Mi ricordo solo che i miei genitori mi trascinavano ovunque, fino a che la stanchezza non vinceva sul corpo gracile e minuto. Mi raccoglievano dalle sedie, mentre di sottofondo ascoltavo ancora il vociare limpido e chiaro degli interventi. Le stesse tonalità, sempre le stesse con medesima enfasi, frasi scandite in quella stanza buia e umida. E così le proiezioni dei film, qualche contrapposizione d’opinione animata ma ricondotta, sempre, a un sentimento e fine comuni. Mi strattonavano in lunghi cortei, con l’aria severa e compresa di chi è sicuro del proprio sentimento, del valore condiviso. Mostravano sempre quell’espressione un po’ così, di chi taglia e trapassa con lo sguardo, perché non esiste un’alternativa, né l’insidia del sospetto, né l’esitare un istante, né il dubbio. Non in quel preciso momento storico. Al contrario, l’eventualità di una titubanza, il vacillare e attardarsi nell’angolo erano già anticamera di tradimento o, in qualche modo, timore di conformismo, arretratezza. Insomma, mi sono ritrovato per anni, il tracciato dell’infanzia, in un contenitore precostituito dove tutto rispondeva a precisi riferimenti culturali e storici. Ci stavo bene, riscaldato da sicurezze, dentro stanze piene di dibattito, dentro luoghi pubblici riempiti di slogan e desiderio di misurarsi, dentro manifestazioni e concerti, presentazioni di libri, sit- in. Non potevo, già allora, comprenderne il significato più intimo. Avevo la sensazione, però, di ritrovarmi dalla parte “giusta”, quella più consona ai miei sentimenti, alla ragionevolezza e al lessico famigliari. Ne sono passati di anni, di volontariato, di ore spese attorno a tavoli di discussione, di volantinaggi, di campagne, del tentativo di definirsi identificandosi. Ne sono passati di anni che non torneranno più, che nessuno restituirà. Sempre severi e attenti, sovente appassionati, con la consapevolezza di dovere fare una scelta, di dovere sempre esporsi per un bene comune, mai arretrare, provare vergogna, rimanere nel cono ambiguo e buio del non detto, nel taciuto, nella convenzione che non occupa spazio ma solo forma. Concetti ampi, tanto grandi e importanti da inghiottire chiunque non avesse sufficiente esperienza per poterli circoscrivere. Così, ogni anno, in coincidenza di feste come quella del primo maggio, non faccio che tornare indietro con il pensiero a quei giorni umidi e semplici, alle tavolate di legno logorate da gomiti e pugni, gremite di fogli scritti, di appunti rivisti e corretti centinaia di volte, le bozze delle bozze tracciate da pennarelli che passavano lo spessore del foglio per lasciare il proprio segno, indelebile. In quelle tavole oltre alle tracce dei pennarelli, ai residui dei fogli, ai volantini spiegazzati, rimbalzavano determinazione e possibilità concrete. Oggi sento il bisogno di ricordare questi appuntamenti, aggrapparmi alla storia che è evoluta nel post, nel liquido, in contenitori che faticano a contenere, a rappresentare, a scovare ricette, a fornire visioni, a risolvere problemi. Eppure sono lì: ricordi indelebili d’impegno e profondo senso civico, vissuti in modo totalitario, perché “serio” sarebbe riduttivo e un eufemismo, tramandati fin quando e dove è stato possibile e credibile. L’intorno è tutto cambiato: oggi sì, magmatico e sfilacciato, incomprensibile. Perché la gente dovrebbe continuare a sedersi attorno a quel tavolo? Per senso di responsabilità? Etica? Per rinnovare la speranza e compiere, nei limiti di quel che è concesso, il proprio dovere? Esercitare, almeno, il proprio diritto che è, anche, un dovere? Immagino di sì, ma impossibile condividere questo mio sentimento, provare a inverarlo negli altri, pretendere una ragionevolezza. Perché, cos’è rimasto di ragionevole?! Un elemento banale tuttavia emerge, costante, in ogni storia di vita raccontata, in ogni testimonianza: laddove scema la speranza e la disillusione trionfa, laddove si decide di essere anarchici e liberi, di pensare solo ed esclusivamente alla propria situazione e a come migliorarla, a come sopravvivere alla giornata ‘ché tanto nessuno lo farà per noi, la disposizione caratteriale può molto. Non è la tanto acclamata “resilienza”, quanto la necessità di trovare conforto e sostegno negli altri, creare delle reti solidali, dei confronti continui ma non speculativi, piuttosto di reciproca assistenza, di concretezza e realtà immediate. Oggi leggevo una lettera, pubblicata su di un quotidiano nazionale, che illustrava la storia di una famiglia precaria nel lavoro, nell’esistenza, e nella salute. Il titolo della lettera era “Poteva andare peggio”. E allora ho ripensato, coincidenza, alla frase che giusto ieri sera mi ha pronunciato chi, quand’ero piccolo, mi strattonava alle manifestazioni per strada con energia e sicumera. “A cosa serve mostrare questo eterno nichilismo, per altro giustificato?”. “A cosa serve mostrarsi sempre depressi, anche quando se ne hanno tutte le ragioni?”. “Il sentimento, risultante dell’assenza reale di prospettive e possibilità evolutive, di miglioramento della propria condizione sociale, culturale, di assenza della speranza, di omicidio della fiducia e della rapina del collante nelle Istituzioni non può essere solo urlato e sfogato; né condividerlo e fare massa può servire a risolvere o trovare la ricetta che, ciclicamente, in campo economico è adottata ma non risolve la disoccupazione”. “Allora, davvero serve questa depressione condivisa e diffusa?”. “A sfogarci”- oserebbe qualcuno, non certo chi mi ha fatto riflettere sulla banalità della disposizione caratteriale. Anche lo sfogo aiuta a sentirsi meglio, ma dura l’attimo di un niente. La precarietà più diffusa e il sentimento di paura e inconsistenza che ci definiscono e accompagnano poco hanno a che vedere con i ricordi delle marce, i sit in, gli occhi sgranati e gli sguardi compresi, imperturbabili e severi. Ma in attesa delle ricette giuste, delle economie che possano risollevarci e consentirci di sopravvivere, la componente antropologica e psicologica, il carattere e la disposizione potrebbero fare una prima differenza. Primo maggio, che coraggio. Sì, ci vuole tanto, troppo coraggio. Occorre un attimo di sospensione, un’apnea prolungata e l’azzeramento di fantasmi, ‘ché tanto non ci priveranno di quel che non abbiamo.

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