Una serata estiva, calda di un caldo secco. Seduti in una piccola piazza, più uno slargo, lungo una strada stretta di acciottolato. Intorno ad un tavolo circolare, stipati tra altri presenti, ascoltiamo un gruppo musicale esibirsi. Due musicisti uomini e una donna dalla voce suadente e ipnotica costituiscono la sera della “Collettiva”. Solo il nome del gruppo mi porta indietro nel tempo, ad accostamenti e reminescenze improvvisi, che nulla hanno a che fare con la musica, se non con il vissuto studentesco che accomuna parte dei presenti. Capitati accidentalmente lì, in quel piccolo slargo, siamo rimasti a bere e ascoltare quelle canzoni popolari, così lontane e così vicine. A ripensarci oggi, sarei potuto rimanere lì per delle ore, dei giorni, forse di più. Un tempo lungo quanto il piacere reiterato di una certezza, di uno stato di pacificazione e calma. Sinestesie a volontà: vedo ancora il piacere che ho provato, sento il caldo del clima fuori di me e quello dentro, che ti fa dimenticare le piccolezze e i fastidi in cui facilmente si finisce irretiti. Covando quella sensazione di benessere, di curiosità, di sorpresa e protraendola a lungo, rievocandola con i miei tre compagni di viaggio, ho l’esatta percezione di chi sono o posso essere, di come sentirmi. Giunto a metà di un percorso comincio a ragionare ad alta voce, a tirare le prime somme di un’articolata vicenda, ma con decisione e fermezza. Consapevole che, qualunque sia il risultato dell’operazione, si accetta con dignità e naturalezza. Perché non è più il tempo d’essere stravolti e sorpresi da eventuali dispiaceri, né drogati da ineffabili piaceri. Insomma, in quello spicchio d’isola nel Mar Egeo, eravamo tutti abbastanza presenti a noi stessi, muniti di senso del contesto, anche chi era stato appena provato da profondi dispiaceri e chi aveva attraversato ruscelli torbidi, cercando di mantenersi in equilibrio e di prendere una decisione. Ho ritrovato una registrazione di quella musica popolare, di quella copula di congiunzione con l’infanzia, la famiglia, le lunghe estati del passato, un concetto differente del tempo e dello spazio. Un altro tempo, certo, ma sempre genitore di questo, come il popolo che ci ospitava è nostro padre e nostra madre. La registrazione, riuscita grazie all’utilizzo del cellulare,’ché la tecnologia a volte ha un suo senso e prezioso valore, mi precipita in quella consapevolezza, mi tiene, sereno, attaccato alla superficie. Puntualmente riascolto quella musica, per ritrovare la percezione di allora, ricordarmi chi sono e da dove vengo. Quell’isola, quella terra mai apprezzata abbastanza da parole che sono, alla fine, solo dei segni. Il suono suadente, impresso nelle nostre memorie e nei dispositivi della moderna tecnologia, ci avvolgeva e avvolge tuttora. Come ce ne fosse bisogno. Ci rinfaccia, a ragione, quanto è importante la terra che ha ospitato gran parte delle nostre vacanze, dei nostri mesi di luglio e agosto assolati e solidi, ruvidi come gli scogli, spigolosi come i sassi sui quali abbiamo arrostito i nostri corpi tra un bagno e l’altro, leggendo libri, divorando feta e fendendo l’acqua con ampie bracciate di pensiero e studio. Quella terra e quelle isole dove abbiamo scattato innumerevoli fotografie, ormai vecchie, in bianco e nero, da piccoli, poi seppia, poi un po’ più grandi, poi adulti. Una terra nella quale ci siamo ostinatamente specchiati, che ha segnato i nostri interessi, ha definito il nostro modo di viaggiare, vagabondo e ramingo, libero e assetato di cultura. Forse randagio per volontà e sregolatezza, per il desiderio d’essere anticonvenzionali e ritrovarci degnamente rappresentati in categorie gradite e valide, un tempo. Quella meravigliosa terra che ti lega a sé per sempre, che ti mostra continuamente l’origine, la partenza, la tua lingua e i tratti somatici. Tutto è riconducibile a quel fazzoletto ricamato ad arte, tanto prezioso e preciso, di un valore indescrivibile quanto la più potente delle suggestioni, che è mare e terra vicini. Un paese oggi complesso, di grosse tensioni sociali, che proprio non ci sta a farsi impartire ordini e dettare agende. Fatto di limiti, come tutti i fazzoletti, anche i più belli, ma impossibile immaginarlo abbandonato, avvitato in una strategia che potrebbe allontanarlo da noi. Come separare forzatamente il figlio dal genitore. Anche con una crisi così profonda è doveroso trovare la soluzione.