Sì, c’è chi ha quella incredibile e infaticabile indole a reinventarsi continuamente.
Chi, incapace di attardarsi e mimetizzarsi in un’attività produttiva per più di cinque anni, un ciclo lavorativo completo, non fa che cambiare e cercarsi nuove vie d’uscita. Di fuga?! Chi può dirlo.
E non tanto perché insoddisfatto, perché il lavoro svolto diventa deficitario e invalidante, cagionevole dell’arresto d’interessi e attitudini, di conoscenza.
Non perché la propria mansione smette di appagare: semplicemente per la bulimia di continue esperienze, altre, di diversità e di cambiare.
Individuare una nuova sede, nuovi colleghi, un nuovo spazio fisico e mentale, quindi culturale e nozionistico dove muoversi con passi diversi da aggiungere al proprio curriculum. Questo è.
Non ho mai apprezzato il cambiamento calato dall’alto e imposto per via di ragioni endemiche alla società, a una presunta e inarrestabile evoluzione meccanica, di adeguamento coatto alla digitalizzazione e automazione dei processi lavorativi ed occupazionali.
Per viverlo il cambiamento repentino, misurarsi in nuove esperienze contro voglia, è necessario avere un mercato che ti accoglie e rispetta la tua storia.
Se questo non avviene, s’ingenera uno iato, uno scollamento tra l’individuo e la società: il mondo istituzionale.
In questo caso, il più diffuso secondo gli studi e le percentuali Istat aggiornati, il cambiamento è l’anticamera di un demansionamento.
E’ una stortura di un mercato saturo, incapace di accogliere, ma solo di espellere.
Rappresenta la risultante distopica che si fa beffa di diritti e storia, il capriccio di un irragionevole esercizio di potere, un’opinabile quanto indottrinata randomica imposizione.
In questi giorni ho ripensato spesso a chi ha il privilegio e la forza di ridisegnare la propria vita cominciando proprio dal lavoro, l’ambito che ci ruba più tempo ed esistenza.
Non posso non provare un’ammirazione, sconfinata, per chi si cimenta per scelta in una nuova avventura della quale poco conosce e lo fa solo per incidere, con discontinuità, il proprio presente.
Un presente che, per quanto interessante, diventa ad alcuni asfittico e claustrofobico.
Il percorso per qualcuno non termina mai, laddove per altri si vorrebbe sempre uguale a se stesso: immobile, privo d’imprevisti e impennate, perché piace così com’è, perché scelto per quel che offre e assicura.
Conciliare le due attitudini in un mondo liquido, dove si prospetta e staglia all’orizzonte un profluvio di precarietà e povertà, già cominciate, è arduo.
Coesistono combattendosi a vicenda, diventando programma di campagne elettorali, contrapposizioni e fratture sociali di domani.
E allora, mi ripeto, non posso che provare una sana ammirazione per chi, ciclicamente, riesce a buttarsi alle spalle ogni certezza ed esperienza per cambiare pelle.
C’è chi, ad esempio, attraversando diverse vicende, ha fatto del turismo e più in generale del viaggio, dello spostamento, la propria ragione esistenziale.
Chi è riuscito a coniugare lo spostamento terracqueo con un’arte: formalizzarlo e renderlo lavoro, spunto di riflessione e sapere per tutti.
Chi si è inventato agenzie di viaggio intelligenti, declinandole secondo chiavi nuove e interessanti di lettura, di sé, e del proprio avvenire.
Unavitainvacanza.it è il nome di un bellissimo blog che sta nascendo, che ospita recensioni diverse e intelligenti di mete, esperienze di vita trascorse in terre lontane, capacità di interpretare e leggere i luoghi fisici come nessuno ha mai fatto.
Non nel turismo.
Tutti itinerari collaudati e conosciuti da viaggiatori esperti, non “turisti”, né “per caso”, né “fai da te”, che prima dei consigli utili trasmette al lettore la propria suggestione e la voglia di spostarsi.
L’amore per il viaggio, fisico e mentale, è l’unico cambiamento condiviso e ammesso. Ecco un blog intelligente, una seconda pelle, del viaggiatore che dispensa consigli e mette a disposizione la propria esperienza e sensibilità.
Buona fortuna e, soprattutto, buon viaggio!

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