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Già, quello che manca è equilibrio. E l’immagine del nostro Paese in bilico non è mai stata così azzeccata come in questo momento storico. In bilico politico, ideologico, in bilico tra strumentalizzazioni, istinti primordiali, sentimenti che accelerano in iracondia e assenza del contesto, della percezione completa e anche solo parziale della realtà. Siamo vulnerabili da ogni lato: per la pandemia, per la Politica divisa e divisiva, per l’opacità delle case farmaceutiche denunciate per i loro ritardi nella consegna dei vaccini. Ognuno fa il proprio gioco ma, ancora una volta, è evidente che nessuno sa di che entità e quanto grave è lo stato nel quale ci troviamo da oltre un anno. Ne conosciamo i numeri, ogni giorno, che ci ristagnano in una prolungata precarietà e dolore. Le varianti sudafricana, brasiliana e inglese del Covid hanno poi inferto un ulteriore colpo ad una scialuppa in bilico, sulla cresta di un’onda portata da un maremoto. L’immunologo Fauci asserisce che il vaccino Moderna, quello americano, è capace anche per la variante sudafricana e inglese. Della brasiliana, sbarcata in Italia con un primo caso a Varese oggi, non c’è invece alcuna certezza. I fondi arriveranno, non sappiamo con certezza se dirottati bene, se le richieste sono state indirizzate, meticolose e precise, laddove Confindustria e Sindacati hanno sempre auspicato. Per la creazione di nuovi posti di lavoro, di attività produttive ma, allo stesso tempo, il salvataggio delle troppe disoccupazioni, ad incentivare e protrarre la cig e bloccare ogni possibilità di licenziamento durante la pandemia. Una visione che manca, quanto l’equilibrio. Lo dice Confindustria oggi, dell’incongruità delle risorse richieste e loro destinazione. Si torna a parlare di facile assistenzialismo, di interventi massicci ma confusi e privi di regia, appunto. E le forze politiche non aiutano. Mentre si dimenano nell’arte della res pubblica, in poltrone e geometrie cangianti per arrivare alla conta che tutti soddisfi, che garantisca la sopravvivenza del Governo, che comunque auspichiamo, la gente impoverisce muore. Non sono luoghi comuni, è realtà che ogni lettore è stanco di leggere e considerare, come in guerra ci si abitua a galleggiare e sopravvivere. Tornare al voto, in questo momento così delicato, avrebbe dell’inverosimile. Indugerebbe nell’immagine di una Politica ancor più distante dalla realtà. È tempo di una coalizione, qualunque e allargata, che ci conduca almeno ad una parziale uscita dal tunnel nel quale rimestiamo e affoghiamo. E con noi i nostri cari, le famiglie, gli amici, gli amici degli amici e i parenti che hanno perso la propria vita. Non è tempo per misurarsi in campagne elettorali, ma per sperare che una ripresa, prima o poi, arrivi. E se non basta la buona educazione, l’onestà, l’essere brave persone senza una cultura politica corroborata da esperienza e tempo di cui pure si avverte enormemente l’assenza, ogni alternativa all’esistente produrrebbe solo altro odio e divisione. Rallenterebbe, ulteriormente, l’accesso e la gestione dei fondi europei. Un Paese funambolo, sempre in bilico.

David Giacanelli

Questo ci rimane dopo tre mesi. La gente è arrabbiata, i giovani soprattutto. Una marea inconcepibile di persone tagliate fuori da presente e futuro, povere in economia e prospettiva, in sogni e bisogni. Non so come sia possibile superare uno stato del genere. Ma la rabbia sociale sopravvive al Covid e tutte le pandemie che dovessero arrivare. Auguriamoci nessuna più. Riguarda più i giovani, ma anche i meno giovani. Le Istituzioni con questa rabbia non hanno fatto i conti: l’hanno immaginata, ma non contata. Ora ce l’hanno difronte e devono contenerla con risposte e soluzioni. Quelle che mancano. Prima di subito. Non ci sono forse precedenti storici, ma quel che ci resta è la totale precarietà e impossibilità di progettare il futuro, nel breve e lungo termine. E allora dove riporla la creatività, l’immaginazione, la cultura a favore degli altri, di tutti? La condivisione già esiste: c’è qualcosa che oggi non si condivide? I buoni propositi, aiuti economici, possibilità laddove si hanno, le parole, la vicinanza coerentemente con il metro di distanza. Nonostante ciascuno di noi metta molto del proprio, sembra ancora non bastare. Perché non si può arginare con il buon proposito o una mente allargata e inclusiva. Per queste calamità e difficoltà ci vuole lo Stato. Aggiungo democratico, con interventi ragionati: tanti e mirati, specifici, senza indugi e con la capacità di realizzarli, non perdendosi nelle domande, in ritardi e burocrazie note. Noi ci proviamo a immaginarcelo differente questo presente, a costruirlo anche differente. Con iniziative, tante parole, film, passeggiate infinite, terrazze utilizzate, sport fai da te a costo zero, chiacchiere distanziate e condivisione di storie e umori. Sostenendoci reciprocamente nella misura possibile. Lo facciamo riappropriandoci di una qualche forma di normalità. Anche negli orari, nelle pause, nei naturali segmenti di una giornata. Eppure, di rabbia ce n’è: la si percepisce, sente, vede. La si legge nei fatti di cronaca: come la pandemia fosse un detonatore, un acceleratore di atti compulsivi, di disperazione ed efferatezze. Anche nelle parole di chi deliberatamente ti urla addosso la propria agitazione. Di chi urla al complotto, rielabora addirittura i dati scientifici sulla pandemia alludendo ad altre, mille verità, meno inquietanti, per le quali come sempre saremmo pecorelle smarrite nelle trame di poteri forti, della Politica che mostrerebbe sempre e solo il suo lato più opportunistico. Adesso, pure nella disperazione e scollamento generali, come si fa a perdere tempo ed energia per cercare di confutare le scempiaggini di chi è contro a prescindere? Di chi nega l’evidenza e il racconto di medici ed epidemiologi che trascorrono la propria esistenza cercando di combattere un virus? Non si può, davvero, pensare che sia tutto pilotato e asservito al peggiore dei Sistemi. Io scelgo di continuare a fidarmi solo della Scienza, di quel che sa e può dimostrare e, soprattutto, di quel che ammette di non sapere e non mi dice. Mi sembra, già, una buona base di partenza. Questa continua acredine e rabbia sociale se è inevitabile per tutti coloro che si sono trovati fuori dall’economia e dal lavoro, dalla decenza di un’esistenza, non è certo giustificabile in chi ci ricama sopra identità, biglietti da visita, slogan facili, facciate per presentarsi in disquisizioni deliranti. Per gli urlatori di acredine viviamo, da sempre, in una realtà distopica travestita da democrazia. Le considerazioni dalle quali ripartire, sciorinando i dati Istat aggiornati, ripassandoli a mente, è che un ceto medio non esiste più, come non esiste la democrazia liberale, come le “terze vie” non sono ammissibili, né strambi accostamenti sociali ed economici per accontentare tutti. Probabilmente dovremo tornare a scelte radicali, ad un posizionamento netto che non lasci dubbi all’interpretazione anche di chi ci governerà. E dividersi non serve a niente, nella fragilità e nell’impoverimento generale che tutti toccano in modi e porzioni differenti, ma toccano. Qualunque dovesse essere la tempistica e la modalità per uscirne, dividersi e contrapporsi non servirà a niente.

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Nel periodo in cui tutti tentiamo di tornare ad una parvenza di normalità, dove con cautela e accortezza, quelle dovute date le circostanze ci riappropriamo di segmenti abbandonati di vita sociale, assistiamo a episodi di disordine internazionale e non solo. La furia razzista e discriminatrice nei confronti dei neri esplosa in America con la morte di George Floyd ha risvegliato un movimento mondiale, trasversale, contro il razzismo e ogni forma di discriminazione. Più forte in America, poi dilagato in tutto il mondo. All’insegna di Black Lives Matter e delle eclatanti continue manifestazioni di appoggio e solidarietà per rivendicare un’ovvietà, l’eguaglianza di tutti i cittadini difronte alla Costituzione, la possibilità di godere di uguali diritti e manifestare allo stesso modo, di essere trattati dalla Polizia e dalle Forze dell’Ordine nella giustizia e senza pregiudizio, di fruire del proprio diritto di voto con consapevolezza e conoscenza sta risvegliando un mondo sopito della pandemia e dal torpore di un capitalismo ormai agli sgoccioli. Ed è qui che l’America, a mio avviso, sta facendo la differenza. Com’era accaduto sulla scia e spinta rivoluzionaria che ha portato all’elezione a Presidente degli Stati Uniti di Barack Obama, ora i neri d’America si contano. E glorie dello sport come LeBron James decidono non solo di prendere posizione contro Trump, ma finanziano la creazione di ong quali “More than a vote” con l’intento di riportare la popolazione afroamericana al voto, spiegarle come farlo, quali i suoi diritti e possibilità di esprimerli fino in fondo. I sondaggi di Trump non sono buoni, l’economia in recessione e l’occupazione un disastro, anche quando improvvisa proiezioni e dati insostenibili, come le tesi sulla pandemia, ingurgitare disinfettanti per immunizzarsi, quando twitta commettendo errori sintattici e grammaticali. Quando espandendo la sua narrazione prepotente quanto dispotica, completamente scollata da tutto e tutti, da burlone fuori del coro diventa solo inadeguata macchietta di se stesso. Quello sgangherato personaggio per il quale non è mai colpa sua, un suo limite e incapacità percettiva, intellettiva e risolutiva, ma sempre colpa del Covid, della congiura cinese, del nemico comunista, della élite di Hollywood e dei migranti Messicani, delle politiche troppo inclusive e permissive, della sparuta presenza di ordine e disciplina, di armi per difendersi e sfogarsi. Sarebbe vittima di un enorme complotto: non il suo inglese però, né la mania di twittare sbagliando, né la comunicazione o preoccuparsi di risultare minimamente empatico. Il complotto è sempre esterno, pervicace realtà reiterata. Sbeffeggiando l’interlocutore, chiunque esso sia, ridicolizzandolo in modo infantile, attaccandolo senza argomentare l’attacco pensa di esercitare il suo ruolo politico. La narrazione della distrazione dai propri limiti e dalle proprie colpe, inadeguatezze e calamità che affliggono il proprio Paese prosegue, riducendo tutto all’estrema semplificazione concettuale. Esprimersi per parole chiave, suggestioni, una comunicazione di stomaco, molto puerile. Questo gioco, un po’ triste per un Presidente , è destinato ad esaurirsi. L’eccessivo egocentrismo e le dichiarazioni ossessive quanto copiose, asseriscono tutto e il loro contrario. Trump è capace di contraddire e allontanare, di continuo, uomini del proprio staff perché si permettono di evidenziare la sciocchezza detta o fatta, i rimedi personali ai tempi del Covid, la leggerezza con la quale ha affrontato la pandemia. E allora che l’elettorato si cominci a contare, tutto, ma davvero. Il resto è storia, è lo scienziato Fauci costretto a rettificare ogni opinione espressa in merito al Covid da Trump, sono i quotidiani imbarazzi di chi gli sta al fianco. Senza estremismi, né demolire o manomettere le statue, i monumenti e i simboli del passato, c’è bisogno di un guizzo, una spallata, un moto di rivincita e compensazione per le parole e i valori perduti, i neri massacrati che non potevano più respirare. More than a vote! 25stilelibero









Chi e cosa cambierà davvero durante dopo il Covid? Saremo tutti diversi? Probabilmente sì, molti sostengono di no, altri sospendono ogni giudizio. Di certo, se sopravvivremo alla pandemia, elaboreremo ciascuno a proprio modo, il vissuto. Il tracimare informazioni, teorie funamboliche, tutto ed il suo contrario, sedicenti farmaci e riti propiziatori, scontro di Nazioni per accaparrarsi il vaccino, per rinfacciarsi le colpe, le diatribe di Partiti e Governi che strumentalizzeranno e si rinfacceranno l’incapacità di fronteggiare la pandemia è già triste realtà.  Così la crisi economica successiva, vissuta sulla pelle dei lavoratori di molte fabbriche ed esercizi commerciali diventa l’arma politica prima di una elezione. ‘Ché una elezione è sempre alle porte. E la paura della difficoltà economica comincia a dominare su quella sanitaria. Non so se saremo diversi. Dall’inizio ho sempre pensato di sì. Che impossibile è sopravvivere ad una tragedia di questa portata senza avere sviluppato una ipersensibilità, affinato la propria percezione, il senso del contesto, la capacità di sapere relativizzare e riposizionare ogni cosa. Ricondurre ogni persona ed emozione, attività ed azione nel suo posto, quello giusto. Insomma, le nostre giornate si sono alternate tra sottrazioni di enfasi, diminuzione di importanza, di sovraccarico di aspettative e la vita ci è apparsa forse scarna, più circoscritta e ingabbiata, a tratti triste ma autentica. Non lo so se cambieremo. Credo di sì, ma ritengo anche, come leggevo in questi giorni, da qualche “Amaca”, che si continuerà sempre ad esasperare il proprio carattere. Voglio dire che lo sconsiderato e superficiale prima del Covid, probabilmente dopo lo sarà un poco meno, ma continuerà ad esserlo. Non si sfugge alla propria natura e carattere. Non completamente. Lo scrupoloso ipocondriaco lo sarà ancora di più, il fatalista tenderà sempre ad esserlo. Assisteremo ad un acutizzarsi delle nostre indoli o, per contro, lo sviluppo radicale e potente di un atteggiamento antitetico, come non siamo mai stati. Ma quest’ultima ipotesi è più remota. So solo che questa lontananza protratta e la reclusione a casa, per mesi, non può fare bene all’amore, alle relazioni sociali, allo stesso lavoro che ti porta ad essere sempre connesso e dipendente. Con la fine della Fase 2 abbiamo avuto per un attimo l’illusione di esserci rimpossessati, sì, di una qualche forma di normalità, della grammatica della socialità, dell’amore, dell’amicizia, della parentela. Poi, però, restano i numeri cui relazionarsi ogni giorno, tra mille timori e le città desolate, l’economia che chissà quando riprenderà. Ed è proprio assurdo vedere i centri storici delle grandi metropoli deserti, spettrali, post atomici. Perché gli esercizi riaprono, ma i centri storici sono animati dal turismo che è azzerato. Pertanto, proprio nel centro, gli esercizi faticano a riaprire, fanno calcoli di convenienza e molte saracinesche restano giù. Così in molte aree urbane, solo sei esercizi su dieci riaprono e la stessa percentuale si convince che penerà più di economia che di salute. Nella città un silenzio spettrale, pochissima gente, solo l’architettura imponente ad urlare il proprio dolore. Come si esce dal centro, un poco di vita la si intravede, allora tiriamo un sospiro di sollievo. La rivincita della gentrification o, piuttosto, un nuovo aspetto da approfondire. Poi arrivano le giornate dei giudizi complessivi e proprio dall’errato linguaggio, in ogni ambito della nostra quotidianità, proprio dall’approssimazione nella comunicazione, dalla manomissione delle parole e della lingua italiana sostituiti da un inglese maccheronico e altrettanti acronimi, dalla povera sintesi, ti rendi conto dell’incapacità di cambiare profondamente, di mettersi in discussione. Come la pandemia azzerasse progressivamente, con le aspettative, il pensiero critico. E lo vedi sui social, nelle riunioni improvvisate: di “istituzionale” resta poco. Solo bordate semplicistiche, luoghi comuni, reazioni viscerali. Le parole non si pesano più e sono usate a sproposito. Si è logorati dalla paura che produce pregiudizi, che vanno a braccetto con l’errata rappresentazione di sé, della propria condizione. Chi esercita un potere, in affanno preferisce gettare l’ansia e lo stress sugli altri, elargire patenti d’inadeguatezza agli avversari: politici, stranieri, blocchi geografici differenti, lavoratori. Con psicologia spicciola si determina un perenne giudizio al ribasso. Ai tempi del Covid, dove i lavori si perdono, le casse integrazioni non sono sufficienti, così i diversi buoni e voucher, le sacche della povertà ingigantiscono e le violenze aumentano queste dinamiche non cambiano. Allora forse ha ragione l’Amaca, nel sostenere che nulla, davvero, cambierà. Io, volitivo, ancora ci spero.

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Oggi, dopo diversi giorni ho incrociato lo sguardo di una ragazza, come me affannata, a distanza, a correre in un ampio spazio sotto casa. Non la conosco, ho pensato per un attimo che fosse un’amica, ma considerato il posto e i decreti in vigore, sarebbe stato impossibile.  Ci siamo salutati come ci conoscessimo da tanto, troppo tempo. Con la stessa complicità di due amici consumati. È proprio l’assenza di contatto che ti porta a vedere le ossessive e ripetitive, uniche occasioni d’incontro, come straordinaria manifestazione della vita. Mentre corro, brucio i chili messi su, e sovrappongo molti pensieri come la precarietà delle comunicazioni. Davvero ci si percepisce soli, e non solo per il fatto di esserlo, dove lo stesso avverbio e aggettivo esprimono assenza di contatti e tatti per il distanziamento sociale, prigionieri nelle nostre abitazioni, a guardare le stesse luci e le stesse ombre, attraversati dallo stesso smarrimento incrociato con la paura. È per tutto questo, certo, ma in più siamo soli in un generale sistema precario di pesi e poteri. In questa emergenza, qualsiasi strategia e motivazione sembra avere la durata di cinque minuti e la prospettiva di al massimo qualche ora se lo stato si protrae nel tempo, un tempo indefinito e indefinibile. Quello del virus, della pandemia. Ogni giorno opinioni a confronto e scontro, e anche in un momento nel quale la calamità dovrebbe vincere su tutto, produrre una reazione di unità e complicità, la consapevolezza d’essere tutti contro per debellarla o almeno circoscriverla man mano che il suo DNA si manifesta, assistiamo increduli ad una babele di linguaggi e manifestazioni, a teatrini sui social di Politici che cavalcano le paure delle persone e la rabbia, la difficoltà economia e sociale, solo per costruire consenso. Non si può abdicare alla Politica ai tempi della crisi e pesa assistere a leader che hanno cambiato posizione sulla pandemia almeno dieci volte in due mesi: hanno prima urlato alla necessità della chiusura totale per poi rivendicare la necessità di riaprire tutto, subito, per non fare morire l’economia, ‘ché altrimenti moriremo di fame prima che del contagio, per poi tornare ad un’altra posizione. Il virus è talmente subdolo e feroce che è difficile avere una posizione univoca e assumersi le responsabilità di un’unica narrazione per tutti, coerente e lucida. Solo le persone intelligenti si mettono in discussione e cambiano opinione, soprattutto difronte il non noto, ma la continua parossistica volubilità di alcuni personaggi esplicita il poco spessore culturale e la mancanza di una vera cultura politica, come attitudine a prendersi cura della Polis, della gente, della sua salute e possibilità di riappropriarsi di un’esistenza. Questi personaggi volubili, rabdomanti sgangherati, si sono distinti a livello nazionale ed internazionale cercando un nemico, un obiettivo sul quale convergere la propria incapacità di comprensione e azione. Cercano il nemico, la Nazione che per prima avrebbe sbagliato liberando intenzionalmente il virus, creato ad arte in laboratorio come arma di cui avvalersi o, ancor più sottile e pervicace, liberando un virus che scaturirebbe dalla ricerca per individuare vaccini per debellare altri flagelli mondiali.  Come sempre, quando è difficile assumersi responsabilità e avvalersi di competenze che non si possono legittimamente avere, lo status di ogni Politico, si preferisce spostare il problema sugli altri, trovare un colpevole, distrarre l’attenzione dalle proprie incapacità e assenza di responsabilità. Un meccanismo vecchio che è editato di continuo sempre da chi fa del populismo e qualunquismo il proprio vangelo, arrivando a recitarlo in televisione.  Cambia la guerra, ma non l’approccio alla stessa di una fetta della politica italiana. Tutto questo accanimento contro la Cina, le sue abitudini culinarie, il trattamento e sconvolgimento della biodiversità, la bugia sugli esperimenti, la segretezza, nascondono molta ignoranza e l’impossibilità di una onestà. Un giorno, finito tutto, si tireranno le somme anche delle argomentazioni e illazioni più assurde. E, vere o sbagliate, più delle bugie e degli attacchi in sé pesano e peseranno le invettive, erratiche, e la facilità che è prepotenza di additare qualcuno.

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BellinoOggi voglio parlare del testo teatrale “Il canto libero delle stelle mediterranee” di Francesca Bellino, edito Fusibilia Libri, con l’introduzione di Amara Lakhous.

Francesca ci ha già abituati alla dimensione del viaggio, alla scoperta di culture e coincidenze, di intricati rapporti che rimandano a Paesi lontani, a credenze, religioni che s’intrecciano con consuetudini ed emancipazioni, all’arte come strumento di riscatto e liberazione personali.

Questo libro, che è più un testo teatrale, porta con sé la storia di emancipazione delle cantanti nelle varie sponde del Mediterraneo, dalla Siria al Libano, all’Egitto, alla Tunisia, alla Sicilia.

Storie di donne, collocabili tutte tra l’800 e il ‘900, alcune arrivano fino ai nostri giorni, al presente, che hanno utilizzato la propria voce e passione per il canto come strumento di emancipazione e libertà.

Hanno cantato perché non avrebbero potuto fare altro, perché dotate di un amore e fuoco sacro da assecondare. Donne di varia origine sociale e provenienza geografica, tutte affacciate al Mediterraneo come un’unica costellazione pronta a rilucere. Donne che con il canto hanno potuto annichilire, con difficolta e progressivamente, tutti i tabù, le discriminazioni sociali e sessuali che le relegavano ad una dimensione secondaria. Così è stato per l’egiziana Umm Kalthum, la siciliana Rosa Baliastreri, la siriana Asmahàn, la tunisina Saliha e la libanese Fairuz. Donne innamorate della vita, della propria storia, dei propri uomini, figli, pronte a non rinunciare al canto per liberare altre stelle e la democrazia. Interessante il comune denominatore narrativo utilizzato dalla Bellino: quanto il canto sia stato strumento di liberazione nazionale e contagiante i Paesi. Donne che all’inizio erano costrette in panni maschili, a nascondere le folte chiome, a rinunciare ad un cognome per potersi esibire. Poi i tempi sono cambiati e in Paesi in cui la televisione e altra tecnologia erano lusso e banditi, la radio restava unico strumento di diffusione d’informazione, unica parentesi nella quale ogni famiglia potesse riposare e ritagliarsi un attimo di leggerezza e astrazione. Proprio attraverso la radio queste donne, ciascuna con la propria differente storia, sono emerse, diventate icone nazionali, esempi da eguagliare o cui semplicemente tendere, affacciati ad un balcone a rimirare le stelle.  Tutte accomunate da un forte attaccamento per la propria terra, il proprio amore, i propri figli che sovente hanno coltivato la stessa passione delle madri, come in una urgente staffetta di liberazione nazionale.

Per questo tra una vasca e l’altra, rimestando nei pensieri e nei tanti, troppi libri letti, racconto e consiglio questa breve e potente lettura, che scivola via come un canto meraviglioso, pieno di giustizia, di autodeterminazione e speranza. Un tempo, non lontano, conobbi un’anziana signora, andata via da poco, azzimata e colta, che mi raccontò – traduttrice e studiosa appassionata della storia e cultura ebraica – come grazie al canto fosse sopravvissuta alla propria storia personale, alle violenze e barbarie subite come donna ebrea. Mi disse che cantava per sopravvivere, perché era l’antidoto migliore ad ogni analisi o medicina.

Grazie a Francesca Bellino e al suo libro.

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Ho seguito le vicende di Mina Welby, amica cara, e di Eluana Englaro con grande interesse. Ne ho scritto nel tempo, in più occasioni,  cercando sempre nuovi spunti per farlo.  Per ribadire la necessità di un’apertura. Nonostante la legge 219 del 22 dicembre 2017 sul biotestamento, testamento biologico e Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento), in Italia non è possibile parlare di eutanasia o di suicidio assistito. Come dei “casi limite”, che pullulano nel nostro Paese, anche se rinchiusi nelle case private, nelle notti insonni di madri e padri, mariti e mogli, fratelli, conviventi stremati che vivono tra ansie e sensi di colpa, nell’impossibilità di porre fine alla propria indeterminatezza e possibilità di sopravvivere alle condizioni disumane, mai scelte, del figlio o parente. Casi in cui, più che sopravvivere si è costretti alla vita, incoscienti, eterodiretti da macchinari, nutrizione con sondino e somministrazione di farmaci.  Nonostante i richiami delle Corti a legiferare, il Parlamento italiano doveva farlo entro lo scorso 23 settembre, e i diversi disegni di legge proposti e depositati alla Camera, siamo ancora qui a dibattere dell’opportunità o meno dell’eutanasia e del suicidio assistito. Sempre con un approccio manicheo alla discussione, dei buoni e dei cattivi, della sinistra e della destra, dei giovani e dei vecchi, dei credenti e degli atei.  Poi però, per impossibilità di sintesi tra le differenti contrapposizioni, urlate e strumentalizzate per strada, nel Pd come nel Movimento 5 Stelle, per non parlare della Destra, della Lega e più prossimi, tutto si arena. Quello che per la prima volta vorrei provare ad esplicitare in modo semplice, è che il fatto di essere credenti o meno, di santificare l’esistenza e concepirla come dono di Dio, non fa di questa un fardello da tollerare sempre e comunque, anche immersi nel dolore e nella totale irreversibile incoscienza. Il problema non è di fede, ed è questo il grande equivoco al quale si tengono attaccati molti cattolici e credenti, più in generale, il problema è etico. Come sempre, però, per estrema sintesi, altrimenti assenza di approfondimento e tentativo di mettere in discussione posizioni anacronistiche e monolitiche, si tende ad affidarsi alla posizione reiterata nel tempo. Non si sollevano dubbi o possibilità di sviluppare un ragionamento in maniera seria e concreta, di apertura e cambiamento. Non dovrebbe essere uno scontro di metà campo, di “destra” o di “sinistra”, semplicemente un confronto sul buon senso. Anni fa ascrivevo puntualmente per un mensile dal titolo “Noncredo”, una rivista importante e che ospitava e spero continui ad ospitare nomi autorevoli, dalla politica alla medicina, alla filosofia, che affrontavano sempre soltanto temi etici e di diritti da acquisire o     considerare.  Ho realizzato diverse interviste, in tempi non sospetti, come al neurologo Mario Riccio per il caso Welby e a Carlo Alberto Defanti per il caso Englaro.  Grazie all’amicizia con Mina Welby sono riuscito una decina di anni fa, nell’unico Municipio di Roma dove consentito, a depositare il mio testamento biologico. Non esisteva ancora una legge, ma era possibile sottoscrivere un atto e certificare la propria posizione rispetto ad eventuali stati irreversibili di dolore e incoscienza. L’atto non ti garantiva ma costituiva un valido deterrente nel caso in cui ti fossi trovato in una situazione limite.  Mi ricordo il pomeriggio assolato d’estate, che dietro Marco arrivai di gran fretta a pizza Don Bosco. Poi al Municipio, poi l’iter veloce ed efficace. Ognuno di noi ha custodito la propria lettera, con la disposizione e i codici relativi. Ho pensato, già allora, che se mi fosse accaduto qualcosa, l’avere almeno lasciato una traccia scritta e chiara avrebbe aiutato chi si fosse trovato “dopo di me” a gestirmi. Anche Marco fece altrettanto. Poi la legge nel dicembre del 2017: un grande passo avanti, non c’è che dire, ma sempre sofferto se paragonato alle impronte lasciate da altri Paesi europei, molto tempo prima, senza trascinarsi per strada in lotte e invettive continue. Deve essere questo: in Italia riusciamo a dividerci su tutto, ma con particolare abilità, quasi chirurgica, sui diritti.  Culturalmente sopravvive un approccio che relega i diritti a qualcosa di contrattabile, sempre, ed opinabile. Un tema comunque non necessario. Un dibattito sulla acquisizione o ampliamento dei diritti è sempre concepito come privazione di qualcos’altro. Come se, pur non importanti, fossero comunque monetizzabili e barattabili nel momento in cui se ne parla e qualcuno vuole estenderli. Allora, sì, assistiamo alle crociate di chi, quei diritti, neanche li ha mai ragionati o conosciuti fino in fondo, neanche ne aveva contezza. Pertanto, “Italian first” e prima tutte le categorie già normate e numericamente dominanti: dagli eterosessuali ai credenti, ai genitori, alla famiglia naturale e agli sposati. L’elenco è lungo, ma al momento lo fermiamo qui.  E una manovra economica, un def, un deficit, un pil cui stare dietro sono sempre prioritari rispetto ai diritti e alle “belle addormentate” per citare il bellissimo film di Marco Bellocchio. Intanto la bella addormentata veniva tenuta forzosamente in vita, nonostante il parere dei propri genitori, dei parenti, dei compagni e un’indole chiara e manifesta.  E questo perché, prima della legge, magari non si era preoccupata di formalizzare la propria posizione sul fine vita, non aveva sufficientemente esternato, non per iscritto e inappuntabile, la propria posizione. Io credo, al di là di qualsiasi fede, che vegetare non sia vivere, che restare pulsanti e attivi solo poiché attaccati a dei macchinari e nutriti da sondini non sia vita. Non basta a raggiungere la soglia di dignità, minima, per cui quella condizione può essere rappresentata come una delle forme di vita possibili e, comunque, se non siamo nessuno per giudicare dobbiamo, almeno, potere scegliere.  Non esiste senso del dovere o di colpa rispetto all’esistenza, non deve. Non si deve vivere, si deve sempre scegliere di potere vivere. Perciò qualsiasi parere contrario, l’obiezione di coscienza dei medici, come della Chiesa più ortodossa che aprioristicamente non ammette l’interruzione dell’esistenza per volere del paziente, del malato, di chi patisce uno stato indesiderato o di un suo rappresentante legale è destinato all’impopolarità, ad essere superato nel tempo, per l’incalzare di chi con sofferenza è chiamato a gestire quotidianamente situazioni limite. Per l’insofferenza e le urla, quelle sì legittime, di padri e madri che assistono figli incoscienti da decenni, dalla loro nascita, che condividono la quotidianità con realtà troppo dolorose, cui è difficile sopravvivere e solo assistere. Scrissi, sempre diversi anni fa, un saggio edito da LibertàEdizioni dal titolo “Sì, cambia!”, nel quale avevo intervistato venti famiglie, genitori di figli disabili, più o meno gravi, credenti, agnostici, atei, socialmente e culturalmente eterogenei. Avevo selezionato un campione appositamente eterogeneo e trasversale. Ebbene, anche nel genitore più fedele alla fede e a Dio, una tautologia, non ho mai trovato un accanimento terapeutico e mentale. La vita ad ogni costo no, è un concetto superato da se stesso, dalle persone, dalla società, dai tempi, dalle troppe belle addormentate e addormentati.  Non credo alcuni temi siano più procrastinabili. Un disegno di legge sulla eutanasia e sul suicidio assistito è indispensabile. Una disciplina, una direttiva che sottragga alla opacità e alla assenza di indicazioni molte persone disperate. L’ultimo, cronologicamente, il caso di Dj Fabio e il processo a Marco Cappato. Tristi, coraggiose cronache, sempre più ricorrenti, che ci raccontano un Paese privo di norme, che asseconda indolenza e pigrizia mentali, che si trincera nella assenza, presunta tale, di numeri per combattere nelle sedi opportune e legiferare.

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nellanotte

È difficile capire quale sia la tattica migliore, la tempistica con la quale muoversi in politica, e sicuramente ci sono linguaggi paralleli e tempi più opportuni, alchimie che solo gli avvezzi ai lavori e ai corridoi, alle stanze ovattate dei bottoni possono interpretare. Che già sui “diritti”, questo Governo “giallorosso” cominci a dividersi non ci piace. Non ci piacciono le tesi che vorrebbero stoppare l’iter per lo ius culturae, dunque il riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati in Italia che abbiano compiuto un ciclo completo d’istruzione, poi variamente modellato e annacquato rispetto al disegno iniziale; non ci piace l’imbarazzo con il quale Di Maio richiama Conte sul “fine vita”, che divide l’elettorato Cinque Stelle e la futura egemonia dei due sul Movimento. Sono temi etici importanti e ormai imprescindibili, che producono sofferenze da decenni, per i quali siamo scherniti da gran parte dei Paesi europei. Adesso, che sui disegni di legge non si vada avanti e acceleri anche quando i numeri potrebbero esserci, perché Salvini avrebbe ormai inoculato le tossine dell’odio sociale e del razzismo, e che non si proceda per “il fine vita” perché l’elettorato del Movimento sarebbe diviso al suo interno e non si riuscirebbe a motivare una presa di posizione chiara con e contro i  vescovi cattolici, i medici obiettori, e tanta altra struttura e sovrastruttura ecclesiastica  mi sembra davvero abbastanza vergognoso. Non si rimandano questioni fondamentali per paura di affrontare uno scontro dialettico, di numeri, e politico, chi ha sdoganato l’odio sociale. Anzi, impavidi bisognerebbe andare allo scontro costruttivo e fare passare leggi importanti. La Politica questo deve fare. Confrontarsi e scontrarsi, mediare, legiferare. Abbandonare il tema dei diritti è ammettere la propria inadeguatezza, l’essere pavidi e calcolatori, cinici manovratori. Questo atteggiamento, un po’ puerile, disordinato, privo di una chiara strategia, debole e succube dei pregiudizi prodotti dalla destra non è ammissibile e sarà pagato, ulteriormente, in termini di consenso dell’elettorato di sinistra, fin troppo resiliente date le recenti diaspore e nonostante tutto. L’eterna opacità e poca assertività nei comportamenti dei leader, dei deputati e senatori, nelle in – decisioni, nazionali e internazionali. Tutto questo ha già un prezzo. È un periodo ormai troppo lungo, nel quale ci si addormenta con l’idea chiara e una posizione certa presa da chi dovrebbe rappresentarci, per svegliarsi l’indomani e constatare che quella posizione è stata annichilita e ribaltata. Senza comunicazione e per stessa ammissione della classe politica. Chi si dice amareggiato, non avvisato, di scoprire incredulo dai giornali, da un twitt inopportuno e improvviso, un post notturno che le decisioni sono “altre”. Ma altre da quelle concordate cinque minuti prima di coricarsi.  “Nella notte”, e qui potrei citare il meraviglioso romanzo di Conchita De Gregorio. Tutto accade sempre più nella notte o nelle dimensioni che più le somigliano. L’elettorato, giovane e adulto, è stanco, troppo stanco per pretenderne un’eterna, incondizionata fiducia. Adesso no, si misura ogni azione, ogni atto, virgolettato, dichiarazione. E si chiederà conto di ogni proposito abbandonato, di ogni istanza svaporata e poi evaporata, abbandonata come un eterno uzzolo. Il capriccio della Politica non dell’elettorato, quello che si esprime e quello che si astiene.   Non si può esigere dall’elettorato comprensione su alleanze politiche, anche le più peregrine, assurde, apparentemente schizofreniche per evitare il male più grande, e poi accettare anche le possibili tensioni interne ai partiti di questo Governo. Capirne limiti e tensioni interne.  Questo, davvero, è troppo. Già è siderale la distanza tra la Politica e l’elettorato, un enorme proletariato sgangherato e amareggiato differentemente, che la classe Politica non può permettersi più niente, tanto meno di giocare con rinvii, decidere cosa potrà essere ancora procrastinato. Davvero troppo. Tra una bracciata e un’altra, in vasca, raccolgo troppa disillusione e allontanamento. Si reclamano trasparenza e assertività, fatti, leggi, l’ardire, l’allargamento e il riconoscimento dei diritti, così una vera politica di sostegno sul lavoro, sulla produzione, le infrastrutture, l’inclusione e il sentirsi Europa in Europa, non una entità piccola e astratta.  Per ora stiamo a guardare timorosi che, “nella notte”, possa sempre accadere qualcosa. Noi vogliamo diritti, decisi di notte e di giorno.

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Napoli

Tornare a Napoli dopo anni mi lascia sempre basito, sovraeccitato e poi, nel percorso di ritorno, verso casa, mi rendo conto che qualcosa di certo è stato sbagliato. Perché non è possibile che una città così bella, non ancora intaccata dalla gentrification, non almeno come Roma o altre metropoli equiparabili, dove ricchezza e povertà sono ancora consecutive, si tengono a braccetto almeno urbanisticamente, nei vicoli, nei palazzi, nelle interazioni sociali, nei cortili insospettabili, nelle geometrie irregolari sprofondi in una ricchezza culturale e sociale, te ne ubriachi, ma quel che resta per chi deve viverci è davvero poco. Ancor troppo poco. Perché la bellezza cura e allieva, ma non sana le mostruosità, gli errori del passato e del presente, non guarisce. La ricchezza e la povertà a Napoli non sono terre lontane e mondi opposti.  Non esiste un centro ricco e una periferia povera. Tutto nasce ammonticchiato, sparpagliato, contaminato, sovrapposto, giustapposto, condonato, recuperato. Tutti gli edifici si lisciano, si toccano quasi per mano nella speranza di ammaliare e corrompere l’altro, di sedurlo. Qui come in molte altre città d’Italia, i giovani non lavorano e chi è rimasto, per molteplici ragioni, senza fuggire all’estero o altrove, sempre in Italia, si è adattato a svolgere qualsiasi occupazione, in barba alle professionalità ed i percorsi di studio ed esperienziali. A dispetto dei sacrifici dei genitori che hanno investito nel loro futuro. Un futuro che si è fatto presente, nel quale tentennano, camminano su pezzi di vetro e sono coraggiosi. Tanto abituati ad arrangiarsi da non stupirsene più, da raccontartelo con semplicità. Hanno sviluppato, loro malgrado, un’arte di resistenza che gli invidio. Non perché io non ne sia capace, perché la loro è la generazione immediatamente dopo e prima. Sospesa tra il sogno e il disincanto. Come la nostra, d’altronde. Eppure immediatamente prima il nuovo secolo, quello dei nativi digitali, quella che ancora una volta avrebbe dovuto raccogliere quanto seminato da anni e anni di lotta dei propri genitori. E non bastano i film di Ferrente, né i libri di Erri De Luca, quelli di Elena Ferrante, il cinematografo, la Gatta Cenerentola, i ricordi di tanta bellezza partenopea passata, gli spazi recuperati al degrado dalla street art e le performance artistiche geniali di nuovi autori a creare altro lavoro. La loro presenza impreziosisce la città, la migliora agli occhi di tutti, poi però resta il quotidiano. Diffuso ormai nella maggior parte delle metropoli e territorio italiani, al nord come al centro e al sud. Ma fa paura vederlo anche fuori casa, parlando fitto fitto con i diretti interessati. La gente, i giovani devono sempre arrabattarsi, anche i meno giovani, chi ghermisce uno straccio di lavoro, lo difende nonostante la digitalizzazione e automazione di ogni flusso. Facendosi ricoprire di diktat, improperi, comportamenti che un tempo un qualsiasi saggio sindacalista non avrebbe minimamente concepito, tollerato e fatto tollerare. Allora veramente c’è stato più di qualche semplice errore.  Insomma, in queste ruote politiche, capriole e salti carpiati, oltre a preoccuparsi di tenere uniti i partiti e le forze politiche, bisognerebbe prima di subito investire in lavoro e infrastrutture, sanare anche le situazioni di lavoro presente ma malato, martoriato, discriminato per logiche politiche, oggetto delle correnti e sub correnti, annegato nelle faide di rivoli che continuano ad ingrossare nonostante l’ipocrisia di molta classe politica lo neghi. Dai cadaveri degli sbagli, reiterati nei decenni, emergono ancora urla disperate di vendetta, sani desideri di riscatto. Questi giovani devono avere le prospettive che meritano, come le meritano i meno giovani. Tutto è poi chiaro e alchemico, una malia alla quale è impossibile sottrarsi: mare in cui nuotare a bracciate vigorose, pietanze da assaggiare, neo melodici da ascoltare, artisti da scoprire, defunti da adottare, miti sacri e pagani che si mescolano in una Napoli sotterranea, piena di fascino e meno nota ai più, a chi si abbandona agli arci noti circuiti turistici, indolente e neghittoso. Una Napoli che ammalia e seduce: vedi Napoli e poi rimboccati le maniche, riparti con slancio e voglia di rivendicare diritti e giustizie. Perché un’etica come una capacità minima esistono sempre, corroborate anche da una Politica che non risponde.

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Le cose belle

Le storie più interessanti di questi giorni sono quelle che ci capitano. Quelle che non hanno prezzo, che hanno solo il coraggio di dipanarsi ed essere raccontate senza pretese, diaframmi e sovrastrutture, per quello che sono. Oggi, nel tardo pomeriggio, un acquazzone tropicale. Ormai lo fa puntualmente, alla stesa ora, protratta in avanti rispetto alle differenti previsioni. Un appuntamento fisso a scandire un equilibrio saltato, il clima anarchico di cui ci parla Greta.  Il pomeriggio è stato allietato da una ragazza indiana che scommetteva con me, all’uscita di un locale, su quanto tempo ancora avrebbe piovuto. Se fosse stato il caso di osare e approssimarsi verso casa o attendere. Dopo avere vagliato le rispettive app meteorologiche, ci siamo decisi per l’abbrivio, strisciando frettolosi tra tuoni e lampi. Allo stesso tempo, un ragazzo down aspettava con estrema cortesia che liberassi le macchine sulle quali mi stavo allenando un poco. Liberando endorfine, io e lui, chiedeva di farlo ancora paziente. Aspettava, azzimato ed educato, il proprio turno. E non è politicamente corretto, semplicemente reale: mi ha colpito tanta cortesia, sconosciuta ai più di quel locale. Dopo avere lavorato, corso un poco, dialogato tra fulmini e tuoni mi concentro su quante cose belle ho avuto la fortuna di vedere e a quante di assistere.  In questi pomeriggi, seguo le agenzie stampa che si rincorrono, pungolano, correggono per poi a fine giornata convergere verso un obiettivo pronto ad essere smontato il giorno seguente. Anche se con la mente sono altrove, una parte di me non si disconnette mai. Un atavico senso di responsabilità, nel dovere essere informato e nella necessità di esprimere una valutazione sulle vicende del nostro Paese. Mai. La vita reale, per fortuna, è sempre comunque altra e più alta, quella che viviamo tra avversità e improvvise sorprese, che ci strappa stupori e sorrisi. Perché, nonostante tutte le complessità che si assiepano, i problemi continuiamo a risolverceli da noi, con il buonsenso, i mezzi, gli strumenti della conoscenza, documentandoci. Questo serve. Anche l’arte di arrangiarsi, nelle decine e decine di anni, si è evoluta e fatta, per certi versi, più efficace e sofisticata.  In un Paese in così grande trasformazione, speriamo questa volta sia vero, possiamo solo non aspettarci niente, perché sarebbe un lusso al quale abbiamo abdicato da anni, se non invece armarci di tanto coraggio e agire. Per nostro conto, nel rispetto degli altri, ma comunque muovendoci. Con tecnici, pareri, approfondimenti personali: questo ci porterà sempre lontano, è la conoscenza contro ogni enigmatico, opaco e feroce futuro. Lo stiamo già facendo e per questo cogliamo ogni aspetto positivo del quotidiano, nonostante tutto, e niente o quasi può più deluderci perché diverse sono le aspettative. Per tutti. Questo non significa deporre le armi e smettere di sperare e desiderare, al contrario, è lo sprone a continuare a lottare godendosi tanto il semplice piacere quanto la leggerezza delle cose belle, gratuite, che nessuno può sottrarti in quanto tali. Le cose belle? Lasciarsi sorprendere e muoversi liberamente nella direzione che più delle alte ci soddisfa, richiama, incuriosisce e aggrada. Il tutto corredato dalla necessità della conoscenza. Ognuno di noi ha le proprie imprescindibili cose belle da raccontare e raccontarsi.

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