmente e culturalmente eterogenei. Avevo selezionato un campione appositamente eterogeneo e trasversale. Ebbene, anche nel genitore più fedele alla fede e a Dio, una tautologia, non ho mai trovato un accanimento terapeutico e mentale. La vita ad ogni costo no, è un concetto superato da se stesso, dalle persone, dalla società, dai tempi, dalle troppe belle addormentate e addormentati.  Non credo alcuni temi siano più procrastinabili. Un disegno di legge sulla eutanasia e sul suicidio assistito è indispensabile. Una disciplina, una direttiva che sottragga alla opacità e alla assenza di indicazioni molte persone disperate. L’ultimo, cronologicamente, il caso di Dj Fabio e il processo a Marco Cappato. Tristi, coraggiose cronache, sempre più ricorrenti, che ci raccontano un Paese privo di norme, che asseconda indolenza e pigrizia mentali, che si trincera nella assenza, presunta tale, di numeri per combattere nelle sedi opportune e legiferare.

25stilelibero

 

nellanotte

È difficile capire quale sia la tattica migliore, la tempistica con la quale muoversi in politica, e sicuramente ci sono linguaggi paralleli e tempi più opportuni, alchimie che solo gli avvezzi ai lavori e ai corridoi, alle stanze ovattate dei bottoni possono interpretare. Che già sui “diritti”, questo Governo “giallorosso” cominci a dividersi non ci piace. Non ci piacciono le tesi che vorrebbero stoppare l’iter per lo ius culturae, dunque il riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati in Italia che abbiano compiuto un ciclo completo d’istruzione, poi variamente modellato e annacquato rispetto al disegno iniziale; non ci piace l’imbarazzo con il quale Di Maio richiama Conte sul “fine vita”, che divide l’elettorato Cinque Stelle e la futura egemonia dei due sul Movimento. Sono temi etici importanti e ormai imprescindibili, che producono sofferenze da decenni, per i quali siamo scherniti da gran parte dei Paesi europei. Adesso, che sui disegni di legge non si vada avanti e acceleri anche quando i numeri potrebbero esserci, perché Salvini avrebbe ormai inoculato le tossine dell’odio sociale e del razzismo, e che non si proceda per “il fine vita” perché l’elettorato del Movimento sarebbe diviso al suo interno e non si riuscirebbe a motivare una presa di posizione chiara con e contro i  vescovi cattolici, i medici obiettori, e tanta altra struttura e sovrastruttura ecclesiastica  mi sembra davvero abbastanza vergognoso. Non si rimandano questioni fondamentali per paura di affrontare uno scontro dialettico, di numeri, e politico, chi ha sdoganato l’odio sociale. Anzi, impavidi bisognerebbe andare allo scontro costruttivo e fare passare leggi importanti. La Politica questo deve fare. Confrontarsi e scontrarsi, mediare, legiferare. Abbandonare il tema dei diritti è ammettere la propria inadeguatezza, l’essere pavidi e calcolatori, cinici manovratori. Questo atteggiamento, un po’ puerile, disordinato, privo di una chiara strategia, debole e succube dei pregiudizi prodotti dalla destra non è ammissibile e sarà pagato, ulteriormente, in termini di consenso dell’elettorato di sinistra, fin troppo resiliente date le recenti diaspore e nonostante tutto. L’eterna opacità e poca assertività nei comportamenti dei leader, dei deputati e senatori, nelle in – decisioni, nazionali e internazionali. Tutto questo ha già un prezzo. È un periodo ormai troppo lungo, nel quale ci si addormenta con l’idea chiara e una posizione certa presa da chi dovrebbe rappresentarci, per svegliarsi l’indomani e constatare che quella posizione è stata annichilita e ribaltata. Senza comunicazione e per stessa ammissione della classe politica. Chi si dice amareggiato, non avvisato, di scoprire incredulo dai giornali, da un twitt inopportuno e improvviso, un post notturno che le decisioni sono “altre”. Ma altre da quelle concordate cinque minuti prima di coricarsi.  “Nella notte”, e qui potrei citare il meraviglioso romanzo di Conchita De Gregorio. Tutto accade sempre più nella notte o nelle dimensioni che più le somigliano. L’elettorato, giovane e adulto, è stanco, troppo stanco per pretenderne un’eterna, incondizionata fiducia. Adesso no, si misura ogni azione, ogni atto, virgolettato, dichiarazione. E si chiederà conto di ogni proposito abbandonato, di ogni istanza svaporata e poi evaporata, abbandonata come un eterno uzzolo. Il capriccio della Politica non dell’elettorato, quello che si esprime e quello che si astiene.   Non si può esigere dall’elettorato comprensione su alleanze politiche, anche le più peregrine, assurde, apparentemente schizofreniche per evitare il male più grande, e poi accettare anche le possibili tensioni interne ai partiti di questo Governo. Capirne limiti e tensioni interne.  Questo, davvero, è troppo. Già è siderale la distanza tra la Politica e l’elettorato, un enorme proletariato sgangherato e amareggiato differentemente, che la classe Politica non può permettersi più niente, tanto meno di giocare con rinvii, decidere cosa potrà essere ancora procrastinato. Davvero troppo. Tra una bracciata e un’altra, in vasca, raccolgo troppa disillusione e allontanamento. Si reclamano trasparenza e assertività, fatti, leggi, l’ardire, l’allargamento e il riconoscimento dei diritti, così una vera politica di sostegno sul lavoro, sulla produzione, le infrastrutture, l’inclusione e il sentirsi Europa in Europa, non una entità piccola e astratta.  Per ora stiamo a guardare timorosi che, “nella notte”, possa sempre accadere qualcosa. Noi vogliamo diritti, decisi di notte e di giorno.

25stilelibero

 

 

 

votare-referendum

Non esistono motivi per non votare. Chi fa spallucce e pensa che uno vale l’altro, che economicamente stiamo messi male, che il lavoro non c’è, ed una prospettiva di vita neanche, così un sogno e qualcosa che gli somigli, una chimera, dico “appunto”.

Cosa possiamo fare se non esprimere il nostro voto democraticamente. In una Politica liquida, resa tale dal malcontento, dai mezzi digitali dove le risposte sono poche e caratterizzate da roboanti grida sguaiate e insulti. Dove la piazza è la Rete e tutti restiamo isolati. Nel collegarci, in realtà, ci scolleghiamo umanamente e fisicamente. Un ossimoro grave, vivente, che ingrossa le proprie fila e ci rende incapaci di relazionarci. Mancano contatti e dibattiti reali. Solo annunci e smentite a colpi di post e tweet . Proprio in queste ore, prima del voto, si sta tentando di cavalcare un decreto sicurezza bis come un aiuto alle famiglie. Non passeranno. Così non passerà, subito, una flat tax. Ormai ci siamo abituati alla Politica urlata che  si fa nei social e non più nell’agorà, nelle piazze urbane. Che di piazze ne abbiamo, tante, e sono riscoperte proprio dai giovanissimi e dai millennial.

Per il resto la situazione europea oggi è chiara: un’anomala onda protezionista e di destra sta ammantando parecchi Paesi con risultati economicamente discutibili e offensivi dal punto di vista delle libertà. Assistiamo ad un reiterato e subdolo tentativo di erodere diritti già riconosciuti, un attacco alle libertà nuove e acquisite. Ed infatti devono intervenire magistrati, corti, solidificare sentenze perché la legge viene mal interpretata e  tirata come una giacchetta logora secondo la convenienza del momento. E come i magistrati, interviene più spesso con moniti e la richiesta di incontri privati  il Capo dello Stato a stoppare disegni di legge incostituzionali. In questo scenario complicato tutto sembra potere crollare da un momento all’altro.

Io voterò contro questa realtà magmatica e mefitica, voterò contro le discriminazioni, i respingimenti, la chiusura dei porti, l’isolazionismo dal lato di Visegrad. Voterò contro i provvedimenti presi ai danni delle insegnanti che inculcherebbero idee comuniste agli alunni. Voterò contro chi si ostina a riconoscere come reale solo la famiglia naturale. Voterò contro chi ottusamente non comprende e accetta l’alterità, la diversità come ricchezza ma solo come minaccia a quanto si possiede.  Voterò contro il rifiuto di volere ridiscutere le leggi sulle adozioni e la possibilità di una madre surrogata. Voterò per la scienza, per l’accoglienza, per i porti aperti, per la possibilità di dialogare sempre, di porre e risolvere i problemi sui tavoli europei ma non con dei categorici ricatti e ultimatum.  Non con la dialettica, puerile, di chi agisce solo e sempre se sono accettate inderogabilmente  regole e condizioni.

Voterò contro le promesse impossibili e chi si sente vittima di un eterno complotto di grandi poteri economici e politici. Questa risibile narrazione ha fatto il suo tempo. Quella del complotto, degli “italiani prima”, dello stiamo male per “colpa di chi ci ha preceduti”. Il tempo dei “cattivi” e “cattivisti” è scaduto, così le scuse. Torniamo a votare, non ci asteniamo e votiamo per la serietà della nostra storia, per la nostra democrazia, i principi umanitari. Scegliamo l’unica strada possibile, del dialogo e confronto continui.

Usciamo da questo ottundimento e torpore, rinsaviamo e mostriamo resipiscenza. Che la fragilità piega, ma non blocca. Votiamo e facciamolo, come direbbe Erri De Luca,  “in alto a sinistra”.

David Giacanelli

 

 

 

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