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Altan

20 agosto. Ore 8.45. Mi fermo come di consueto all’edicola vicina al Circo Massimo.

L’edicolante, un uomo piccolo di statura, mi aspetta sgranando un sorriso famigliare, di chi ti riconosce ogni giorno. Faccio come sempre: “Repubblica, grazie”.

Lui senza esitare già ha sottratto una copia dalla pila delle Repubbliche e l’ha piegata di modo io possa prenderla agevolmente. Campeggiano in prima pagina le immagini di Salvini, Di Maio, Conte e Zingaretti.

“Oggi sarà una giornata decisiva” – faccio io.

Lui, perplesso, mi dice: “Chissà. Speriamo bene. A me, per quel poco che ho capito, non piace Salvini. E non lo dico da straniero, perché vengo dallo Sri Lanka”.

“Vedremo”. Pago il giornale come di consueto e, arrivato al lavoro, mi accorgo di non averlo preso.

Ho lasciato il giornale all’edicolante. E non è la prima volta che accade. Almeno un paio di altre volte, nell’ultimo mese, l’abbrivio con il quale mi dirigevo al lavoro, quella responsabile e concentrata sequenza è stata interrotta dalla voce aggraziata e bassa che mi ricorda: “Amico, Repubblica!”.

Quante Repubbliche ho rischiato di perdere o forse, analiticamente, ho voluto smarrire per tornare a prenderle, soffermarmi a parlare ancora un po’ con l’edicolante. Deve essere così. Ad ogni modo oggi sarà una giornata importante, e molto sarà deciso in base al discorso e ai toni di Conte alle Camere, alle dimissioni annunciate. All’impossibilità di ricucire con la Lega da parte del Movimento quel patto scellerato quanto impossibile, anche con un nuovo Governo, nuovi Ministri e un altro Presidente del Consiglio che non sia Conte. Salvare il Patto scellerato, in sostanza, cambiandone i protagonisti.  Ancora, dalle successive consultazioni di Mattarella con gli esponenti dei vari Partiti e le cariche Istituzionali dovrebbe scaturire la soluzione più plausibile. Si è già detto tutto, il contrario di tutto. Toto nomi, governi tecnici, di scopo, del Presidente, governi seri di larghe intese, cioè governi “Ursula” necessari a chiudere gli iter delle riforme finanziare, le clausole al Def, scongiurare l’aumento dell’iva. Ancora, governi tecnici per approvare il dimezzamento dei parlamentari e, caso poco credibile poiché troppo lungo, per cambiare la legge elettorale. Poi c’è il voto subito, che anche ci precipitasse in un baratro di responsabilità economiche e finanziarie, nella stagnazione economica, sarebbe formalmente e nella sostanza la scelta più democratica. Poiché non attaccabile. Se un Primo Ministro si dimette e una maggioranza non sussiste più, si torna alle urne. Senza accordicchi, governi Ursula, schieramenti che consegnerebbero di nuovo il Paese in mano alla retorica dell’avversario Salvini: si urlerebbe di nuovo all’inciucio, al voto evitato per non perdere la legislatura e la poltrona, alle forze di opposizione che passano al governo senza elezioni. Tanta narrazione trita e ritrita, della quale non ne possiamo davvero più. Ne farei, piuttosto, un discorso di coerenza e maturità. Come potere ammettere un’interlocuzione tra partiti che non si sono mai amati e, anzi, attaccati, che via streaming hanno dileggiato per anni il Partito democratico e berciato. Tra forze politiche che hanno visioni economiche, strategiche, modus operandi completamenti differenti. Inconciliabili per storia e cultura politica. Ad ogni modo maturiamo e, a quarant’anni, siamo da una parte disposti a continuare a votare il “meno peggio”, come abbiamo sempre fatto richiamati ad una estrema responsabilità, dall’altra fremiamo dalla tentazione di radicalizzare la posizione per scombinare l’opaco ragionamento di leader che dovrebbero ascoltarci perché, nonostante tutto, gli abbiamo sempre rinnovato la nostra fiducia. Lo abbiamo fatto dentro l’urna, esercitando il nostro diritto dovere. Insomma, tutto appare così indeterminato ma, allo stesso tempo, già deciso nelle sue tradizionali logiche cui, con paginate di editoriali e articoli, nei prossimi giorni ogni elettore dovrà acconciarsi. Farsi andare bene, digerire in qualche modo, la scelta non condivisa o accettata sempre solo a metà. Questo è. Un ossessivo avvicendarsi di opacità, una anancastica incapacità di sentire l’elettore intimamente, di viverne il disagio.  Mai in sincronia con lui, l’elettore. Oggi ho perso nella velocità ossequiosa dei movimenti la mia Repubblica, che spero di ritrovare domani, nelle idee e nei diritti, considerando che anche questi ultimi sono stato oggetto di scontri tra i partiti delle larghe coalizioni, quelli tecnici che avrebbero dovuto produrre. E mentre cerchi magici si sostituiscono a cerchi magici, mi piacerebbe vedere la cooptazione di nuova gente, facce nuove, d’esperienza, che non urlino “trasparenza” e “onesta”, non artefici di narrazioni scadenti, demagogiche, autoritarie, ego riferite, ma che dimostrino la propria buona volontà, il desiderio di sacrificarsi per contribuire ad un Paese migliore. Occorrono solo tecnici, competenti e competenze, politici di professione, persone che possono e vogliono abdicare in parte alla propria esistenza per un ruolo e responsabilità politici, per una missione. Come per il medico. Domani non scorderò la mia Repubblica.

25stilelibero

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Oggi è difficile raccogliere i resti, spolverare le foto di un’esistenza, rammentare per filo e per segno le ore trascorse nelle allora sezioni dei Ds e Pds.

Eravamo più giovani, con la forza e l’illusione di potere cambiare il mondo.

Almeno provarci a dare un proprio, piccolo contributo. Allora eravamo tanti, appassionati, eterogenei, di tutte le età ed estrazioni sociali. Tutti accomunati dallo stesso linguaggio, dall’urgenza e il piacere di sentirci parte di una metà campo ben caratterizzata, di una specifica comunità.

Legati e intrecciati da ideali, temi, ricette e soluzioni pratiche, prospettive e visioni a breve e lungo termine.

L’elettorato italiano era sempre lo stesso, mai impavido, rivoluzionario, facile a schierarsi sempre e rivendicarne i motivi, come a saltare sull’ultimo predellino disponibile in corsa. Duttile a cambiare posizione e opinione.

Tutto questo vive e sopravvive, amplificato, anche oggi.

Eppure non vorrei smarrirli quei bei ricordi, al contrario, rigenerarli. Contestualizzarli. Non vorrei perderla completamente la percezione di una possibilità e un contributo.

So in cosa credo, da dove vengo, quali esperienze mi hanno attraversato e formato ma sento che l’ubriacatura dei proclami, il deficit osato, le risorse scovate per provvedimenti importanti, i giuramenti e la politica sui social potrebbero finire con l’opacizzare tutto. Anche i bei ricordi. Molte delle iniziative urlate le definiremmo di ‘sinistra’, eppure la pervicacia e violenza con la quale sono proposte, l’incertezza delle coperture economiche, delle ripercussioni di un deficit così lievitato, l’effetto delle borse e dei mercati ci lasciano basiti e increduli.
Come se ci avessero derubato, in malo modo, delle nostre battaglie, istanze.
Come ci avessero anticipato con semplicità, come sempre fanno: riducono la complessità a un concetto semplice, da postare o cinguettare. Questo i movimenti, le forze ipertrofiche che esibiscono muscoli e molto razzismo.
Manca, poi, la credibilità degli strumenti e dei sistemi per conseguire quel risultato.
Questo il grande interrogativo. Eppure siamo diversi, così i nostri elettori.
Parliamo linguaggi differenti, affrontiamo ogni questione con analisi diverse.
Siamo ancora molto ancorati al dibattito e alla necessità di un contraddittorio interno, continuo.
Attingiamo da esperienze esterne, da tecnici che possono illustrarci le dinamiche più impervie per stare dietro a un capitalismo indomabile.
Ci confrontiamo di più, prima di compulsare su tastiere schizofreniche.
Pecchiamo di velocità ma, probabilmente, non di spessore.
L’economia mondiale ci ha sfidati e costretti a ragionamenti e politiche tardive, non efficaci.
Abbiamo rincorso senza proporre o, ancora, opporre.
Abbiamo pensato di potere imbrigliare il capitalismo selvaggio, quanto meno controllarlo, negando la possibilità che potesse condizionare le nostre scelte, il lavoro, le modalità nelle quali è organizzato.
Abbiamo sempre attribuito più credibilità e fiducia al cittadino, all’elettore prima che al politico di turno.
Abbiamo pensato che i limiti allo strapotere economico si sarebbero inverati da soli, annichilendo ogni effetto distorto dell’economia.
Così non è stato. Negarne gli effetti dirompenti non ci ha aiutati. Tutto si è fatto liquido, senza argini, senza ideologie. Svaporate queste ultime come colori per alcuni, i più critici.
Tutto è sembrato vano, come ordito da piani superiori, tanto globali e planetari da risultare invincibili e inarrivabili.
Con i limiti delle Istituzioni internazionali e le pressioni di nuovi gruppi di potere.
E quando è accaduto di vederci riflessi in questo percorso inarrestabile, vittime, è come se avessimo smesso di produrre ricette alternative.
Come le menti più critiche avessero deposto ogni intento, arma, poiché qualcosa di molto più impervio e grande stava accadendo.
Sono mancati uomini e proposte carismatiche.
L’astensionismo è cresciuto sempre più lasciando lievitare, nel proprio angolo, irriducibili populisti, nazionalisti e sovranisti che solo qualche anno fa spacciavamo
come portatori di fantapolitiche.
Ebbene, le assenze sul territorio, le tenzoni tra le correnti, i dibattiti interni ai partiti erano sì indispensabili per ridisegnare e comporre in modo ragionevole e
funzionale il partito dei lavoratori, ma intanto si perdeva di vista l’obiettivo.
Fornire le risposte a una popolazione affamata e povera: la maggioranza.
Affogata nelle precarietà e senza più alcuna dignità.
Come spiegarlo dentro e fuori di sé?
Si ingrossavano le fila per un pasto gratuito alla Caritas il venerdì sera.
Se n’è parlato molto, ma sempre con la distanza di chi si rifiuta di credere al peggio, che la precarietà sia normalità.
Il “peggio” era già accaduto, era ed è tra noi.
Non esistono ricette magiche, ma voglio tornare a sentirmi parte di quel mondo lì, che dibatteva e sceglieva sempre, che si attardava di notte nelle sezioni.
Che nella più completa o parziale competenza si cimentava, comunque.
L’identificazione della classe politica con la élite, nell’accezione dispregiativa, si è rafforzata con la distanza.
Prima i politici li incontravi per strada, ci condividevi un caffè, una battuta e un segmento d’intimità.
E non li volevi i selfie. Non c’era bisogno di aspettare le feste dell’Unità o le manifestazioni nazionali, i meeting come unici espedienti per incrociarli e
descrivergli un problema per qualche sparuto secondo.
No, non esistevano diaframmi. E in questo la tecnologia ha peggiorato molto i rapporti tra Politica ed elettorato.
I social possono essere una piattaforma comoda e veloce per arrivare puntuali, a tutti e ovunque, ma devono essere uno strumento in più.
Non l’unico strumento di comunicazione.
Come la Comunicazione non può essere la Politica, semmai solo una sua costola.
Torniamo a dibattere, confrontarci sui contenuti e le proposte, ad organizzare seminari con tecnici, spazi nei quali tornare a fare, anche, della formazione e
informazione politica.
E questo ritorno prescinde qualsiasi rottamazione, specie se solo “anagrafica”.

Servono persone, esperienze, competenze, l’annullamento di ogni distanza ma, soprattutto, far tornare alla gente il desiderio di partecipare.

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