Archivio degli articoli con tag: giovani

Cosa ti aspetti dalle prossime elezioni, nei prossimi mesi? Penso alle risposte che darei ai miei nipoti, alle consapevolezze che già leggo nei loro occhi innocenti, a loro modo ideologici. Che sono stanchi dei movimenti, dei non partiti, delle formazioni politiche che non abbiano una storia radicata e antica. Non sono assolutamente d’accordo con l’ostentare le forme di democrazia diretta, quando queste ultime hanno solo prodotto classi dirigenti impreparate, rabberciate, nella migliore delle ipotesi con l’umiltà di mettersi a studiare, incredule di essere state elette per pochi like. Non è più tempo di imparare a studiare: è tempo di arrivare già preparati, tecnici, funzionari che conoscono la materia molto bene, ciascuno nel suo segmento. C’è bisogno di squadre, di capacità e competenze al servizio dei singoli candidati. I giovani non amano gli uomini soli, né tanto meno gli uomini che non hanno un partito al seguito. Hanno già visto l’estremo protagonismo e individualismo di alcuni leader a cosa hanno portato. Sono rimasti delusi. C’è un ritorno al desiderio di squadra, di collettività rappresentata che solo un partito storico, evolvendosi, può esprimere al meglio. Storico perché ha una storia con valori riconoscibili, mutati anche nel tempo, capace di auto analizzarsi ed evolvere o involvere e sbagliare. Ma riconoscibile, anche nell’errore. E non è questione di establishment, di sistema, perché negli ultimi anni l’antisistema ha fallito. La distrazione delle masse giocata sulla discriminazione delle posizioni, sul fatto che chi governasse fosse élite contro tutti, sui gruppi di potere telecomandati dalle lobby, sull’ostracismo verso chi non producesse spot pop e popolari, semplicistici quanto inesatti, di più errati. Anche i giovani dei #fridaysforfuture, gli ambientalisti, noi tutti con a cuore il futuro del Paese/Mondo non scelgono come interlocutori i movimenti, i guru improvvisati del web, i medici che asseriscono che i vaccini fanno male, i complottisti, i terrapiattisti, i no e bo vax. Una ragione ci sarà. O sono anche loro oggetto di un complotto, telecomandati da genitori sconsiderati e prezzolati? Greta Thunberg parla con Draghi e con i Capi di Stato europei e rinfaccia loro i “bla bla bla”, ma non lo fa in tavoli dove perfetti improvvisati della Politica le darebbero ragione senza entrare nel merito di alcuna questione sollevata e dibattuta. Insomma, per protestare e amministrare ci vuole davvero spessore, tanto, troppo. Capacità di sapere scegliere, prendere decisioni, compromettersi quando non è possibile la scelta manichea e radicale, prestare servizi e fare funzionare città, assicurare una qualità della vita almeno decente, promuovere diritti. Facile a dirsi, certo, ma altrettanto facile è ora escludere tutte le forme e forze politiche che hanno praticato distrazioni di massa, spostando l’attenzione su altri temi non centrali o, peggio, asserendo falsità per catalizzare il malessere che con due anni di pandemia tutti abbiamo vissuto e continuiamo a vivere. Prima se la sono presa con i migranti, poi la lotta ai diritti da non riconoscere, dallo ius soli ai referendum per depenalizzare il comportamento di chi aiuta il paziente consenziente e desideroso di morte, per arrivare a bloccare la legge contro l’omofobia. Si sono concentrati sullo scetticismo sui vaccini e perfino hanno urlato di una presunta dittatura sanitaria appellandosi, ovviamente, ad articoli della Costituzione sbagliati, alle politiche economiche insufficienti, il lavoro carente, i redditi di cittadinanza come elargizioni ingenerose. Insomma, ogni scusa è stata buona per non parlare invece seriamente di programmi, di soluzioni ai problemi, di crisi del lavoro, di crisi sociale e dei rapporti umani in genere, di povertà crescenti, di transizione ecologica, di rifiuti, della necessità di impianti senza sindrome nimby e, allo stesso tempo, di futuro davvero sostenibile, di economia circolare, di riuso e riciclo con il minimo spreco di risorse e impatto sull’ambiente. Loro, i giovani, voteranno in massa e sceglieranno il loro partito anche con i “bla bla bla”.

David Giacanelli

Napoli

Tornare a Napoli dopo anni mi lascia sempre basito, sovraeccitato e poi, nel percorso di ritorno, verso casa, mi rendo conto che qualcosa di certo è stato sbagliato. Perché non è possibile che una città così bella, non ancora intaccata dalla gentrification, non almeno come Roma o altre metropoli equiparabili, dove ricchezza e povertà sono ancora consecutive, si tengono a braccetto almeno urbanisticamente, nei vicoli, nei palazzi, nelle interazioni sociali, nei cortili insospettabili, nelle geometrie irregolari sprofondi in una ricchezza culturale e sociale, te ne ubriachi, ma quel che resta per chi deve viverci è davvero poco. Ancor troppo poco. Perché la bellezza cura e allieva, ma non sana le mostruosità, gli errori del passato e del presente, non guarisce. La ricchezza e la povertà a Napoli non sono terre lontane e mondi opposti.  Non esiste un centro ricco e una periferia povera. Tutto nasce ammonticchiato, sparpagliato, contaminato, sovrapposto, giustapposto, condonato, recuperato. Tutti gli edifici si lisciano, si toccano quasi per mano nella speranza di ammaliare e corrompere l’altro, di sedurlo. Qui come in molte altre città d’Italia, i giovani non lavorano e chi è rimasto, per molteplici ragioni, senza fuggire all’estero o altrove, sempre in Italia, si è adattato a svolgere qualsiasi occupazione, in barba alle professionalità ed i percorsi di studio ed esperienziali. A dispetto dei sacrifici dei genitori che hanno investito nel loro futuro. Un futuro che si è fatto presente, nel quale tentennano, camminano su pezzi di vetro e sono coraggiosi. Tanto abituati ad arrangiarsi da non stupirsene più, da raccontartelo con semplicità. Hanno sviluppato, loro malgrado, un’arte di resistenza che gli invidio. Non perché io non ne sia capace, perché la loro è la generazione immediatamente dopo e prima. Sospesa tra il sogno e il disincanto. Come la nostra, d’altronde. Eppure immediatamente prima il nuovo secolo, quello dei nativi digitali, quella che ancora una volta avrebbe dovuto raccogliere quanto seminato da anni e anni di lotta dei propri genitori. E non bastano i film di Ferrente, né i libri di Erri De Luca, quelli di Elena Ferrante, il cinematografo, la Gatta Cenerentola, i ricordi di tanta bellezza partenopea passata, gli spazi recuperati al degrado dalla street art e le performance artistiche geniali di nuovi autori a creare altro lavoro. La loro presenza impreziosisce la città, la migliora agli occhi di tutti, poi però resta il quotidiano. Diffuso ormai nella maggior parte delle metropoli e territorio italiani, al nord come al centro e al sud. Ma fa paura vederlo anche fuori casa, parlando fitto fitto con i diretti interessati. La gente, i giovani devono sempre arrabattarsi, anche i meno giovani, chi ghermisce uno straccio di lavoro, lo difende nonostante la digitalizzazione e automazione di ogni flusso. Facendosi ricoprire di diktat, improperi, comportamenti che un tempo un qualsiasi saggio sindacalista non avrebbe minimamente concepito, tollerato e fatto tollerare. Allora veramente c’è stato più di qualche semplice errore.  Insomma, in queste ruote politiche, capriole e salti carpiati, oltre a preoccuparsi di tenere uniti i partiti e le forze politiche, bisognerebbe prima di subito investire in lavoro e infrastrutture, sanare anche le situazioni di lavoro presente ma malato, martoriato, discriminato per logiche politiche, oggetto delle correnti e sub correnti, annegato nelle faide di rivoli che continuano ad ingrossare nonostante l’ipocrisia di molta classe politica lo neghi. Dai cadaveri degli sbagli, reiterati nei decenni, emergono ancora urla disperate di vendetta, sani desideri di riscatto. Questi giovani devono avere le prospettive che meritano, come le meritano i meno giovani. Tutto è poi chiaro e alchemico, una malia alla quale è impossibile sottrarsi: mare in cui nuotare a bracciate vigorose, pietanze da assaggiare, neo melodici da ascoltare, artisti da scoprire, defunti da adottare, miti sacri e pagani che si mescolano in una Napoli sotterranea, piena di fascino e meno nota ai più, a chi si abbandona agli arci noti circuiti turistici, indolente e neghittoso. Una Napoli che ammalia e seduce: vedi Napoli e poi rimboccati le maniche, riparti con slancio e voglia di rivendicare diritti e giustizie. Perché un’etica come una capacità minima esistono sempre, corroborate anche da una Politica che non risponde.

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Che poi a pensarci bene triste è che i giovani e più giovani leggono meno, analizzano meno, sono capaci di minore critica e interpretazione dei testi, come Carofiglio e Serra in modo differente, evidenziano. Allo stesso tempo, se le famiglie possono qualcosa, non abbiamo modelli ed esempi esaltanti, soprattutto nel mondo adulto. Girovagare nella Rete, strada prediletta dai giovani, li costringe a imbattersi in coetanei stralunati e spaesati, perplessi, che vorrebbero solo divertirsi o trovare curiosità, sedarla e colmarla. Giovani come loro senza alcuna pretesa, se non quella di scoprire e cercare di capire. Invece, si riconoscono inermi spettatori delle reazioni compulsive e feroci di cattivi maestri, adulti, che si prodigano in invettive e sgranano insulti politici, odio razziale, rivendicano strampalate origini e idee di nazione che non esistono più, se non come tradizione e amore per la propria terra. Che non significa opporle come stendardo da battaglia in nome di epurazioni culturali, rivendicare la propria maggioranza politica per inculcare nell’elettorato sovranismo, isolazionismo politico e proibizionismo. Il controllo attraverso la coercizione: questo fanno. E ai giovani cosa interessa? Li disgusta. Questa non è politica, se non cattiva e distorta, pericolosa approssimazione a regimi opachi e ambigui. Quest’ultima cattiva politica ha sdoganato la possibilità di dire e fare qualsiasi cosa in Rete, salvo poi prendersela con la stampa e con chi quella stessa rete la utilizza per irretire le idiozie e i bluff raccontati. Quindi, ancora, il giovane si sta chiedendo quanto la Rete e il suo utilizzo siano sinonimo di democrazia. Molti si sono già stancati di domandarsi.
La Rete è sì piazza virtuale e potente, che influenza nonostante tutto, vedi Cambridge Analityca e la multa a Facebook, gli algoritmi e tutto quanto è ormai stranoto, vedi le piattaforme molteplici attraverso le quali si sdoganano segreti e si compiono scoop, come gli audio pubblicati nei siti americani on line, che posso creare scandali di Stato. Nella Rete c’è tutto, per questo postare ciò che è personale, che riconduce direttamente alla propria quotidianità è sempre troppo pericoloso, anche quando apparentemente innocuo. Chi si occupa di comunicazione posta notizie, agenzie più o meno corroborate da fonti, cerca di evitare fake news, almeno dovrebbe, e si limita a segnalare notizie che potrebbero essere di una qualche utilità e invogliare a un qualche approfondimento. La Rete auto celebrativa, dei like e degli emoticon, delle visualizzazioni, anche basta. Allora sì, come mi suggerisce qualcuno, forse per sottrarci a tutto questo meccanismo sadico e cinico, illiberale e perverso, ci restano solo l’arma di boicottarla e abbandonarla, la Rete, oppure di starci, ma poco e in modo molto ponderato, calibrando le parole, i secondi, le espressioni usate, dosando tutto, rendendoci inappuntabili e inattaccabili. Radicando e innestando le nostre idee, radicali, senza timore e anzi rivendicandole continuamente e apertamente, senza scadere però nella loro modalità sgangherata e voyeuristica.
Quella che include e induce il giovane navigante all’espulsione e al bannare l’interlocutore che vive solo in Rete e non possiede più un’anima propria, un segreto, qualcosa di personale che non sia già stato detto, urlato, sfogato. Ecco perché un giovane oggi mi dice “boicottare”. E secondo me, ha parecchia ragione.

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