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La Rete ci salva, ma tutto ciò che la popola è, in gran parte, la versione tecnologica evoluta e culturalmente distorta di questa nostra società. Considerazione che constata l’invecchiamento per chi la elabora, nuovi sistemi e mezzi che ci risultano se non scomodi, diversi e pericolosi. Comunicare è cambiato, come il presidio dei mezzi di comunicazione. Ognuno ha avuto pari opportunità di accesso alla piazza virtuale e ha, finalmente, potuto dire la sua su tutto, ma proprio tutto. Quale forma migliore di democrazia? Ora, però, è difficile separare i contenuti, i livelli, l’intimo da ciò che non lo è, le sfere della propria esistenza. Siamo intrappolati, quasi stritolati da una babele di idiomi, informazioni, citazioni e pseudo tali, che si scontrano alla velocità della luce. La Rete ha creato nuovi mestieri, manomesso parole, oltraggiato pregiudizi e Idola, consentendo l’arricchimento di persone che hanno fatto della propria fisicità e corporeità un marchio. Quello della libertà. Va tutto bene ma, sforzando lo sguardo, e rimpicciolendo gli occhi a miopi, c’è veramente poco di interessante da scovare. La rete gronda umoralità, spesso negativa e disfattista, complottista, lontana dalla realtà, anche solo verosimiglianza. È spesso estranea a ogni forma di responsabilità. Ci si sente autorizzati a potere dire tutto su tutto; “tuttologi” che hanno leggiucchiato qui e là qualche libro, formulato una qualche considerazione sono saliti in cattedra, alteri e impavidi, candidandosi a nuova vita. Il Covid ha alimentato tutto questo, la bulimia della presenza virtuale, non potendo più occupare in presenza uno spazio, non potendo più discorrere guardandosi negli occhi, toccandosi le facce, scambiandosi opinioni oltre i monitor. Un bene e un male. Ora parlano tutti, anche chi non ha niente da dire, nessuna considerazione da fare. Si creano scandali, notizie dal nulla, si cavalcano tesi populiste che rimbalzano a potenza secondo algoritmi capaci di rendere straordinario e accettabile ciò che è stato, sempre, ordinario e, delle volte, immorale. Non importa più il contenuto che si esprime, la modalità di diffusione, la scelta delle parole, la cura della comunicazione. Non importa l’errore ortografico, quello sintattico, la scelta inappropriata dei verbi, dei termini, la totale assenza di sinonimi. Tutto è ridotto all’osso, all’essenziale, ci riporta allo stadio primitivo. Siamo tornati primitivi tra i primitivi, sdoganando qualsiasi limite, senza pudore, il minimo rispetto. Senza qualcosa da dire se non urlandolo, storpiandolo, citandolo. Ci siamo tenuti compagnia ad ogni costo, confrontandoci, ma spesso contrastandoci per il gusto di pesarci. La Rete ci ha aiutati, ci ha dato una possibilità ma, allo stesso tempo, ci ha imbarbariti. Basta viaggiare un poco nei diversi social per avere un ritorno sentimentale e psicologico dei naviganti. Un processo cominciato anni fa ma accelerato senza confini e regole.  Questa bulimia di presenza, una scelta drammatica e necessaria in tempo di guerra, lascerà più di uno strascico.

David Giacanelli

Oggi mentre correvo al parco, ho incontrato degli amici. Abbiamo preso un caffè da asporto, a distanza, e ragionavamo su come i rapporti siano sempre più difficili. Non solo diradati, ma il timore strisciante di un possibile contagio ci accompagna ormai sempre. Più o meno ossessivo, questo sentimento interferisce nelle geometrie famigliari, in quelle tracciate degli stessi amici e nuclei che si frequentano da sempre, a maggior ragione s’insinua con efferatezza con gli avventori esterni, sconosciuti. Ogni avvicinamento è vissuto con sospetto. Tutto questo ci ha reso più insicuri e insofferenti verso chi non si attiene, a menadito, a ogni regola sul distanziamento sociale. Poi in molti, non potendo più disporre del proprio tempo e spazio reali, uscire come avrebbero fatto arringando agli amici, al muretto, alle abitudini famigliari, non potendo prodigarsi in cerchi concentrici affabulatori e magnetici, non fanno che stare su internet. Sui social e le diverse piattaforme. È il caso di dire che ben vengano ma, allo stesso tempo, ci restituiscono l’immagine di un Paese molto triste, che vive di sole piattaforme, egoriferito nei like e nelle battute fugaci scambiate a colmare tutti i vuoti. Accadeva prima del Covid, ora è una delle sole e più facili vie percorribili. Se prima giudicavo deleterio il tempo trascorso sulla Rete, ora assisto ad un’accelerazione insana. Una compensazione nell’agorà virtuale di ciò che non si vive più. In parte realtà, in parte finzione: la Rete è pur sempre un surrogato, discutibile, della vita reale. Quando dovremo tornare a costruire e rimboccare i rapporti reali, duraturi, che abbiamo costruito nel tempo e poi tralasciato a causa della pandemia, ne vedremo delle belle. All’euforia iniziale, che tutti contagerà, si scopriranno molte incapacità e limiti relazionali. Di chi ha dismesso un abito per sempre e si è astenuto dall’operare vita e relazioni, anche nei limiti consentiti. Quando auspichiamo e mestamente pensiamo al contatto che verrà, che ci manca, pensiamo anche alla grammatica che dovremo riscoprire. Siamo tutti diventati, chi più chi meno, degli analfabeti relazionali e sentimentali. Per non parlare dei linguaggi, che se sopravvivono anche da remoto e nei device, non consentono di percepire il linguaggio paraverbale e metaverbale. Ecco perché non torneremo più come prima ma, almeno, alleniamoci ai sentimenti, al momento nel quale dovremo comunicare le parole e i gesti giusti, e toneremo a prodigarci in contatti. Finalmente scemeranno i messaggi vocali, quelli tracimanti caratteri e parole, gli emoticon e i neologismi azzeccati su WhatsApp. Insomma, il tempo dei like sui post egoriferiti dura quanto la carta con la quale avvolgevamo il pesce al mercato, all’ora di pranzo, quando ne avevamo possibilità e tempo. Tutto ciò che non lascia il posto al contatto reale, alle parole e intenzioni riconoscibili, agli abbracci, all’intimità anche grammaticale, è destinato a vivere quanto la fascinazione di una sera, è la triste disillusione di molti naviganti.

David Giacanelli

Che poi a pensarci bene triste è che i giovani e più giovani leggono meno, analizzano meno, sono capaci di minore critica e interpretazione dei testi, come Carofiglio e Serra in modo differente, evidenziano. Allo stesso tempo, se le famiglie possono qualcosa, non abbiamo modelli ed esempi esaltanti, soprattutto nel mondo adulto. Girovagare nella Rete, strada prediletta dai giovani, li costringe a imbattersi in coetanei stralunati e spaesati, perplessi, che vorrebbero solo divertirsi o trovare curiosità, sedarla e colmarla. Giovani come loro senza alcuna pretesa, se non quella di scoprire e cercare di capire. Invece, si riconoscono inermi spettatori delle reazioni compulsive e feroci di cattivi maestri, adulti, che si prodigano in invettive e sgranano insulti politici, odio razziale, rivendicano strampalate origini e idee di nazione che non esistono più, se non come tradizione e amore per la propria terra. Che non significa opporle come stendardo da battaglia in nome di epurazioni culturali, rivendicare la propria maggioranza politica per inculcare nell’elettorato sovranismo, isolazionismo politico e proibizionismo. Il controllo attraverso la coercizione: questo fanno. E ai giovani cosa interessa? Li disgusta. Questa non è politica, se non cattiva e distorta, pericolosa approssimazione a regimi opachi e ambigui. Quest’ultima cattiva politica ha sdoganato la possibilità di dire e fare qualsiasi cosa in Rete, salvo poi prendersela con la stampa e con chi quella stessa rete la utilizza per irretire le idiozie e i bluff raccontati. Quindi, ancora, il giovane si sta chiedendo quanto la Rete e il suo utilizzo siano sinonimo di democrazia. Molti si sono già stancati di domandarsi.
La Rete è sì piazza virtuale e potente, che influenza nonostante tutto, vedi Cambridge Analityca e la multa a Facebook, gli algoritmi e tutto quanto è ormai stranoto, vedi le piattaforme molteplici attraverso le quali si sdoganano segreti e si compiono scoop, come gli audio pubblicati nei siti americani on line, che posso creare scandali di Stato. Nella Rete c’è tutto, per questo postare ciò che è personale, che riconduce direttamente alla propria quotidianità è sempre troppo pericoloso, anche quando apparentemente innocuo. Chi si occupa di comunicazione posta notizie, agenzie più o meno corroborate da fonti, cerca di evitare fake news, almeno dovrebbe, e si limita a segnalare notizie che potrebbero essere di una qualche utilità e invogliare a un qualche approfondimento. La Rete auto celebrativa, dei like e degli emoticon, delle visualizzazioni, anche basta. Allora sì, come mi suggerisce qualcuno, forse per sottrarci a tutto questo meccanismo sadico e cinico, illiberale e perverso, ci restano solo l’arma di boicottarla e abbandonarla, la Rete, oppure di starci, ma poco e in modo molto ponderato, calibrando le parole, i secondi, le espressioni usate, dosando tutto, rendendoci inappuntabili e inattaccabili. Radicando e innestando le nostre idee, radicali, senza timore e anzi rivendicandole continuamente e apertamente, senza scadere però nella loro modalità sgangherata e voyeuristica.
Quella che include e induce il giovane navigante all’espulsione e al bannare l’interlocutore che vive solo in Rete e non possiede più un’anima propria, un segreto, qualcosa di personale che non sia già stato detto, urlato, sfogato. Ecco perché un giovane oggi mi dice “boicottare”. E secondo me, ha parecchia ragione.

25stilelibero

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