Tra gli scaffali impolverati di libri. Alcuni intonsi, altri letti, smangiucchiati, spostati a vanvera t’imbatti sempre nelle vite degli altri. Molte le conosci già, sono le tue, niente di nuovo.
Altre le ripassi. Altre ancora le approfondisci.
Insomma, passare in libreria è sempre un momento d’estasi composta.
Lo è nel tempo, nonostante la crisi editoriale, nonostante il nostro sia il Paese dove non legge nessuno ma ardiscono, tutti, a scrivere il proprio capolavoro.
A pensarci bene, questo atteggiamento è abbastanza rappresentativo dell’evolversi dei costumi e dei comportamenti degli Italiani.
L’urlo, declinato a vario titolo, il livore costante, la protesta, la necessità di esserci sempre e comunque, se non con un selfie con un video amatoriale è una carenza, quasi un male psicologico da compensare.
La presenza ingombrante ci restituisce la sensazione di esserci di più, in modo consistente, di pesare.
Allora mi peso con un libro.
Non importa, poi, come riesca il prodotto, intanto mi sono pesato.
Ma quanto, davvero, chi scrive, sente il bisogno di raccontare una storia, anche la propria, di partecipare un sentimento nuovo e utile per gli altri?
Più spesso assistiamo alla ennesima grottesca rappresentazione di sé.
Ordita in buona fede, per soddisfare la propria bulimia di presenza, l’auto celebrazione che nasconde una profonda solitudine o sua paura.
Autocelebrarsi con gimcane egoriferite non è necessità di raccontare, di produrre nuovi contenuti, ma un espediente come altri per salvarsi.
Un po’, perché le storie e vicende da raccontare si affievoliscono: molto è stato già raccontato o descritto in differenti modi e prospettive, un po’ perché scrivere davvero, come missione, esercizio e pane quotidiano costa fatica.
E allora, quanto è veramente giustificabile questa fatica?
Chi ha davvero l’urgenza di esprimere una storia, di raccontare una propria verità, più o meno romanzata, lo fa e basta.
Senza chiedersi quanto dovrà faticare per consegnarsi agli altri. Senza avere la fretta o l’ansia che il soggetto da esprimere arrivi nei sogni, negli incontri, nei viaggi, nelle suggestioni e ,più in generale, nell’imprevedibile imprevisto. Per questo motivo, in questo momento storico, trovo che leggere è forse più soddisfacente che scrivere. Più utile ma, soprattutto,più sincero.

David Giacanelli