In un saggio molto interessante che sto terminando di leggere, l’autore, un noto politologo internazionale, cita la cantante Nina Simone in un’interpretazione molto convincente e appassionata.
Il tema del brano è “Vorrei sapere come ci si sente a essere liberi”.
Perché l’analista cita più volte la cantante? Perché ritiene che di questi tempi, nella “cosmopoli”, dove il più lontano geograficamente è mio vicino di casa grazie alla rete, non possiamo esimerci dal tentativo di un continuo confronto. Che esiste dalla notte dei tempi, dalla polis greca.
In sostanza vorrei, come cittadino di cosmopoli, “che tu potessi sapere cosa significa essere me”.
Una proposizione semplice, di una complessità enorme.
Se davvero si provasse, senza retorica, a immaginare com’è davvero il nostro interlocutore, in quale modo debba vivere e soprattutto quali sentimenti debba provare per storia, cultura, condizione sociale e politica e carattere forse riusciremmo a capirlo meglio.
Creare il presupposto per un continuo reale confronto, ma non di quelli auspicati a parole nei salottini televisivi, di fronte le telecamere o negli esperimenti sociali, un tentativo vero.
La sua analisi del confronto più intimo, del tentativo reale di vivere in simpatia con il vicino/lontano di casa, è correlata alla libertà d’espressione, nello specifico di “parola”.
Confrontarsi e comprendersi realmente mette a tutti noi dei paletti, dei limiti inevitabili per cercare di convivere nel più civile e umano dei mondi possibili, ma non significa per lui rinunciare alla democrazia, soccombere a una cultura “altra”, rinunciare alla propria libertà e diversità, piuttosto cominciare con il trovare un linguaggio comune nella diversità che c’incastri tutti senza contrapporci.
Un orizzonte dove, nel rispetto e riconoscimento delle differenze caratterizzanti, si possa coabitare.
Un tema di eterno dibattimento, imprescindibile oggi se solo pensiamo ai fenomeni migratori, alle seconde e terze generazioni, ai rigurgiti di protezionismo e sconfinato liberismo, alla comunicazione caotica e sguaiata dove forma e contenuto, erratici, vantano una rinnovata anarchia. Dove ciascuno è ripiegato su se stesso non solo per necessità, ma per scelta.
Vorrei che tu potessi sapere cosa significa essere me: una dichiarazione d’amore, se impostiamo questo ragionamento con gli occhi dell’inclusione e della democrazia o, come in molti di certo pensano, un’impossibile ipocrisia.
Per me resta solo e sempre una dichiarazione d’amore.

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