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L’atavica analisi nella quale incorriamo ogni qual volta una crisi di Governo viene annunciata è su come si organizzeranno le opposizioni, chi potrà essere il vigoroso oppositore di Salvini e della Lega, chi tenterà di erodere, almeno arginarne e circoscriverne il consenso popolare? Dovesse cadere il Governo, dovesse esserne costituito uno tecnico e di scopo, si dovesse andare in breve tempo al voto, i sondaggi danno comunque in cima ad ogni altra forza politica, con almeno il 38% dei consensi, il più lusinghiero sfiora il 40%, dato sufficiente perché in un prossimo governo Salvini possa dettare l’agenda e governare da solo, la Lega.  Come reagiranno il Pd, Leu, Potere al Popolo, Verdi, Radicali, Numero Uno, Possibile e l’impossibile ancora?! Insomma tutte i rigagnoli, le sinistre alternative, più o meno radicali, come penseranno di unirsi per arginare il modello sovranista, populista, nazionalista, protezionista e proibizionista? Dev’esserci qualche “ista” che è sfuggito all’elenco. Ma la realtà è questa. Vi assistiamo da poco più di un anno. Siamo passati dalla narrazione del ventennio berlusconiano, dove nel privato tutto era lecito anche ricoprendo importanti cariche istituzionali, all’esibizionismo ipertrofico e sgarrupato, meno patinato, di pance esibite, di perizoma in spiaggia e in ogni dove, alle divise d’ordine su misura.  Cambiano le forme, ma non le sostanze. Quella idea fissa di regalare giustizia e riscatto ad ogni italiano, di unire trasversalmente il povero con il ricco, di soddisfare le città e i territori rurali. Un tempo questo faceva la Sinistra, riusciva a fare da collante privilegiando e curandosi, in primis, dei ceti meno abbienti, del proletariato. Però raccoglieva consensi nelle città e nelle campagne, la sua forza era il cammino ragionato e ininterrotto nei luoghi, tra la gente, la creazione di Circoli e luoghi di ritrovo dove confrontarsi. È passato remoto.  Speriamo torni tutto questo e, soprattutto, che la Sinistra, quella che resta, non si lasci scippare dai sovranisti temi che sono più pertinenti alla propria storia e DNA. IL tema del lavoro, per esempio, della povertà cui sopravvivere ogni giorno, la questione sociale.  Ma è davvero possibile sentirsi rassicurati da un Salvini che propone un decreto sicurezza bis, che chiude porti, sostanzia un’efferata battaglia trasversale a tutte le ong, elargisce appellativi quali “zingaraccia”, “ricca ebrea tedesca”, un altro egoriferito e straripante onnipotenza.  Ogni suo sospetto è, comunque, verso l’immigrato; l’opposizione e reticenza albergano nella possibilità di concedere e ampliare la platea dei diritti per ogni cittadino, anche italiano. Un uomo “pro life”, religioso a suo modo e all’abbisogna, che annichilirebbe le unioni civili se potesse, che probabilmente non conosce differenza tra eutanasia e suicidio assistito, che crede che disseminare il territorio di polizia, con poteri ulteriori, possa servire a ripristinare l’ordine e la disciplina, che comandare sgomberi propaghi un’immagine virale di pulizia. Più che pulizia, solo polizia. Che relega la condizione femminile a quella di una piacevole edonistica presenza, alla tradizionale perpetua e succube del pater familias. Insomma, parliamo di modelli tradizionali, ed è un eufemismo, per non dire retrogradi. A partire dalla famiglia e strenua difesa dell’unico modello accettato, quello “naturale”. La discriminazione del genere è pratica comune. Nella narrazione leghista, assecondata male e senza visione dal Movimento 5 Stelle, c’è tutto questo. In realtà il Movimento è più vicino alla Lega che non al Pd, è intimamente conservatore nell’approccio ai problemi, diviso al proprio interno, disincantato rispetto alla trasparenza e onestà che non hai mai praticato, solo predicato. Ha sbandierato al vento parole vacue e contraddittorie e ne ha pagato le conseguenze in termini di percentuali e consenso. L’elettorato lo ha compreso, e non vuole perdere tempo con chi parla di democrazia diretta, di uno vale uno, né con chi si mostra orizzontale ma ha una macchina verticistica riconducibile, al massimo, a tre persone che fanno e disfano nottetempo. È tutto molto aleatorio e affidato alla volubilità di un comico decadente, di un imprenditore che ha speso gran parte del proprio tempo nel pianificare piattaforme e sistemi, nel raccogliere consensi e molto altro ancora. Nulla che vedere con la Politica.  Accomunano Movimento e Lega questa opaca e spasmodica mania dell’utilizzo di complessi sistemi con algoritmi, che inducono l’elettore ad accostarsi al loro pensiero, facendo leva sulla propria cronistoria digitale per prevenirne informazioni e rinsaldarle a proprio piacimento. Enormi passi indietro e ogni provocazione lanciata con estrema semplicità, assente di struttura e logica politica ricopre con il suo clangore e il tonitruante urlo ogni possibilità di confronto. Questa è la narrativa di Lega e Cinque Stelle. Efficace quanto becera, tanto diretta da non sorprendere più nessuno per turpiloquio e mancanza di diaframmi, della conoscenza delle Istituzioni, impreparata quanto a contenuti e storia, come nella formazione di una classe dirigente. Non ci servono persone solo oneste e impreparate, ci occorre cultura politica. In questo la Sinistra dovrebbe fare la differenza, almeno provarci. Non dividersi ma riuscire ad unirsi e solidificarsi.  È umiliante e disumano parlare dei muri per recintare il Paese, difenderlo dallo straniero, il diverso; disumano parlare di Europa con chi si schiera con Orban e Putin, i Paesi di Visegrad, con chi si fa leggi su misura per rafforzare il controllo del proprio territorio senza attenuanti. L’obiettivo è solo questo: riuscire a raggiungere tanto potere da potere essere contraddetti il meno possibile. Certo esiste una Costituzione e un Presidente della Repubblica che, in ultimo, ha già sollevato due eccezioni sul decreto sicurezza bis. Tuttavia, sta tutto accelerando verso una forma di autoritarismo, di celebrazione e panegirico del Capo che tutto fa e disfa, che arroga a sé anche diritti non direttamente riconducibili, che pesta i piedi ad altri Ministri del Governo, che confonde e sovrappone arbitrariamente i Poteri della nostra Carta Costituzionale. Ma di questo è un anno che si parla. Il punto è molto semplice, ahinoi. I sondaggi sono questi. L’astensionismo in Italia sempre molto alto. Quasi la metà della popolazione non si reca a votare e, un elettore su due, vota Lega. Può non piacerci ma è così. L’autoritarismo e il proto fascismo fanno breccia e appaiono come rassicuranti trasversalmente alle classi sociali, alle condizioni, ai territori. Allora, però, il ragionamento politico può essere uno solo: la sinistra tutta deve compattarsi e accelerare, non dormirci la notte, e arrivare a presentare un programma tanto convincente da dimostrare le pericolose vacuità dell’avversario e un’alternativa sempre possibile. Non rincorrere Lega e Movimento nella comunicazione, ma presentare soluzioni differenti agli stessi problemi e in modo differente. Con i social certo, una comunicazione diretta ed efficace, certo, ma strutturata e credibile dal punto di vista economico e sociale. Convincere la gente.  Avvalersi di leader convincenti e carismatici e di gruppi di lavoro nuovi: per ora ci si è affidati sempre e solo alle stesse brave persone. Bisogna allargare i cerchi includendo esperienze e preparazioni differenti. Ma non sui può pensare che tutto questo avvenga spontaneamente, piuttosto prendersi la responsabilità di nominare persone, di affidare incarichi, di attribuire competenze, costruire nuove squadre di lavoro. Avvalersi di persone del mondo civile e professionisti della Politica che ancora vogliono e possono spendersi.  La scommessa, in alto a sinistra, sempre la stessa. Votare ma contro, per circoscrivere le percentuali dei sondaggi di Lega e Movimento. Tornare ad essere convincenti partendo dalla propria storia e accettare di votare anche partiti che non possono rappresentarci in toto ma possono arginare una deriva sempre più autoritaria, poco democratica, proto fascista. Sempre e solo guardando a sinistra.

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Salvini in un recente comizio elettorale, uno dei tanti e tra i molti, ha dichiarato che le elezioni europee saranno un bivio tra la vita e la morte, e forse è vero. La morte della democrazia e del pensiero libero, della possibilità di esprimere una critica senza essere redarguiti, puniti, stigmatizzati né scherniti e irrisi. Il limite, dopo le urla che invocano allo stupro della donna rom che si impossessa della casa che le spetta per graduatoria a Casal Bruciato, non è ancora colmo.  Lo abbiamo raggiunto, poco  dopo, con la sospensione per due settimane e dimezzamento dello stipendio della professoressa del liceo di Palermo, Dell’Aria.

La domanda, in vista delle Europee, è proprio questa. Quanto siamo disposti a tollerare che un decreto sicurezza sancisca di multare delle organizzazioni non governative che soccorrono migranti nel Mediterraneo con la confisca della nave, multe salate ai cooperanti, multe per ogni migrante traghettato? Il Trattato di Dublino andrebbe rivisto, così la necessità di accordare tutti i Paesi europei sulle quote di migranti da accettare. La situazione è di stallo, ma non per questo possiamo effettuare un calcolo aritmetico: chiudere i porti fintantoché non si trovi una soluzione condivisa. “Prima gli Italiani” è una sciocchezza, come il fatto che chiudendo i porti si possa pensare di risolvere il problema della migrazione. Certo che gli sbarchi sono diminuiti a fronte, però, del cimitero che è diventato il fondale del Mediterraneo! Che nei prossimi decenni restituirà ai nostri nipoti pagine sconcertanti di storia nelle quali milioni di cadaveri riemergeranno in superficie e qualcuno si interrogherà sul perché e sul per come sia stato possibile scrivere questa orribile pagina. S’interrogheranno sul sentimento della solidarietà e umanità che, comunque, sono annoverati tra i   principi fondamentali, nella Carta dei diritti umani. Non è tutto possibile, non si possono chiudere i porti come le porte di casa. Per questo aumentano le sentenze, soprattutto delle Corti internazionali ed europee, perché ci si muove arbitrariamente violando il diritto.

La soluzione è stata ampiamente spiegata in questi giorni dall’OIM, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, che ha parlato esplicitamente della necessità di creare dei corridoi umanitari che garantiscano, almeno, l’approdo dei migranti economici verso mete serene o rimpatri, ma non nei lager e ghetti dai quali in Libia sono scappati, anche nel continente africano ma in altri Paesi.

Non c’è da sconvolgersi se gli alunni di un liceo classico di Palermo arrivano, in una elaborazione critica del tutto personale, ad accostare le morti in mare e le politiche dei migranti allo sterminio dei lager e agli eccidi della seconda guerra mondiale. È una loro visione: il sentimento più lugubre e triste cui possono come nuova generazione provare e, perciò, accostare ad un altro del passato. Non si può pensare di censurare tutto.

Nel comizio di oggi a Milano, Salvini cita anche il Papa. È in realtà, isolato. La Chiesa non lo appoggia, così come tutti i partiti di sinistra e i movimenti liberali. Poiché i migranti non solo non li aiutiamo a casa nostra, tanto meno lo abbiamo fatto a casa loro e la politica libica ce lo dimostra ogni giorno. Con le tribù dove polizia, lenoni, scafisti, venditori all’asta di schiavi e corpo militare si confondono e mimetizzano, scambiandosi periodicamente ruoli.  Quanto possiamo tollerare che un Ministro degli Interni pieghi le leggi e la Costituzione a suo piacimento, invocando il suo, e solo suo ordine, come la  propria disciplina? Il richiamo populista a risolversi i problemi da sé, superando lo Stato e il Parlamento, lacci e laccioli, è proprio l’icona autoritaria, la rappresentazione icastica di uno stato liquido, una democrazia che sopravvive a stento, un Paese isolato che ama isolarsi e interloquire solo con i Paesi di Visegrad. Il passo verso regimi accentratori e autoritari è troppo breve. Per questo i giovani tornano in piazza a manifestare. I millennial, la generazione Y e i nati all’inizio del 2000. Lo fanno abbracciando la causa ambientalista, con i #Fridayforfuture elogiando Greta Thunberg, scortando alla Sapienza tra i cori di “Bella Ciao” il Sindaco di Riace, Mimmo Lucano, adombrando movimenti estremisti di Casapound e Forza nuova che vogliono impedirne la lezione alla Sapienza. Questo nuovo civismo, la nuova spinta giovanile non legata necessariamente a un partito o movimento, e per questo forse ancor più sincera, ci salverà. Il nuovo senso di ribellione, la necessità di esserci e, pur giovani, di non dimenticare quanto hanno imparato a scuola, appreso dalle proprie famiglie, dai racconti di molti e semplicemente documentandosi dovrà salvarci. Che un Ministro dell’Interno si sovrapponga a qualsiasi altro Ministro, dal quello delle Infrastrutture a quello della Difesa nella politica dei migranti non è un bel vedere.  Manifesta le difficoltà e le grosse fragilità di un Governo che non si coordina e si muove in ordine sparso, senza criteri condivisi e comuni. Sono scorciatoie autoritarie per ammansire un elettorato povero e disperato. Il problema è riuscire a ridestarlo questo elettorato, per fargli capire quanto sia importante votare alle elezioni Europee, ma per un’Europa coesa. Perciò tentare l’accordo sulle percentuali dei migranti sempre, rispettare il Trattato di Dublino fino a che non sarà possibile cambiarlo, creare dei corridoi umanitari per fare transitare anche migranti economici verso territori dell’Europa e del Mondo dove sia possibile farli vivere dignitosamente. Le persone tornano in piazza perché non si sentono rassicurate da Lega e Movimento. Piuttosto sentono che non agire, non votare contro, non tentare di esprimere il proprio dissenso ci riporterà indietro nel tempo. All’autoritarismo e all’assenza di democrazia. Dopo sì, sarà troppo tardi. Per questo mai come in questa occasione occorre votare in Europa per l’Europa, evitando le destre e le leghe.  Un partito che si schiera con i Paesi di Visegrad, che sono quelli cui l’Ue che tanto vituperano ha dato più aiuti economici che ad altri, è anche beffardo e contraddittorio.  Infatti Polonia, Repubblica Ceca,  Slovacchia e  e Ungheria, cui Salvini guarda come alleati e, incantato, osserva il muro di Orban, sono proprio quelli che ricevono più aiuti economici e che meno contribuiscono, invece, al benessere europeo. Allora dovremmo drasticamente rivedere anche queste regole. Chi non è solidale e non apre le proprie porte, non condivide le scelte sui migranti, ma pretende anche di restare in Europa, deve ricevere meno aiuti. Ma non sarà sempre così, e il nuovo civismo di ventenni e trentenni ci salverà. Andiamo, tutti, a votare.

David Giacanelli

 

 

 

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Oggi è difficile raccogliere i resti, spolverare le foto di un’esistenza, rammentare per filo e per segno le ore trascorse nelle allora sezioni dei Ds e Pds.

Eravamo più giovani, con la forza e l’illusione di potere cambiare il mondo.

Almeno provarci a dare un proprio, piccolo contributo. Allora eravamo tanti, appassionati, eterogenei, di tutte le età ed estrazioni sociali. Tutti accomunati dallo stesso linguaggio, dall’urgenza e il piacere di sentirci parte di una metà campo ben caratterizzata, di una specifica comunità.

Legati e intrecciati da ideali, temi, ricette e soluzioni pratiche, prospettive e visioni a breve e lungo termine.

L’elettorato italiano era sempre lo stesso, mai impavido, rivoluzionario, facile a schierarsi sempre e rivendicarne i motivi, come a saltare sull’ultimo predellino disponibile in corsa. Duttile a cambiare posizione e opinione.

Tutto questo vive e sopravvive, amplificato, anche oggi.

Eppure non vorrei smarrirli quei bei ricordi, al contrario, rigenerarli. Contestualizzarli. Non vorrei perderla completamente la percezione di una possibilità e un contributo.

So in cosa credo, da dove vengo, quali esperienze mi hanno attraversato e formato ma sento che l’ubriacatura dei proclami, il deficit osato, le risorse scovate per provvedimenti importanti, i giuramenti e la politica sui social potrebbero finire con l’opacizzare tutto. Anche i bei ricordi. Molte delle iniziative urlate le definiremmo di ‘sinistra’, eppure la pervicacia e violenza con la quale sono proposte, l’incertezza delle coperture economiche, delle ripercussioni di un deficit così lievitato, l’effetto delle borse e dei mercati ci lasciano basiti e increduli.
Come se ci avessero derubato, in malo modo, delle nostre battaglie, istanze.
Come ci avessero anticipato con semplicità, come sempre fanno: riducono la complessità a un concetto semplice, da postare o cinguettare. Questo i movimenti, le forze ipertrofiche che esibiscono muscoli e molto razzismo.
Manca, poi, la credibilità degli strumenti e dei sistemi per conseguire quel risultato.
Questo il grande interrogativo. Eppure siamo diversi, così i nostri elettori.
Parliamo linguaggi differenti, affrontiamo ogni questione con analisi diverse.
Siamo ancora molto ancorati al dibattito e alla necessità di un contraddittorio interno, continuo.
Attingiamo da esperienze esterne, da tecnici che possono illustrarci le dinamiche più impervie per stare dietro a un capitalismo indomabile.
Ci confrontiamo di più, prima di compulsare su tastiere schizofreniche.
Pecchiamo di velocità ma, probabilmente, non di spessore.
L’economia mondiale ci ha sfidati e costretti a ragionamenti e politiche tardive, non efficaci.
Abbiamo rincorso senza proporre o, ancora, opporre.
Abbiamo pensato di potere imbrigliare il capitalismo selvaggio, quanto meno controllarlo, negando la possibilità che potesse condizionare le nostre scelte, il lavoro, le modalità nelle quali è organizzato.
Abbiamo sempre attribuito più credibilità e fiducia al cittadino, all’elettore prima che al politico di turno.
Abbiamo pensato che i limiti allo strapotere economico si sarebbero inverati da soli, annichilendo ogni effetto distorto dell’economia.
Così non è stato. Negarne gli effetti dirompenti non ci ha aiutati. Tutto si è fatto liquido, senza argini, senza ideologie. Svaporate queste ultime come colori per alcuni, i più critici.
Tutto è sembrato vano, come ordito da piani superiori, tanto globali e planetari da risultare invincibili e inarrivabili.
Con i limiti delle Istituzioni internazionali e le pressioni di nuovi gruppi di potere.
E quando è accaduto di vederci riflessi in questo percorso inarrestabile, vittime, è come se avessimo smesso di produrre ricette alternative.
Come le menti più critiche avessero deposto ogni intento, arma, poiché qualcosa di molto più impervio e grande stava accadendo.
Sono mancati uomini e proposte carismatiche.
L’astensionismo è cresciuto sempre più lasciando lievitare, nel proprio angolo, irriducibili populisti, nazionalisti e sovranisti che solo qualche anno fa spacciavamo
come portatori di fantapolitiche.
Ebbene, le assenze sul territorio, le tenzoni tra le correnti, i dibattiti interni ai partiti erano sì indispensabili per ridisegnare e comporre in modo ragionevole e
funzionale il partito dei lavoratori, ma intanto si perdeva di vista l’obiettivo.
Fornire le risposte a una popolazione affamata e povera: la maggioranza.
Affogata nelle precarietà e senza più alcuna dignità.
Come spiegarlo dentro e fuori di sé?
Si ingrossavano le fila per un pasto gratuito alla Caritas il venerdì sera.
Se n’è parlato molto, ma sempre con la distanza di chi si rifiuta di credere al peggio, che la precarietà sia normalità.
Il “peggio” era già accaduto, era ed è tra noi.
Non esistono ricette magiche, ma voglio tornare a sentirmi parte di quel mondo lì, che dibatteva e sceglieva sempre, che si attardava di notte nelle sezioni.
Che nella più completa o parziale competenza si cimentava, comunque.
L’identificazione della classe politica con la élite, nell’accezione dispregiativa, si è rafforzata con la distanza.
Prima i politici li incontravi per strada, ci condividevi un caffè, una battuta e un segmento d’intimità.
E non li volevi i selfie. Non c’era bisogno di aspettare le feste dell’Unità o le manifestazioni nazionali, i meeting come unici espedienti per incrociarli e
descrivergli un problema per qualche sparuto secondo.
No, non esistevano diaframmi. E in questo la tecnologia ha peggiorato molto i rapporti tra Politica ed elettorato.
I social possono essere una piattaforma comoda e veloce per arrivare puntuali, a tutti e ovunque, ma devono essere uno strumento in più.
Non l’unico strumento di comunicazione.
Come la Comunicazione non può essere la Politica, semmai solo una sua costola.
Torniamo a dibattere, confrontarci sui contenuti e le proposte, ad organizzare seminari con tecnici, spazi nei quali tornare a fare, anche, della formazione e
informazione politica.
E questo ritorno prescinde qualsiasi rottamazione, specie se solo “anagrafica”.

Servono persone, esperienze, competenze, l’annullamento di ogni distanza ma, soprattutto, far tornare alla gente il desiderio di partecipare.

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