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Si è fermato tutto alle 17 e 50 di sette mesi fa. Il ritorno del Covid ci ha allontanato da qualsiasi centro sportivo e attività, costringendoci a rudimentali esercizi fai da te. Per alcuni una sofferenza, per altri una rinascita, la scoperta dello sport che non avevano mai praticato. Ogni pandemia va letta nella sua complessità e, forse, ma proprio forse, qualche reazione positiva è riuscita a innescarla. Così ci piace pensare. Ora che l’indice del contagio è calato, così il numero dei morti, delle terapie intensive impiegate, tornando a nuotare mi ha attraversato un profondo senso di tristezza quando ho visto quelle lancette d’orologio. Alcuni meccanismi arrugginiti non sono mai ripartiti. Il dramma e l’indolenza si sono confusi e c’è stato tempo solo per la sopravvivenza. Tornare a nuotare una grande emozione e, bracciata dopo bracciata, un ripasso veloce dell’altalena dei sentimenti vissuti. Così una bracciata una storia vissuta e magari, chissà, di nuove da raccontare. Ho sezionato le storie che mi hanno attraversato: come invecchiare e sapere crescere. Mi ha pervaso quella latente ma costante paura, il timore del contagio, che qualcuno ancora se ne andasse. Le paure costruttive, ‘ché la vita è così fragile che non puoi fare a meno di averne paura. Anche questo è un modo più maturo di leggersi. Le ho ripassate tutte, a una a una: mi hanno prima immobilizzato, poi ci ho convissuto. Insomma, nell’esercizio della sopravvivenza ora cominciamo a tornare in presenza. In presenza nei luoghi fisici, all’aperto, nelle piazze, a risalutarci e vederci, al lavoro. Un’emozione indescrivibile, riappropriarsi della propria cifra comunicativa, colmare gli spazi e i silenzi forzati, riavvolgere quelle maledette lancette, tornare alla elaborazione delle paure e degli accidenti che ci hanno attraversato. Eppure, dopo esserci disabituati al contatto e al dialogo diretto sarà difficile tornare con la stessa enfasi di prima. Difficile ricostruire laddove si era lasciato, così come lo si era lasciato. Non è facile ritrovare quell’immediata intimità che non si è esercitata per oltre un anno. I rapporti sociali ne hanno risentito e continuano a risentirne. Negarlo è come proclamarsi impermeabili alla vita. Lo sapevamo e forse, anche in questo caso, rioccupare lo spazio e il tempo perduti costituirà la nostra nuova scommessa.

David Giacanelli

Oggi viviamo in un isolamento perpetuo. L’effetto primario che abbiamo elaborato, dopo un anno di battaglia, è l’innato sentimento di protezione di noi stessi. E, ahinoi, la certezza a proteggerci è la distanza. Vivere oltre un anno di tempo isolati, in prossimità ma senza vedersi, negli stessi identici spazi e tempi dilatati, di contro ci ha portato mestizia e senso di oppressione, limitazione di tutte le libertà ed espressioni. Conviveremo ancora sospesi tra sentimenti contrastanti, che traghettiamo anche nelle nuove forme di lavoro, fintantoché non saremo vaccinati a sufficienza. Quando avremo raggiunto un’immunità di gregge allora, forse, riusciremo a recuperare un poco dello spazio lasciato vuoto. Non torneremo come prima, perché i modelli lavorativi e imprenditoriali sono cambiati e la pandemia ha rappresentato la scommessa per evolvere in una dimensione digitale, sempre meno corporea, che ci consente di lavorare a distanza, di conseguire risultati gestendo al meglio il nostro tempo e non con una presenza corporea continua. Eppure, non è solo misurarsi con una maggiore o minore attitudine al digitale, sforzarci di comprendere e terminare di apprendere tutto quanto necessario per realizzare il proprio lavoro su piattaforme, si tratta di riappropriarsi di spazi fisici, che sono psicologici. Va bene non tornare indietro, ma ai sentimenti sì, al relazionarci, all’essere gentili tra di noi. Per questo nel parlare tanto di sostenibilità e futuro spesso si associano i concetti di bellezza e gentilezza. Come auspicassimo il ritorno ad un nuovo umanesimo, alla capacità di evidenziare la bellezza, condividerla e viverla. Così la nostra storia e le esperienze, coinvolgendo al massimo le generazioni più giovani, quelle veramente digitali, migliori di come sempre descritte. Generazioni che saranno abituate all’autodisciplina e alla rinuncia, a covare dei sogni più circoscritti, che hanno fatto della precarietà la narrazione naturale. Altro che i sensazionalismi da post, la comunicazione sintetica e urlata dei social. Quest’ultima non è superata nella tecnologia, ma nei contenuti. Nessuno ha più tempo per attardarsi a litigare sulle piattaforme, a contrapporsi per cercare un consenso. Anche le classi politiche faticano a trovare nemici cui contrapporsi, unite tutte in un governo tecnico e politico, quello di Draghi. L’urgenza nazionale e mondiale viene prima di ogni tornaconto e sopravvivenza di percentuali politiche, ha ridisegnato ogni priorità e possibilità di espressione. Non potremo tornare i barbari di prima. Anche la comunicazione istituzionale è cambiata, si è evoluta, non è più così sensazionale e umorale, ma ufficiale, semplice e scarna. Priva di retroscena, di improvvisazioni continue, di smentite e opacità. Ci addormentiamo e risvegliamo contandoci. Con un’ansia latente cui ci si abitua, ma che non si supera razionalizzando. Lavoriamo e viviamo a testa bassa, concentrandoci su altro, per distrarci dalla precarietà che tutti ci avvolge. Per questo, proprio ora, è importante non dimenticarci di quel che per noi è sempre stato fonte di bellezza e gentilezza. Spronarci in quel che sempre ci ha sedotti, che ci riesce naturale come galleggiare. Pensare che torneremo ad abbracciarci, a riempire gli spazi, ad accorciare le distanze, a renderci più sostenibili, sempre attenti ai diritti, ai generi, alle risorse naturali, al recupero delle forze dentro e fuori di noi, alla conciliazione dei tempi pubblici e privati, allo sviluppo davvero sostenibile. Torneremo attenti come non siamo mai stati prima. Torneremo a rivitalizzare tutto, riciclare prodotti e sentimenti. Tutte le rimanenze, i resti che non abbiamo potuto esprimere. Torneremo a raccontarci quel che abbiamo vissuto e, anche, gli affetti che alcuni di noi hanno perduto.

David Giacanelli

Ti giri e rigiri, metti a fuoco. Poche parole e se sono il consiglio giusto, quello per cui delle volte hai atteso anni, si palesa in un attimo. Oggi sei capace di sintetizzarlo in un’ora o pochi minuti. L’esperienza si sovrappone a esperienza. Non sei immune alla pandemia, né al dolore, né alla malattia, ma vedi tutto più nitido. Perdi meno tempo, ti concentri sull’unico presente possibile. Galleggi e lo fai nel migliore dei modi, anche se ai tempi della pandemia non puoi nuotare, come svettare bracciate che disegnano semicerchi in aria. Ti devi accontentare di camminate accelerate, alternate a istinti di corsa. Sempre negli stessi luoghi, limitrofi, concessi dalle sparute pause lavorative. Il peso non cala ma, almeno, conservi un minimo di tonicità muscolare. I messaggi sono dosati, così i vocali, le parole centellinate, scartavetrate per evitare manomissioni.  I consigli eloquenti e i silenzi altrettanto di chi, davvero, ti sa ascoltare. La pandemia non ci ha reso migliori, è vero. Ci ha inasprito tutti, crepato certezze, sicurezze sentimentali. Però, un unico aspetto di inconsapevole agio ce lo ha restituito, anche se non richiesto. Ci ha costretto alla sintesi ed è un’acceleratrice d’efficacia. Rispetto allo spazio e al tempo angusto. Ci ha costretto alla praticità. Nel sistemare le idee, fare ordine nei pensieri e scegliere o non scegliere. Una dimensione coatta dal virus, a tratti penosa e dolorosa, ma sicuramente efficace per sopravvivere. Se in tempo di pace apprezzassimo le relazioni, le manifestazioni dell’esistenza come fossimo in questo perenne stato di guerra vivremmo cento vite, appieno, senza alcun rimpianto. È come pretendere da una persona anziana una reazione puerile, un ragionamento infantile, e dal bambino la serafica saggezza portata dal tempo. Insomma, è difficile, quasi impossibile re inventarsi nello stesso tempo e nello stesso spazio. Gli unici che conosciamo, questi. Eppure, continuiamo ad occuparci la mente lavorando, correndo, parlando, dedicandoci anche al nulla, al riposo forzato con la consapevolezza di doverlo sapere fare. Strategie di sopravvivenza, le uniche ammesse, ai tempi del Covid. Poi ci sono le preoccupazioni, le malattie, i controlli, la vita biologica che prosegue la propria marcia a tratti pericolosa, a tratti innocua, comunque noncurante di quanto desideriamo e ci accade intorno. E allora è necessario conservare le energie e, se non ce le abbiamo, muoverci come automi per scavalcare la giornata senza perdere quel minimo equilibrio ed empatia con l’ambiente. Non so quanto potremo ancora continuare a raccontarlo questo tempo, e come. Augurandoci di restare in salute il più a lungo possibile. Abituarci a galleggiare e scavalcare domani: una banalità espressa in modo così essenziale e semplicistico, così difficile da concretizzare ogni giorno. Difficile senza sentirne la vacuità, la pesantezza, la recita quasi istituzionale e morale che ci ripetiamo come un mantra. Noi che, al contrario, abbiamo sempre predicato la qualità e laicità della vita, ‘ché vivere non è necessario ma una scelta continua e consapevole che rinnoviamo a noi stessi, da non fare ad ogni costo, patendo qualsiasi dolore. Noi che abbiamo sempre predicato la libertà e l’autodeterminazione. Difficile continuare a galleggiare, scavalcare domani riempendoci di azioni e interessi che si usurano, ripetere vuoti mantra. Difficile per chi di tempo, sempre lo stesso, ne ha troppo per riempirlo con l’assenza improvvisa di lavoro. Gli affetti ci trattengono, il carattere, quell’imponderabile e salvifico slancio alla sopravvivenza, la voglia di tornare quanto presto alla vita di prima. Tutto il resto è inutile sovrastruttura e strategia.

David Giacanelli

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