Quando era arrivato alla porta di casa, aveva notato che sul citofono tutti i cognomi erano cambiati. Eppure non era molto che mancava dal condominio. Com’era possibile che, tranne quello della sua famiglia, gli altri potessero essere stati tutti sostituiti? Come nottetempo si fosse completata un’operazione immobiliare notevole e fossero stati venduti all’istante almeno venti immobili. La seconda stranezza includeva che con la vendita repentina e inspiegabile degli immobili fossero arrivati già dei nuovi inquilini, al punto che ogni appartamento si vedeva attribuito un suo nuovo proprietario. Non era un romanzo latino americano, anche se l’atmosfera lo ricordava molto. Un caldo afoso e umido, condito di refoli periodici di aria calda che spostavano le tende, drappi antichi bianchi con piccole nappe all’estremità delle porte finestre del primo piano. In sottofondo il profumo di sugo bruciato e il vociare delle signore francesi che discutevano fra loro. Insomma tutto era al suo posto tranne quei nuovi cognomi. E si rendeva conto, nell’atto di citofonare, che un cambiamento per forza doveva essere avvenuto. Come ci fosse stata un’anomala accelerazione temporale in avanti, uno scherzo o una prova per costringerlo a verificare cosa si potesse provare. A restare soli, tra persone sconosciute, che distano da noi per età, cultura e provenienza. In fondo i condomini, quelli numerosi, diventano delle grandi comunità dove si condivide un po’ tutto: i segreti e i disagi, l’aiuto spontaneo, una parola di conforto, un prestito, semplicemente un piatto da mangiare e del tempo per confidarsi e gioire o piangere, all’occorrenza. Cambiando l’interlocutore, senza ragione, Luigi non avrebbe potuto più condividere nulla. Sarebbero venuti meno la conoscenza, la confidenza, il percorso graduale che lo aveva portato ad aprirsi non senza sforzo. Mentre pensava all’orribile situazione la porta si era aperta. Doveva entrare. Indugiò ancora qualche secondo e poi richiuse il portone pesante, in legno spesso, dietro sé. Al suo passaggio fendeva l’aria umida e ancor più calda, all’interno del condominio. Doveva fare due piani a piedi e nel volgere di quel tempo, circoscritto, avrebbe ripassato tutta la propria infanzia per capire dove doversi proiettare e dirigere. ‘Ché non era più tempo di vivere di ricordi e passato, neanche del presente che maneggiava male e gli sfuggiva di mano: bisognava costruire delle prospettive, dei fini, darsi dei nuovo obiettivi da raggiungere. Il ricordo funzionò come giustapposizione di fotografie virate a seppia, con lui bambino nei viaggi, al mare, accanto ai nonni, con i genitori, con Cecilia, Cristina, e le persone che lo avevano cresciuto. Quanto gli mancavano quelle persone, che semplicemente erano morte per età. Proprio nella consapevolezza della loro assenza comprese che un mondo si era rarefatto e che non sarebbe più tornato. Come una migrazione coatta e definitiva di persone verso lidi lontani e irraggiungibili, non avrebbe più goduto dello scambio e della reciprocità d’informazioni, di pareri, di affetti con queste persone. Ancora una volta si disse che scioccamente le persone ti mancano quando sai di non poterne disporre più, che finché sono in vita o sei nella condizione di poterci interagire, anche solo in potenza, sei portato a credere che potrai beneficiarne all’infinito, che saranno sempre a tua disposizione. E invece con la loro dipartita non subito, che è troppo presto per sentirne già la mancanza, ma dopo un tempo fisico e psicologico sufficienti, metti a fuoco bene che non ci sono più, che tutt’al più potrai ricordartene e concorrere a mantenerne vivo e lucido il ricordo. Mentre pensi e consideri quest’ ovvietà, hai elaborato il tuo lutto.

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