Archivio degli articoli con tag: futuro

Certo, passata la sbornia degli Europei si ritorna al Covid, al timore delle varianti, dei nuovi contagi, di quel che sarà di noi a cavallo delle vacanze, ai ritorni alla quotidianità. I Green Pass, le quarantene, le persone bloccate, quelle non ancora vaccinate. Sembra, davvero, come le nostre giornate siano un video gioco nel quale aumenta sempre il grado di difficoltà. E si allontana, pur con tutta la positività e l’ottimismo immaginabili, la parola fine. Sono passati quasi due anni, sembrano una eternità. Ci conviviamo. A volte viaggiamo, cerchiamo di uscire, di ritagliarci la migliore delle quotidianità ma i rapporti, necessariamente, inaridiscono. È come vivere in una perenne cattività e costrizione, senza parlare poi della precarietà economica e lavorativa dei molti. Istantanee alle quali è impossibile abituarsi ma che ci accompagnano, ormai, da troppo tempo. E nella precarietà generale relativizziamo tutto. Niente è così importante e imprescindibile da un momento di confronto, di conforto, di liquidazione del dolore e misura del piacere residuo, di leggerezza. Allora cerchiamo le volatilità, quella superficialità studiata che ci consenta, per pochi attimi al giorno, di astrarci e distrarci. Quei rari attimi di serenità e sospensione. Che poi è impossibile indugiarci troppo, perché la degenerazione dei rapporti sociali e degli stati d’animo ci scorrono accanto. Ci siamo abituati alle morti improvvise, ai contagi, alle epidemie, ai Governi che cambiano, ai voti segreti, vediamo opacità ovunque e non ci bastano più le parole buone e sincere. Tutto è troppo accidentale. Per questo è stato più facile legarsi ad una partita di tennis, ad un europeo di calcio, ad un concerto, alla visione di serie e programmi che in altre circostanze non avremmo mai visto. Così ci siamo abituati a letture improponibili e, allo stesso tempo, non reggiamo oltre la trentesima pagina se un libro è scritto male o non decolla per tensione narrativa. La nostra concentrazione non supera i famosi otto secondi. Siamo distratti dalla continua inafferrabile urgenza. La tolleranza e fiducia sono a scadenza, hanno bisogno di risultati concreti e veloci. No, non ci siamo rimbambiti tutto a un tratto, solo abbiamo abbassato ogni guardia e spirito critico. Per un attimo lo abbiamo fatto, siamo diventati leggeri e futili quanto i like dei Social. Poi, però, abbiamo ricominciato a nuotare.

David Giacanelli

Aspettando di cominciare a lavorare, dandoci dei termini di auto disciplina, altrimenti da smart il lavoro muterebbe in dipendenza definitiva e ininterrotta, perdendo ogni misura mi trattengo qualche minuto sul tavolino del solito bar. Oggi sono uscito di fretta, e per la prima volta ho dimenticato la mascherina a casa. Pertanto sono sempre rimasto all’esterno e a debita distanza da tutti. Accanto al mio tavolino ce ne erano altri due. Su di uno sedeva una signora azzimata, sulla sessantina, sull’altro due operai in pausa. La signora comincia a chiamare e per via dell’età e probabilmente per farci partecipi della sua esistenza, parla ad alta voce. Strilla e usa il viva voce come non si esprimesse da mesi, come dovesse ricominciare ad articolare, emettere parole, fare funzionare le mandibole, affidare la propria riabilitazione al cellulare. Penso che saranno convenevoli, con un’amica che vive in Sardegna, saluti cordiali e più o meno superficiali. Niente di troppo personale. Invece la conversazione si infittisce e spalma su diversi argomenti. La signora si lamenta perché è sola, non ha più nessuno, se non un figlio grande e un nipote. Il marito non ce l’ha, perché l’ha lasciata per risposarsi con un’altra alla quale fa le corna, così dice esplicitamente all’amica. Ribadisce che avrebbe bisogno di compagnia. Le sue poche amiche partono per l’estate o sono sposate, che vuol dire che non dispongono del proprio tempo in modo illimitato e pulito. I rispettivi mariti le controllerebbero a distanza. Alla signora che si confida con l’amica, piacerebbe che quest’ultima vivesse a Roma invece che a Tortolì, in Sardegna. Piacerebbe averla ogni giorno, di persona, poterci parlare e passeggiare. Per le strade di Roma. L’amica la ringrazia e le dice che le ha fatto una vera dichiarazione d’amore, e che lei l’apprezza. Perché alla loro età, trovarsi anche a distanza ma potersi parlare da donne libere, senza inibizioni e condizionamenti, è raro. Il matrimonio ingabbia in una naturale dipendenza di presenze che sottraggono tempo e attenzioni. Le due amiche si vogliono un gran bene, perlopiù a distanza, e mentre la signora sarda comincerà la propria vacanza dall’altra parte dell’isola, con famiglia e amici annessi, la signora romana resterà sola. Sola, nella sua città dove ogni giorno la va a trovare una donna che l’aiuta a casa, a fare ordine e riempire i vuoti e le fa la scrittura. L’ascolta, le predice il futuro, la rassicura, colma quella solitudine. Impressiona sentirla parlare, per l’ingenuità mista al vigore con il quale parla all’amica, dall’altro capo del Tirreno. Le ha detto che la sua vita sentimentale non si è conclusa lì, che incontrerà un uomo maturo con il quale invecchiare e del quale si innamorerà. La signora tutto fare della quale ha mantenuta la scrittura, poco leggibile, dove c’è scarabocchiato il suo futuro è sospesa tra la magia e la certezza di una presenza. Sotto l’influenza ipnotica di chissà quale spirito che ha guidato la mano incerta ma poderosa, la maga ogni giorno consuma il rito, si fa curatrice. La signora al telefono, a tre metri di distanza da me, non si vergogna affatto di urlare ad alta voce quanto la riguarda e la sua solitudine è così profonda che spera qualcuno possa coglierla e provare ad immaginare come ci si possa sentire. 25stilelibero

Un mio amico mi dice che a causa del Covid non sa se l’attività famigliare potrà mai riprendere. Per ora non è certo, e non dovesse esserci una ripresa, anche a settembre, probabilmente dovrà cominciare a reinventarsi un’altra occupazione. Le ferie non esistono, come sembra non esistere l’estate, un tempo di sospensione e pausa. Le cicale però sì, i grilli anche, la canicola, il meriggiare, le giornate di domini di luce dilatata. Un giorno eterno, un lavoro eterno, una dipendenza eterna. Come confondiamo il giorno con la notte, una confusione corroborata nel lockdown, il reiterarsi di sonni disturbati, lo stato sempre troppo vigile, così ci confondiamo nei ruoli e nelle responsabilità. Lo smart working, che comunque ha salvato molti di noi, ci ha reso iperattivi e ancor più produttivi. Da una parte, se abili, si è conciliata la vita personale e famigliare con quella lavorativa. Se precisi e ossessionati dagli obiettivi, anche a breve termine, si è ceduto alle lusinghe del compiacimento sul lavoro, al complimento e sprone gratuito. Se caratterizzati da un’etica e uno spirito protestante e deterministico ci si è sentiti stanchi, affaticati, ma indispensabili. Però la dipendenza dal computer e ogni device presente in casa, l’assenza di un vero spartiacque del tempo, l’accelerazione spasmodica e compulsiva al digitale che ha visto arrancare gli analogici di tutto il mondo, coprire insospettabili distanze, ha alterato alcuni nostri valori di base. E mentre accadeva ce ne siamo accorti, lo abbiamo sottolineato. Stavamo cambiando e perdendo dei riferimenti necessari, dei punti stabili, degli accapo, le pause e l’importanza di esserci ma soprattutto di poterci assentare. Lo evidenziavamo ma è accaduto lo stesso. Allo squilibrio esterno prodotto dalla pandemia è coinciso uno squilibrio interno: ci siamo dovuti acconciare ad una nuova realtà di incertezze, precarietà, impossibilità di visione a lungo termine. Abbiamo accorciato tutto: idee, pretese, speranze, sogni, spostamenti, libertà e creatività. Abbiamo preso distanza dal brutto, ma assunto consapevolezza del superfluo, di ciò che non funzionava come avrebbe dovuto già prima del Covid. Insomma, come in stato di guerra ci si concentra a sopravvivere e si coglie intensamente la giornata, niente di più. E la mente la si tiene piena di pensieri e attività da fare: da qui il super lavoro che occupa attenzione, energia, e distrae dall’incertezza del futuro. Che pure ci riguarda, ma sulla quale non abbiamo troppa voce in capitolo. Per non parlare di chi il Covid lo ha avuto in casa, ne è stato segnato. Lì, si apre un altro scenario, che forse non siamo neanche in grado di affrontare fino in fondo. Troppo duro e richiede elaborazione più lunga. Dell’umanità resta comunque sottesa questa insicurezza e precarietà, che ci costringe a non pianificare troppo, a non sognare, a non immaginarci in un gerundio, nello svolgimento e sviluppo di un progetto, che ci circoscrive all’oggi, di più, all’ora che stiamo contando, i suoi minuti, troppo veloci o infiniti. Anche i rapporti umani si sono alterati. Quelli che funzionavano hanno continuato a funzionare, quelli estinti o logorati si sono annichiliti definitivamente, ma molte relazioni si sono poste più di una domanda. Coesistere e coabitare tutto il giorno, per tutte le ore, con tutto il carico del lavoro non può fare bene. Insomma, anche i legami più collaudati, hanno sofferto e sono emerse nitide, come per incanto, insopportabili dinamiche che nel quotidiano fuori della pandemia ci sono sempre sembrate tollerabili e componibili. Anche ora lo sono, sempre, poiché incorniciate in un affetto e amore profondi, maturati nel tempo, che presuppongono una conoscenza totale e radicale dell’altro. Però è stato pesante. E quanto dovrà esserlo ancora? La vita sentimentale e privata, come ovviamente la lavorativa sono sempre più conseguenza di un’evoluzione oggettiva, mondiale ed esterna, della pandemia. Sono dettate e determinate da un agente esterno. Per questo non possiamo plaudire ad una proroga dello stato d’emergenza. Poiché se necessario, sappiamo già quali stati d’animo ci comporterà, quali sentieri dovremo ripercorrere, con quali timori, inclusioni, esclusioni, limitazioni. Insomma, si procede e cammina in tempo di guerra cercando di cogliere la più piccola soddisfazione e gioia, anche semplicemente sospensione, alleggerimento, sottrazione di peso. Ci proviamo, a difendere e salvare sempre tutto, il nostro privato, affettivo e relazionale, la prospettiva di un’occupazione e la possibilità di una ritrovata serenità.

25stilelibero

Nel periodo in cui tutti tentiamo di tornare ad una parvenza di normalità, dove con cautela e accortezza, quelle dovute date le circostanze ci riappropriamo di segmenti abbandonati di vita sociale, assistiamo a episodi di disordine internazionale e non solo. La furia razzista e discriminatrice nei confronti dei neri esplosa in America con la morte di George Floyd ha risvegliato un movimento mondiale, trasversale, contro il razzismo e ogni forma di discriminazione. Più forte in America, poi dilagato in tutto il mondo. All’insegna di Black Lives Matter e delle eclatanti continue manifestazioni di appoggio e solidarietà per rivendicare un’ovvietà, l’eguaglianza di tutti i cittadini difronte alla Costituzione, la possibilità di godere di uguali diritti e manifestare allo stesso modo, di essere trattati dalla Polizia e dalle Forze dell’Ordine nella giustizia e senza pregiudizio, di fruire del proprio diritto di voto con consapevolezza e conoscenza sta risvegliando un mondo sopito della pandemia e dal torpore di un capitalismo ormai agli sgoccioli. Ed è qui che l’America, a mio avviso, sta facendo la differenza. Com’era accaduto sulla scia e spinta rivoluzionaria che ha portato all’elezione a Presidente degli Stati Uniti di Barack Obama, ora i neri d’America si contano. E glorie dello sport come LeBron James decidono non solo di prendere posizione contro Trump, ma finanziano la creazione di ong quali “More than a vote” con l’intento di riportare la popolazione afroamericana al voto, spiegarle come farlo, quali i suoi diritti e possibilità di esprimerli fino in fondo. I sondaggi di Trump non sono buoni, l’economia in recessione e l’occupazione un disastro, anche quando improvvisa proiezioni e dati insostenibili, come le tesi sulla pandemia, ingurgitare disinfettanti per immunizzarsi, quando twitta commettendo errori sintattici e grammaticali. Quando espandendo la sua narrazione prepotente quanto dispotica, completamente scollata da tutto e tutti, da burlone fuori del coro diventa solo inadeguata macchietta di se stesso. Quello sgangherato personaggio per il quale non è mai colpa sua, un suo limite e incapacità percettiva, intellettiva e risolutiva, ma sempre colpa del Covid, della congiura cinese, del nemico comunista, della élite di Hollywood e dei migranti Messicani, delle politiche troppo inclusive e permissive, della sparuta presenza di ordine e disciplina, di armi per difendersi e sfogarsi. Sarebbe vittima di un enorme complotto: non il suo inglese però, né la mania di twittare sbagliando, né la comunicazione o preoccuparsi di risultare minimamente empatico. Il complotto è sempre esterno, pervicace realtà reiterata. Sbeffeggiando l’interlocutore, chiunque esso sia, ridicolizzandolo in modo infantile, attaccandolo senza argomentare l’attacco pensa di esercitare il suo ruolo politico. La narrazione della distrazione dai propri limiti e dalle proprie colpe, inadeguatezze e calamità che affliggono il proprio Paese prosegue, riducendo tutto all’estrema semplificazione concettuale. Esprimersi per parole chiave, suggestioni, una comunicazione di stomaco, molto puerile. Questo gioco, un po’ triste per un Presidente , è destinato ad esaurirsi. L’eccessivo egocentrismo e le dichiarazioni ossessive quanto copiose, asseriscono tutto e il loro contrario. Trump è capace di contraddire e allontanare, di continuo, uomini del proprio staff perché si permettono di evidenziare la sciocchezza detta o fatta, i rimedi personali ai tempi del Covid, la leggerezza con la quale ha affrontato la pandemia. E allora che l’elettorato si cominci a contare, tutto, ma davvero. Il resto è storia, è lo scienziato Fauci costretto a rettificare ogni opinione espressa in merito al Covid da Trump, sono i quotidiani imbarazzi di chi gli sta al fianco. Senza estremismi, né demolire o manomettere le statue, i monumenti e i simboli del passato, c’è bisogno di un guizzo, una spallata, un moto di rivincita e compensazione per le parole e i valori perduti, i neri massacrati che non potevano più respirare. More than a vote! 25stilelibero









La differenza la fa il condominio. Anche se i quartieri sono poco riconoscibili. Tra la Fase 1 e la Fase 2 e quella che stiamo vivendo è andato in atto un progressivo ritorno ad una qualche forma di normalità. Nell’isolamento più totale, la differenza l’hanno fatta le terrazze, i panni stesi, i pochi rumori ricorrenti a scandire un tempo sempre meno descrivibile e tangibile, sempre più dilatato per confonderci le fasi e sovrapporre i giorni alle notti, i vicini di pianerottolo. I flashmob, il piatto di pietanza messo da parte, le torte a sorpresa, un aiuto sempre possibile. Ognuno rinchiuso nella propria vita casalinga a lavorare, chi è più fortunato, o congetturare sul proprio futuro, ha finito per attraversare un arcobaleno di stati. Ecco l’importanza del vicino, delle famiglie isolate con te e assieme a te, con le quali i rapporti si sono ancora più corroborati. Anche, forse, con chi non lo avresti ritenuto mai possibile. Allora il senso di comunità esiste e resiste. Però è vero che questa situazione non ha reso tutti migliori: i migliori sono migliorati e gli altri sono rimasti intrappolati come pesci nelle nasse, pieni di livore e disperazione. In gran parte giustificata. Ma non può risolversi una pandemia che si trascina dietro una crisi economica in rabbia sociale. Non dovrebbe. Eppure, già nelle moderne piattaforme, questa rabbia si percepisce e annusa. Come un crocchio da lontano si fa rumore e poi clangore. Le risposte radicali, la discussione presa alla larga per polemizzare. Come in rete ci fossero molti pesci pronti ad azzannare, a improvvisarsi predatori, livorosi con il mondo. Tracimanti bile. Insomma, il disagio sociale si esprime anche in sgangherati pensieri e critiche appuntite, ma fini a loro stesse. Questa è la cifra della solitudine e dell’astinenza d’affetto e socialità. Ecco perché è sempre bene dosarsi. La pandemia ha accelerato e reso possibile che l’agorà fosse solo Facebook, Twitter, Instagram o, per i più arditi, TikTok. Dopo la disperata bulimia di rete, per restare connessi al mondo, ora normalità è anche tornare a disconnettersi e a modulare una comunicazione non solo astiosa. Chi questo non lo comprende è ancora intrappolato nelle reti. Il livore non restituisce un lavoro che non c’è, né tanto meno lenisce lo stato di precarietà che molti vivono, né l’incertezza universale che ci ammanta. In questo continuo contrasto di pulsioni e altalenanti umori, il vicinato mi ha salvato. Certo ad averlo, e di buono, è stato davvero un privilegio. Mi sono potuto specchiare, ogni giorno, anche a distanza e per pochi attimi, nelle paure degli altri, ritrovarmici per tirare avanti con maggiore coraggio e un sospiro. Non di sollievo, di consapevolezza. Dalla mia finestra vedo un signore, sulla cinquantina, che ha steso il suo cartone sul marciapiede e ha cominciato a pregare genuflettendosi. Il corano, aperto, di lato. Normalmente quel posto la mattina è occupato dal flusso ordinato di chi si reca al mercato e, la sera, talvolta, dallo spaccio. Quello che è arrivato qui da fuori. Non è sempre stato così, ma la crisi ha evidenziato e alterato con colori vividi quanto si mimetizzava, a stento. Per un vicinato bello, il terrore che una delle piazze più suggestive e centrali di Roma possa essere il nuovo rifugio delle peggiori conseguenze del Covid. Ancora altalenante l’umore, la prospettiva, il futuro. Certo, però,  l’astio non ci aiuterà.

25stilelibero

Napoli

Tornare a Napoli dopo anni mi lascia sempre basito, sovraeccitato e poi, nel percorso di ritorno, verso casa, mi rendo conto che qualcosa di certo è stato sbagliato. Perché non è possibile che una città così bella, non ancora intaccata dalla gentrification, non almeno come Roma o altre metropoli equiparabili, dove ricchezza e povertà sono ancora consecutive, si tengono a braccetto almeno urbanisticamente, nei vicoli, nei palazzi, nelle interazioni sociali, nei cortili insospettabili, nelle geometrie irregolari sprofondi in una ricchezza culturale e sociale, te ne ubriachi, ma quel che resta per chi deve viverci è davvero poco. Ancor troppo poco. Perché la bellezza cura e allieva, ma non sana le mostruosità, gli errori del passato e del presente, non guarisce. La ricchezza e la povertà a Napoli non sono terre lontane e mondi opposti.  Non esiste un centro ricco e una periferia povera. Tutto nasce ammonticchiato, sparpagliato, contaminato, sovrapposto, giustapposto, condonato, recuperato. Tutti gli edifici si lisciano, si toccano quasi per mano nella speranza di ammaliare e corrompere l’altro, di sedurlo. Qui come in molte altre città d’Italia, i giovani non lavorano e chi è rimasto, per molteplici ragioni, senza fuggire all’estero o altrove, sempre in Italia, si è adattato a svolgere qualsiasi occupazione, in barba alle professionalità ed i percorsi di studio ed esperienziali. A dispetto dei sacrifici dei genitori che hanno investito nel loro futuro. Un futuro che si è fatto presente, nel quale tentennano, camminano su pezzi di vetro e sono coraggiosi. Tanto abituati ad arrangiarsi da non stupirsene più, da raccontartelo con semplicità. Hanno sviluppato, loro malgrado, un’arte di resistenza che gli invidio. Non perché io non ne sia capace, perché la loro è la generazione immediatamente dopo e prima. Sospesa tra il sogno e il disincanto. Come la nostra, d’altronde. Eppure immediatamente prima il nuovo secolo, quello dei nativi digitali, quella che ancora una volta avrebbe dovuto raccogliere quanto seminato da anni e anni di lotta dei propri genitori. E non bastano i film di Ferrente, né i libri di Erri De Luca, quelli di Elena Ferrante, il cinematografo, la Gatta Cenerentola, i ricordi di tanta bellezza partenopea passata, gli spazi recuperati al degrado dalla street art e le performance artistiche geniali di nuovi autori a creare altro lavoro. La loro presenza impreziosisce la città, la migliora agli occhi di tutti, poi però resta il quotidiano. Diffuso ormai nella maggior parte delle metropoli e territorio italiani, al nord come al centro e al sud. Ma fa paura vederlo anche fuori casa, parlando fitto fitto con i diretti interessati. La gente, i giovani devono sempre arrabattarsi, anche i meno giovani, chi ghermisce uno straccio di lavoro, lo difende nonostante la digitalizzazione e automazione di ogni flusso. Facendosi ricoprire di diktat, improperi, comportamenti che un tempo un qualsiasi saggio sindacalista non avrebbe minimamente concepito, tollerato e fatto tollerare. Allora veramente c’è stato più di qualche semplice errore.  Insomma, in queste ruote politiche, capriole e salti carpiati, oltre a preoccuparsi di tenere uniti i partiti e le forze politiche, bisognerebbe prima di subito investire in lavoro e infrastrutture, sanare anche le situazioni di lavoro presente ma malato, martoriato, discriminato per logiche politiche, oggetto delle correnti e sub correnti, annegato nelle faide di rivoli che continuano ad ingrossare nonostante l’ipocrisia di molta classe politica lo neghi. Dai cadaveri degli sbagli, reiterati nei decenni, emergono ancora urla disperate di vendetta, sani desideri di riscatto. Questi giovani devono avere le prospettive che meritano, come le meritano i meno giovani. Tutto è poi chiaro e alchemico, una malia alla quale è impossibile sottrarsi: mare in cui nuotare a bracciate vigorose, pietanze da assaggiare, neo melodici da ascoltare, artisti da scoprire, defunti da adottare, miti sacri e pagani che si mescolano in una Napoli sotterranea, piena di fascino e meno nota ai più, a chi si abbandona agli arci noti circuiti turistici, indolente e neghittoso. Una Napoli che ammalia e seduce: vedi Napoli e poi rimboccati le maniche, riparti con slancio e voglia di rivendicare diritti e giustizie. Perché un’etica come una capacità minima esistono sempre, corroborate anche da una Politica che non risponde.

25stilelibero

 

 

Selfie

“Selfie” di Agostino Ferrente è un film che va visto, perché se nelle logiche e schiavitù tribali e umorali rappresenta tristemente il nostro tempo schizofrenico, quello del protagonismo e dell’estetica, dell’assenza di intimità, della bulimia d’esibirsi e mostrarsi, vi contrappone la storia di due ragazzi del rione Traiano di Napoli.

Una come tante, con la peculiarità di non farsi contaminare, di restare impermeabile alla malavita circostante come al Selfie. Alessandro e Pietro si compiacciono nel riprendersi continuamente e ritrarre la propria esistenza su pezzi di vetro, ma l’iphone e la consapevolezza di essere, sempre, protagonisti, non li intacca. Non li cambia. Non c’è selfie che tenga. Capace di intervenire a modificare questi due ragazzi di periferia, che vivono solo della propria sincera amicizia. Così come il selfie non intacca un amore possibile tra le ragazze del rione e i futuri fidanzati, anche dovessero finire in carcere, lo status più diffuso, o accollarsi un ergastolo. Se è amore sopravvive e merita fedeltà, anche nella povertà e ignoranza, nella fatiscenza di una periferia omologata, opaca come gli affari manovrati dal centro di Napoli fin lì. Quelli della camorra, dello spaccio di droga, delle frequenti rapine, degli omicidi per sbaglio e lo scambio di persona.

 Alessandro e Pietro sono due eroine, loro malgrado, poiché interrompono una sequenza sociale pur non disponendo di grandi possibilità e mezzi. Combattono con la semplicità e il candore della propria amicizia, commuovendosi, esibendo la propria assenza di sovrastrutture. Si spogliano di tutto, di pudore che per i Latini era puzzo, di diaframmi, di filtri che possano mostrarli migliori e diversi da come sono.

E invece no: rivendicano esattamente quei sentimenti lì, che li salvano e rendono diversi dal contesto sociale che li vorrebbe soggiogati ad una landa opaca. Descrivono il proprio fisico butterato e pingue, sudato, le loro lampade mal riuscite, i capelli azzeccati e poi scarmigliati, i letti barocchi e kitsch approssimazione povera di Gomorra. Si mostrano affaticati, ostentano l’estetica antiestetica delle loro esistenze, la loro scomposta commozione, poco virile e rispondente ai canoni di una periferia tribale e machista. Utilizzano il mezzo tecnologico per comunicarci un messaggio anti-tecnologico e controcorrente, che non massifica ma differenzia verso il basso, verso la loro povertà di cui non vergognarsi.  Si differenziano nella povertà come nell’amicizia, nell’assenza di alternative pur di non consegnarsi all’illegalità deflagrante e straripante. Questa è la rivoluzione del Selfie, quello realmente democratico e sociale. Alessandro e Pietro sono due partigiani, due resistenti in un clima sociale che li vorrebbe drogati di egocentrismo e malaffare. Ferrente fa breccia con la storia di un’ingenua profonda amicizia ai nostri tempi, quelli in cui nel 2017 un sedicenne del rione Traiano di nome Davide Bifolco viene ucciso per sbaglio da un carabiniere. Ferrente vuole ricordare l’orrore di questo omicidio, errore che deflagra nella cronaca, una vita bruciata, raccontandolo attraverso la vita di due amici.

David Giacanelli

ITALY-POLITICS-SOCIAL-MIGRATION-DEMO

Salvini in un recente comizio elettorale, uno dei tanti e tra i molti, ha dichiarato che le elezioni europee saranno un bivio tra la vita e la morte, e forse è vero. La morte della democrazia e del pensiero libero, della possibilità di esprimere una critica senza essere redarguiti, puniti, stigmatizzati né scherniti e irrisi. Il limite, dopo le urla che invocano allo stupro della donna rom che si impossessa della casa che le spetta per graduatoria a Casal Bruciato, non è ancora colmo.  Lo abbiamo raggiunto, poco  dopo, con la sospensione per due settimane e dimezzamento dello stipendio della professoressa del liceo di Palermo, Dell’Aria.

La domanda, in vista delle Europee, è proprio questa. Quanto siamo disposti a tollerare che un decreto sicurezza sancisca di multare delle organizzazioni non governative che soccorrono migranti nel Mediterraneo con la confisca della nave, multe salate ai cooperanti, multe per ogni migrante traghettato? Il Trattato di Dublino andrebbe rivisto, così la necessità di accordare tutti i Paesi europei sulle quote di migranti da accettare. La situazione è di stallo, ma non per questo possiamo effettuare un calcolo aritmetico: chiudere i porti fintantoché non si trovi una soluzione condivisa. “Prima gli Italiani” è una sciocchezza, come il fatto che chiudendo i porti si possa pensare di risolvere il problema della migrazione. Certo che gli sbarchi sono diminuiti a fronte, però, del cimitero che è diventato il fondale del Mediterraneo! Che nei prossimi decenni restituirà ai nostri nipoti pagine sconcertanti di storia nelle quali milioni di cadaveri riemergeranno in superficie e qualcuno si interrogherà sul perché e sul per come sia stato possibile scrivere questa orribile pagina. S’interrogheranno sul sentimento della solidarietà e umanità che, comunque, sono annoverati tra i   principi fondamentali, nella Carta dei diritti umani. Non è tutto possibile, non si possono chiudere i porti come le porte di casa. Per questo aumentano le sentenze, soprattutto delle Corti internazionali ed europee, perché ci si muove arbitrariamente violando il diritto.

La soluzione è stata ampiamente spiegata in questi giorni dall’OIM, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, che ha parlato esplicitamente della necessità di creare dei corridoi umanitari che garantiscano, almeno, l’approdo dei migranti economici verso mete serene o rimpatri, ma non nei lager e ghetti dai quali in Libia sono scappati, anche nel continente africano ma in altri Paesi.

Non c’è da sconvolgersi se gli alunni di un liceo classico di Palermo arrivano, in una elaborazione critica del tutto personale, ad accostare le morti in mare e le politiche dei migranti allo sterminio dei lager e agli eccidi della seconda guerra mondiale. È una loro visione: il sentimento più lugubre e triste cui possono come nuova generazione provare e, perciò, accostare ad un altro del passato. Non si può pensare di censurare tutto.

Nel comizio di oggi a Milano, Salvini cita anche il Papa. È in realtà, isolato. La Chiesa non lo appoggia, così come tutti i partiti di sinistra e i movimenti liberali. Poiché i migranti non solo non li aiutiamo a casa nostra, tanto meno lo abbiamo fatto a casa loro e la politica libica ce lo dimostra ogni giorno. Con le tribù dove polizia, lenoni, scafisti, venditori all’asta di schiavi e corpo militare si confondono e mimetizzano, scambiandosi periodicamente ruoli.  Quanto possiamo tollerare che un Ministro degli Interni pieghi le leggi e la Costituzione a suo piacimento, invocando il suo, e solo suo ordine, come la  propria disciplina? Il richiamo populista a risolversi i problemi da sé, superando lo Stato e il Parlamento, lacci e laccioli, è proprio l’icona autoritaria, la rappresentazione icastica di uno stato liquido, una democrazia che sopravvive a stento, un Paese isolato che ama isolarsi e interloquire solo con i Paesi di Visegrad. Il passo verso regimi accentratori e autoritari è troppo breve. Per questo i giovani tornano in piazza a manifestare. I millennial, la generazione Y e i nati all’inizio del 2000. Lo fanno abbracciando la causa ambientalista, con i #Fridayforfuture elogiando Greta Thunberg, scortando alla Sapienza tra i cori di “Bella Ciao” il Sindaco di Riace, Mimmo Lucano, adombrando movimenti estremisti di Casapound e Forza nuova che vogliono impedirne la lezione alla Sapienza. Questo nuovo civismo, la nuova spinta giovanile non legata necessariamente a un partito o movimento, e per questo forse ancor più sincera, ci salverà. Il nuovo senso di ribellione, la necessità di esserci e, pur giovani, di non dimenticare quanto hanno imparato a scuola, appreso dalle proprie famiglie, dai racconti di molti e semplicemente documentandosi dovrà salvarci. Che un Ministro dell’Interno si sovrapponga a qualsiasi altro Ministro, dal quello delle Infrastrutture a quello della Difesa nella politica dei migranti non è un bel vedere.  Manifesta le difficoltà e le grosse fragilità di un Governo che non si coordina e si muove in ordine sparso, senza criteri condivisi e comuni. Sono scorciatoie autoritarie per ammansire un elettorato povero e disperato. Il problema è riuscire a ridestarlo questo elettorato, per fargli capire quanto sia importante votare alle elezioni Europee, ma per un’Europa coesa. Perciò tentare l’accordo sulle percentuali dei migranti sempre, rispettare il Trattato di Dublino fino a che non sarà possibile cambiarlo, creare dei corridoi umanitari per fare transitare anche migranti economici verso territori dell’Europa e del Mondo dove sia possibile farli vivere dignitosamente. Le persone tornano in piazza perché non si sentono rassicurate da Lega e Movimento. Piuttosto sentono che non agire, non votare contro, non tentare di esprimere il proprio dissenso ci riporterà indietro nel tempo. All’autoritarismo e all’assenza di democrazia. Dopo sì, sarà troppo tardi. Per questo mai come in questa occasione occorre votare in Europa per l’Europa, evitando le destre e le leghe.  Un partito che si schiera con i Paesi di Visegrad, che sono quelli cui l’Ue che tanto vituperano ha dato più aiuti economici che ad altri, è anche beffardo e contraddittorio.  Infatti Polonia, Repubblica Ceca,  Slovacchia e  e Ungheria, cui Salvini guarda come alleati e, incantato, osserva il muro di Orban, sono proprio quelli che ricevono più aiuti economici e che meno contribuiscono, invece, al benessere europeo. Allora dovremmo drasticamente rivedere anche queste regole. Chi non è solidale e non apre le proprie porte, non condivide le scelte sui migranti, ma pretende anche di restare in Europa, deve ricevere meno aiuti. Ma non sarà sempre così, e il nuovo civismo di ventenni e trentenni ci salverà. Andiamo, tutti, a votare.

David Giacanelli

 

 

 

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