Oggi ho ricordato una poesia di un palermitano vissuto alla fine dell’800. Incitava, tra le righe, a vestirsi a festa nei giorni più funesti, a vedere con occhi diversi le situazioni e le condizioni più nefaste, incitava ad apprezzare quel che si ha. Questa banalità è un pensiero che molti, soprattutto i più giovani, hanno fatto proprio nell’epoca in cui viviamo. Perché disoccupati, perché senza visione, perché impegnati a sopravvivere. Ma ne abbiamo parlato fin troppo. Inoltre, più che una virtù, è stata una necessità comportamentale che ha consentito loro di prendere distanza da un mondo che non possono gestire, né incidere, per sdraiarsi. Porsi orizzontalmente, supini, impegnati nell’indolenza a schivare solo i macigni più grossi. Come dare loro torto? La crisi non è solo economica, è di rappresentanza, di assenza di discontinuità con il passato, è vuoto rispetto alla realizzazione di un principio non sbagliato in sé, ma la cui realizzazione ha, finora, deluso e fallito. Non bastano ritocchi, qui e là, non basta cambiare le facce, profetizzare un’alfabetizzazione sfrenata dell’uso del web e delle piattaforme digitali, non basta essere precisi e veloci per coprire ogni incertezza e problematica con un tweet notturno, un pensiero sintetico ed estemporaneo, un video postato su facebook o, ancora, le linee programmatiche on line. Non basta il rinnovamento anagrafico e la trasparenza. L’ho detto tante, forse troppe volte, ma senza esperienza e capacità non si può imprimere alcun cambiamento che sia risolutivo di problemi. E, forse, non bastano neanche l’esperienza e la preparazione. Perché gli effetti nefasti o incontrollabili di una globalizzazione galoppante sfuggono anche all’intelletto più acuto. Navighiamo in troppa disoccupazione, in troppo divario sociale ed economico. Tutta questa inclusione e possibilismo nell’osservare i fenomeni cercando di spiegarli, spiegarseli, coglierne gli aspetti positivi per rigettarne quelli assodati come negativi, ci ha inoltre distratti da regole e movimenti che hanno preso il sopravvento. Meccanismi internazionali, questi ultimi, tanto potenti da condizionare le singole scelte di singoli Governi di singoli Paesi. Non sono scie chimiche, né meta-realtà, né interpretazioni rivoluzionarie quanto ignoranti, della scienza, è il Mercato con le sue ferree leggi. Ci ha resi più inermi, più titubanti, incapaci di reagire e di farlo velocemente. Allora, mi chiedo, se nessuno di noi possiede la ricetta in grado di superare il baratro nel quale ci troviamo, almeno dovrebbe avere la consapevolezza che non sono operazioni mediatiche, di maquillage ed esteriori, di rottamazione anagrafica e sostituzione con qualche faccia nuova a fare la differenza, a interrompere il meccanismo perverso nel quale siamo tutti avvitati.  Torniamo sempre allo stesso nodo: la necessità di competenza e, probabilmente, l’ardire, il coraggio di misurarsi fino a sbagliare, ma almeno di farlo difronte tutti senza alcun pudore, vergogna residua esponendosi anche alle critiche più gratuite e infamanti, rimanendo indenne, può costituire una risposta. Più che una risposta, qualcuno potrebbe pensare trattarsi di un’alchimia, tanto è combinazione ardua, una malia cui sottoporsi, opera di qualche stregone, vate, rabdomante del passato. Ci si perde in mille rivoli di ragionamenti, tutti validi, che si sfilacciano e faticano a intendersi, a sintetizzarsi. E’ come per le differenti anime di uno stesso partito. E’ come per i vecchi codici e principi irrisi da chi pensa di sostituirli con posizioni assolutiste, isolazioniste e protezioniste, di chi si riempie la bocca di provocazioni, di dichiarazioni maleducate e fa dell’apologia della scorrettezza l’unica verità.  Si sostituiscono i problemi e le soluzioni ai problemi con gli atteggiamenti, i comportamenti arroganti. Per questo parliamo di società liquida e di post verità. Se questa, declinata in tutti i suoi populismi fa così breccia, è perché non le si contrappone alcuna soluzione valida e ragionata, approfondita. Solo ologrammi di valori reali, ma che non risolvono problemi economici, né diminuiscono il debito, non creano nuovi posti di lavoro, non indicano la strategia grazie alla quale strapparsi alla povertà.  Allora c’è da continuare a cercare, a provare, a non vergognarsi e combattere, ciascuno, la propria battaglia nella propria modalità.  Non può che essere così, bracciata dopo bracciata, respirazione dopo respirazione, coprendo vasche e distendendo i muscoli, aguzzando l’ingegno nella speranza che, alla fine, qualche varco dovrà pure aprirsi.

 

25stilelibero