Archivio degli articoli con tag: Natale

Un racconto controcorrente è un racconto che descrive una storia serena e carica di speranza. A trovarne, già. Di gente in continuo movimento ne vedo. Non di quel flusso che comporta assembramento, discutibile sicurezza per gli altri, ma di idee, progetti e lavori. Insomma, tenersi occupati diventa spesso lo strumento per non pensare all’intorno: il punto da fissare e sul quale dirottare tutte le proprie energie per non mettere a fuoco la drammaticità del momento. D’altronde, chi conosce davvero le conseguenze di quanto stiamo vivendo da qui a un anno? I disoccupati, i parenti delle persone morte per Covid, chi è in cassa integrazione. I nuovi poveri che il Covid ha destabilizzato, sottratto a uno stato, almeno, di sopravvivenza dignitosa, di apparenza ancora rassicurante. E tutti gli altri? Nevrotici, si muovono come criceti sulla propria ruota. Si connettono sempre e indottrinano di contenuti, immagini, numeri, notizie sparse pur di tenere occupata una mente che non riesce più a selezionare, a distinguere, a filtrare il davvero importante dal futile. Come si connettono si disconnettono, provando un profondo senso di colpa: interrompono l’ingranaggio, il flusso continuo di operosità e lavoro che ne testimonia capacità e resilienza. Ai loro occhi e alla loro mente. Come fossero, sempre, sotto un esame, la lente d’ingrandimento. Come decidono di sottrarsi dalla rete della dipendenza che è anche sopravvivenza, sale l’ansia, si manifesta l’irascibilità, la facile collera, l’improvvisa stizza verso il mondo e ogni interlocutore dissimuli la stessa vacuità e inquietudine. Non c’è un modo, mi chiedo, per affrontare bene una pandemia.  Solo la raccolta delle energie residue, di cui si dispone, per opporle ai numeri, agli aggiornamenti. Un’atavica risposta felina, animale, alla vita. Poi c’è la lettura a salvarci, i racconti, quelli letti e raccontati, quelli registrati. Per occuparsi e occupare il tempo della gente, di chi sta a casa e vorremmo ci restasse per sempre. Perché il virus in nessun modo possa aggredirla. Ma ognuno si sta sulla terra, trafitti da un raggio di sole che vogliamo viverci appieno, ed è subito la nostra sera. Allora c’è che ognuno decide, consapevolmente, quand’è l’attimo della propria sera: un’equazione tra qualità della vita, possibilità, desideri, bisogni, ostacoli e sacrifici. La somma algebrica dei più e dei meno scaturisce il nostro, inevitabile, sentimento di vita. Poi c’è il carattere, indefesso baluardo che si frappone agli eventi, li fronteggia e accoglie, si fa scalfire, erodere, smussare, crepare, ma se decide prosegue la sua corsa anestetizzato al dolore.  Di storie, però, ce ne sono. Una storia, una persona. Persone che per molto poco hanno mangiato, si sono svegliate, riprodotte, hanno lavorato e ricoperto ruoli indigesti. Sono andate avanti nonostante tutto. Perché andava fatto, perché questo era capitato e non avevano avuto troppe occasioni, scelte professionali, alternative per intraprendere strade differenti. È sempre decidere dove stare, da quale lato schierarsi, se stare in una qualsiasi parte. Prima e dopo il Covid. Quest’ultimo anno ha solo esasperato tutti, ci ha provati e reso consapevoli della oggettiva vulnerabilità che non possiamo ostacolare. Quando siamo tutti egualmente deboli, consapevoli dei meccanismi mentali e psicologici che ci frustrano e mettono in difficoltà, capiamo di essere parte di un tutto così vulnerabile da toglierci il respiro. Ci specchiamo, ognuno, nelle paure dell’altro. Senza specchio riflesso, che non siamo più ragazzini.  Siamo differenti ma uguali negli effetti più importanti, nel risultato della somma algebrica della vita. Nella somma c’è il Covid e questo prescinde chi siamo, da dove veniamo, che carattere abbiamo o decidiamo di opporre. Già. Io leggo come il criceto si affanna sulla propria ruota. Leggo e dimentico, costruisco e disfo, riempio e libero. Soprattutto dimentico. E questo mi preoccupa, ma so che non è patologico, piuttosto la risposta al bombardamento, continuo, delle percentuali, delle variabili, dei virus mutanti, dei vaccini che arriveranno, delle persone che oggi ci sono e domani anche altrimenti non so come sopravvivergli, di quelle morte e ammalate. Allora passo da un racconto della Deledda a uno di Borges, e mi sento davvero “Feel good” come nel romanzo di Thomas Gunzic o in un racconto spirituale tra Dino Buzzati, Guy de Maupassant, Rainer Maria Rilke, Carver e la Ginzburg. Li mescolo tutti, li mischio, li ricordo e dimentico. Poi ogni giorno mi ritaglio il mio arco temporale di corsa, non ancora un’arte, non ancora terapia per accantonare alcuni pensieri e sviscerarne altri. Non ancora come quando nuoto e spingo fino a farmi male, a togliermi il respiro, a battere il tempo coprendo vasche. Tante e veloci, che mi faccio anfibio e ogni problema lo risolvo e smonto a fine allenamento. È Natale, ma è un periodo qualsiasi, un giorno come gli altri dove ci imponiamo la disconnessione ma è difficile riempire il vuoto, improvviso e duraturo, con i nostri sentimenti. Ci sembra troppo poco, invece dovrebbe essere sempre così, e senza una pandemia in atto. Non sappiamo più vivere la normalità né elaborare a sufficienza la paura. Intanto mi godo i piccoli neon sul finestrone e le crisalidi opalescenti sul ficus Benjamin. Un silenzio strano come il piezometro, fuori, illuminato di rosso. Deve passare un’altra nottata.

25stilelibero

Che Natale sarà? Questo il tema della giornata, rincorrendo le indiscrezioni e le agenzie stampa. Speriamo il migliore dei Natali. Anche se in un solo momento risplendiamo sulla terra e, speriamo, di vivercelo al meglio. Dopo, è subito lockdown. Capisco tutte le ansie e le delusioni. La segregazione protratta, continua, a destabilizzare, ma giunti a questo punto della Storia non potrà che essere Natale in sicurezza, fatto delle chiusure degli esercizi commerciali ad una certa ora, dei coprifuoco confermati, dei limiti massimi a radunarsi tra parenti e conviventi in casa. Come potrebbe essere diversamente? Ma, soprattutto, chi ha potuto pensare che sarebbe stato un Natale diverso, magari vacanziero, dove partire e spostarsi come niente fosse accaduto. Per chi credente non credo la differenza la faccia un panettone in più, un pandoro in meno, la cena ristretta e in solitudine, la necessità di non assembrarsi, anche in chiesa. Si può pregare e comunicare in solitudine. Ci si raccoglie da soli. Per chi laico, a maggiore ragione, ogni festeggiamento potrà essere procrastinato a un futuro prossimo, migliore, nel quale auspichiamo di essere progressivamente vaccinati tutti. Abbiamo fatto tanto, che Natale potrà essere? Solo un Natale in sicurezza. Mi preoccupano i bambini e gli adolescenti, che prima con la scuola e poi con l’assenza di socialità, si ritroveranno in una festività mozzata, azzoppata come i loro sogni, le suggestioni, la pesantezza di questa prigionia sociale che non produce esperienza, perché manca di confronto e interazione con i coetanei. Sono anni che dovranno avere la pazienza e determinazione di volere recuperare. Continuerà ad essere in parte difficile per bar e ristoranti, che continueranno a chiudere alle 18 e, dopo, solo asporto. Non sarà più difficile per i negozi che resteranno aperti, con tutta probabilità, anche fino alle 21 di sera. Sarà dura per gli spostamenti, perché per l’intero periodo vacanziero resterà in vita il lockdown alle 22. E, nonostante il colore cangiante delle Regioni, secondo i 21 parametri che ne determinano pericolosità e contagi del Cts, ci si potrà spostare da una Regione gialla all’altra solo per fare ritorno al proprio Comune di residenza. Per gli altri, più o meno adulti, sarà continuare ad osservare le regole. Che differenza potrà fare? Sarà il Natale che ricorderemo tutti, perché minante rispetto alle libertà e all’espressione completa e radicale degli affetti. Detto questo, auguriamoci di farcela, di riempirci di buone notizie nell’oceano di sensazionalismo e allarmismo che, se ci informa, condiziona parecchio. Sarà difficile, ma non abbiamo scelte. Negare ancora, e pensare di fare finta di niente è da idioti, nel caso ne fosse rimasto ancora qualcuno da convincere. Qualcuno è resiliente nella idiozia, alla lettera. Sarà chiamarsi, videochiamarsi, raccontarsi la vita al computer, scriversi in ogni forma possibile. Sarà tenersi occupati e tenere occupata la vita più fragile degli altri, tra volontariati, azioni sociali mirate alla distrazione e possibilità di regalare attimi di leggerezza e spensieratezza. Soprattutto agli anziani, che sono diventati anarchici impazienti, cui raccontarsi e raccontare, cui restituire e rinverdire la forza e il peso delle parole, che occupano spazio e tempo. Questo 2020 sarà un Natale di privazioni, che ricorderemo tutti. Di distanza, reale, e concettuale quanto psicologica e ideologica rispetto al mondo istituzionale che, per quanto serio e abnegato in sacrifici per sostenere la pandemia, non può certo dare risposte immediate. Non può alleviare le morti, colmare i vuoti sentimentali prodotti in ogni famiglia, non può lenire e cancellare le disoccupazioni enormi prodotte, così i livelli di povertà documentati. Ce lo raccontano la Caritas, i Rapporti Demos e Libera, i dati aggiornati dell’Istat. Per quanto ci si affanna a trovare soluzioni, al momento ognuno si sta solo con se stesso, con la propria famiglia, galleggiando nel migliore dei casi, piegandosi all’indigenza e povertà in quello più comune. E forse le cig, le misure sociali per interrompere parzialmente le tassazioni, i redditi creati ad hoc ed emergenziali già non bastano più. Perché a mancare è una vera visione che superi l’oggi e la Politica, nel suo interno continuo dibattere, spesso divisivo, da un’immagine di sé seria, ma lontana dalle bollette scadute, dagli affitti da pagare, le bocche da sfamare, dalla dad in costrizione sempre alienante, dai pensieri di un adolescente che non ne può più, di un adulto che si ritrova disoccupato o vessato da una tecnologia che gli confonde la notte con il giorno, da un anziano che provocatoriamente esce di casa quando non te l’aspetti perché non ne può più. Con diversi gradi di difficoltà ed emergenza, si staglia difronte a noi una società che ci comprende nella dilagante precarietà ed ansia, compresa ma non risolta. E questo crea altra distanza, l’effetto del ripiegamento sulle proprie uniche forze, sulle proprie idee, negli incontri provvidenziali, nella disperazione laddove possibile di reinventarsi continuamente. Non è facile e la pandemia rappresenta, di per sé, una nuova guerra. Sarà un Natale fai da te.

25stilelibero

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