Poche volte mi è capitato di percepire che il cielo comprimesse verso il basso, che cercasse di mangiarsi l’orizzonte. Come vivere in un rettangolo, tutto appare in una prospettiva  più larga, dilatata e compressa. Così le nuvole ti sembra di poterle toccare allungando il braccio. La gente si dilata anch’essa nei movimenti, come vivesse al rallentatore. Occhi sgranati, colori variegati, la consapevolezza dall’affanno ma, anche, del bello. Al Tropico del Capricorno, in un ‘isola, in viaggio tutto è più facile. Ma la bellezza rimane tale. Quando cammini in un paesaggio talmente suggestivo da commuoverti, allora pensi che è inutile perdersi in complessità e sovrastrutture. Che la bellezza esiste, bisogna solo viverla senza difese, lasciarsi attraversare e turbare. Né tentare di descriverla e circoscriverla  troppo, perché si manifesta, prima di tutto, in una percezione sensoriale. Sinestesie. Crocchi di persone nei crocicchi delle strade. Templi induisti alternarsi a moschee e chiese.  Famiglie arrampicarsi su strade che svaporano il caldo della mattina, uomini in bicicletta su pendii impensabili, capannelli di persone a fare spesa, fumare, raccontarsi. Né più e né meno quello che accade ovunque,  ma qui è come fosse più pacifico, naturale, scevro dalla frenesia delle rigide scadenze. E mentre vecchietti si attardano agitando bocce nelle spiagge, un ragazzo nerboruto con un cappello di lana, a mo’ di rasta, canticchia il suo motivo reggae.  Spezie e vaniglia ovunque. Canne da zucchero e rum riempiono i sensi anche in sogno, fino ad alterare, spesso, qualsiasi altra percezione.  Qui è proprio come vivere in un quadro impressionista, certo, quello che dicono o immaginano tutti. In questo caso, però, è tutto talmente potente e naturale, che anche senza disconnettersi si rimane turbati e perciò scissi, separati dal prima, dal vissuto. E ti assale quella incredibile sensazione di volere restare altro tempo non potendo arrestarlo. E altro tempo ancora. E ancora. Come le onde che si infrangono sulle barriere di vividi coralli in un moto, perpetuo, del quale sei spettatore e nuotatore privilegiato. La prospettiva da qui è talmente deflagrante che il bordo vasca con tutte le quotidanità raccontate sembra, per un attimo, passato remoto. Ognuno di noi è portato a pensare che il luogo che si sta cautamente visitando e perlustrando è migliore di quello che si conosce e abita. Il processo naturale di ogni viaggiatore, reale e anche solo di mente. Viaggiando continuiamo a manifestarci la voglia di ricominciare, arricchirci, cercare altrove, continuare a vivere altre vite, altre condizioni, apprendendo nuovi codici. E dopo il mulinare continuo di pensieri e sensazioni, tra una bracciata e l’altra, le labbra mi sussurrano: ‘lasciatemi qui’.

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