Boriose sono le persone che in virtù di qualche conoscenza e pseudo potere pensano di potere muovere le sfere del mondo, condizionare i destini di interlocutori più calmi e meno indaffarati a brigare, a creare connessioni spregiudicate e utili a schermarsi e schernirsi dal potere “altro”.
Peggio è imbattersi in chi, solo apparentemente, sembra disinteressato e affabile, si mostra amichevole e informale, ipertrofico e sanguigno, spende poche veraci parole per creare un’empatia che non convince, non richiesta,
che dovrebbe annichilire spazi e distanze, così le differenze.
Ogni interlocutore, soprattutto oggi, ai tempi della globalizzazione, con gli effetti anche nefasti che ne seguono, ha strumenti minimi per tutelarsi. Quelli della conoscenza.
Non dal “tu” indesiderato, ma dalla boria e dall’abuso di potere.
Opponendo altro potere, accedendo a quegli strumenti alla portata di tutti: basta sapere chiedere, informarsi, affidarsi a un parere tecnico.
L’unico elemento che non si perdona è sempre l’ignoranza, lo stato di chi non s’informa, di chi non si preoccupa, di chi non previene certe situazioni, come tutelarsi e schivare i colpi di chi impone ed esercita pressione, potere indesiderato.
Aveva ragione mia zia quando, nei racconti di bambino, s’indignava con la gente, a lavoro come per strada, negli incontri occasionali e facendo la spesa nel quartiere.
Sviluppava un’intolleranza che si faceva astio per chi le dava naturalmente del “tu”, pur non conoscendola, pensando di farle un favore, d’ingraziarsi le sue simpatie, risultarle più affabile.
Lei, immediatamente, laconica: “Non sopporto quando si riempie l’imbarazzo con la famigliarità. Puoi darmi del “tu” se mi conosci a fondo, se te lo concedo, se è registro condiviso, altrimenti non sei nessuno e mi dai del “lei”, come faccio con ogni interlocutore”.
L’ascoltavo basito e sorpreso, pensando che esagerasse troppo.
Crescendo, ho pensato fosse un vezzo, un’esagerazione di una signora borghese che teneva alla considerazione.
Invece, traslando questo comportamento nel mondo del lavoro, senza esagerare, ho capito che è fin troppo vero. Diffidare, sempre, di chi accorcia ogni distanza simulando affabilità e simpatia. Sono le persone, sovente, più pericolose. Non si capisce questa necessità di saltare preamboli, di bruciare tappe comportamentali, né la difficoltà di trattarsi e comunicarsi coerentemente con il grado di separazione.
Al contrario, spesso chi anticipa il “tu” vuole proprio togliersi dall’imbarazzo di potere essere diretto, mostra un’incapacità relazionale e, all’occorrenza, vuole sentirsi libero di sfogare qualsiasi impulso o pensiero senza diaframmi, etica minima, forse resiliente senso di colpa.
Senza una ragione apparente o motivazione giustificabile, vuole essere legittimato ad entrare a gambe tese in argomenti delicati, che necessitano di prassi e passi.
Lo fa per imporre soluzioni e decisioni difficilmente argomentabili.
Diverso è il “tu” che nasce da una spontanea e condivisa scelta, dopo anni di conoscenza, per lo meno mesi, dopo un “subito” condiviso per una rara alchimia, una malia che inspiegabilmente può inverarsi tra due sconosciuti.
Ma è un caso unico e raro, non impossibile, decisamente raro.
Ci si può riconoscere, entrare in simpatia, rilevarsi lo stesso grado di sensibilità e percezione, lo stesso modo di declinare concetti e sentimenti, di coinvolgersi.
Quando le componenti che tornano a combaciare sono molteplici e immediate, può anche scattare il “tu”, così quando ci riferiamo a persone molto più giovani di noi ne evidenziamo la distanza anagrafica.
Per il resto, il “tu” gratuito e imposto è stato sdoganato senza ragione. Nasconde sempre un trabocchetto o, comunque, evidenzia l’assenza di cultura minima per capire il contesto nel quale si opera e ci si muove, il rispetto degli altri. Nessuno è escluso.
Aveva ragione mia zia e il tempo mi ha confermato che i registri linguistici,
i pronomi che si usano, le voci, quei piccoli e circoscritti segni apparentemente insignificanti hanno un peso profondo.

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