Quando la vecchina aveva bussato alla porta le avevo aperto senza esitare. Appena, avevo compreso il suo nome. Sbiascicava parole a stento che arrivavano come suoni confusi e flebili. Certamente stanchi. Era sdentata e sempre più difficile comprendere appieno il senso di quanto voleva comunicarmi. Tra le sue rughe, copiose e sparse omogenee sul viso, gli occhi grigi ed esperti, ho visto riflessa la mia infanzia, la sua esperienza, il dolore e la gioia sintetizzati in un’espressione violenta. Allora l’ho fatta entrare, ‘ché non aveva certo bisogno di presentarsi, tanto il nome e qualsiasi parola tentasse di pronunciare non arrivavano a destinazione. Contemplatane la postura, ascoltatone il silenzio eloquente, esaminato lo sguardo vivo che riluce, pur nell’opacità del tempo, tutto quanto c’è da sapere, le ho voluto bene ancora una volta.
Contenuta in un nugolo di naftalina, con un maglione blu rattoppato in diversi punti e una gonna a falda larga gremita di fiori che le strusciava per terra raccogliendo altra polvere, distratta e indolente, senza che proferissi parola, diritta si è seduta sulla sedia di paglia accanto alla finestra. Con lo sguardo, in un ritmo impreciso, si è soffermata ora a scrutare i miei occhi e, più lontano, fuori dalla finestra, i palazzi nella canicola estiva. I movimenti lenti, la postura instabile, la schiena ricurva, il mento all’infuori raggrinzito da pieghe ingenerose. Costellata di macchie, irregolari, e i capelli ancora caparbiamente lunghi e accuratamente pettinati in una crocchia. Le mani, tremule, le protende verso me. Prima sul viso, a ripassare i tratti somatici, quindi sul petto, scivolano sullo stomaco e poi raggiungono le gambe. La sua forza si è esaurita lì, in quella posizione: il bene che mi vuole. Mi guarda producendo un impercettibile ghigno della bocca che la porta, contro volontà, a sollevare l’angolo sinistro del labbro superiore e ad addolcire quegli occhi. Sempre vivi, ora più piccoli, mi sorridono.
“Grazie” – le dico.

David Giacanelli