La soglia è minima: di attenzione e analisi. E’ inversamente proporzionale al dramma economico e all’impoverimento generale della popolazione italiana. Senza dovere sviscerare nuovamente gli ultimi dati Istat, è ovvio che se pure assistiamo a una timida ripresa nell’ultimo trimestre rispetto ai precedenti, del dato globale occupazionale, è pur vero che aumenta il numero dei contratti a termine ma non quello dei contratti a tempo indeterminato. La percentuale degli “inattivi”, disoccupati che non s’interessano di trovare un lavoro, di specializzarsi e formarsi per avere qualche opportunità in più, è in forte incremento. Il tema è come potere recuperare l’attenzione e il consenso di larghe fasce della popolazione che non hanno più, nella Politica e nelle Istituzioni, un interlocutore: la buona metà che in ogni ultima elezione si è astenuta dal recarsi alle urne.

Chi davvero fatica ad arrivare al termine della propria giornata, facendo sponda tra rimedi occasionali, palliativi, l’aiuto sporadico e compassionevole di qualche amico, conoscente e parente nel migliore dei casi, come può coltivare una visione o un sogno? Questo elettorato, piuttosto, si addestra alla sopravvivenza, sviluppa duttilità a prendere pugni in faccia e collezionare delusioni, a restare e sentirsi escluso, alla periferia mefitica e decadente di un’altra periferia dove, invece, scorre una nuova linfa rigeneratrice, una possibilità. La necessità è di parlare con la moltitudine infinita delle periferie, unica declinazione delle città contemporanee.  Questo è. Arrivati all’anno zero del visione, dove è vero tutto e il suo contrario, tra fakenews che spopolano e si riproducono e soglia critica ridotta ai minimi termini, vince chi rumoreggia di più. Per questo va bene la parolaccia, il muscolo ipertrofico, la scorrettezza, l’argomentazione sgangherata e veloce, la recinzione del proprio territorio, l’ostentazione della propria cultura e incultura, basta sia connotata e riconoscibile. Più la comunicazione si risolve in un tweet, più si rincorre, più gioca con le immagini, con associazioni strumentali, più si sottrae tempo all’analisi e alla riflessione, al controllo della veridicità e affidabilità dei flussi d’informazione sparata. Questa è l’unica soluzione: fermarsi un attimo e verificare, sempre, le fonti.  Non è possibile, d’altronde, immaginare di smettere di fare Politica. Come di trovare soluzioni, efficaci e alternative, a quelle finora esibite in modo sgangherato e senza coerenza.  Del linguaggio tribale e facile, che vellica le pance disperate, che soffia sulla paura della gente, abbiamo già parlato. Ogni giorno. L’innovativa retorica del linguaggio offensivo e forte, che non distingue anzi alimenta le fakenews pur di portare consensi e voti dalla propria parte è noto ma, al momento, inarrestabile. Occupa i vuoti lasciati da quelle forze politiche che vogliamo ci rappresentino: un’opposizione vera, tangibile, che non trascorra il proprio tempo a fare finta di essere unita per poi combattersi in correnti interne e capi bastone. Così gli anodini discorsi sul simbolo, sulla necessità di fare un congresso prima o dopo, di allargare o meno l’alleanza dei partiti d’opposizione. E’ evidentemente tutto necessario, ma non quanto formulare soluzioni alternative e veloci, rigenerare una missione e visione più credibili di quelle finora esposte dalle forze di governo.  Si comprende il richiamo di Cacciari agli intellettuali, com’è comprensibile per ogni politico che si rispetti immaginare ed escogitare nuovi canali di comunicazione e diffusione delle proprie idee. Rincorrendo la tecnologia senza farsi sovrapporre.  Non sono d’accordo nell’elogio incondizionato delle piattaforme digitali e dei nuovi sistemi di propaganda. La sintesi, l’estrema sintesi non aiuta nessuno: lascia l’elettorato inerme e disilluso  a concentrarsi su poche parole, chiave, che hanno fatto breccia in assenza di altre. Con la forza e la trivialità si possono vendere molte chimere, ologrammi di qualcosa che non avverrà mai e non è mai esistito. Credo in una Unione Europea, nella necessità di un dialogo comune, nell’abbattimento di ogni muro e qualsivoglia considerazione mirata alla tutela di una popolazione a scapito di altre. Non credo che il protezionismo economico e il nazionalismo politico, la strategia attuale sui migranti possano essere le soluzioni ai nostri problemi, piuttosto l’aggravante di periodi incerti, shock politics di cui si è parlato tanto.  Tanto clangore serve solo a distrarre dall’assenza di attendibilità e contenuti.

Non mi fa piacere apprendere dalle cronache nazionali di funerali fascisti a Sassari, né di selfie istituzionali ai funerali di Genova, né di navi ostaggio nel Mediterraneo mentre i migranti si ammalano e i minori versano in condizioni gravi.  La mia non è una scelta buonista: credo che il problema dei migranti vada affrontato e risolto seriamente, ma non tenendo in ostaggio le barche per giorni nel Mediterraneo. Non possiamo pensare che parlare di noi, “noi first”, ci legittimi a dimenticare e perpetrare respingimenti senza termine. Bisogna ridiscutere il trattato di Dublino, rendere la distribuzione delle “quote” tra i vari Paesi Ue reale, ma mentre si lavora per arrivare a quest’obiettivo non si può pensare di rispedire al mittente che brucia, tra lotte intestine di differenti tribù, disperati in cerca di rifugio e asilo politico, non solo economico. Erigere muri, chiudere frontiere, avvalorare la difesa della propria cultura, esaltare la propria identità geografica, l’appartenenza territoriale e come ceppo ci riporta indietro nel tempo. Tutto questo drogato patriottismo somiglia all’apologia  di una “riserva” da tutelare. Io non voglio riserve, al contrario, cerco il confronto per la migliore delle soluzioni, non ragiono per categorie, non potrei mai immaginare di stilare una schizofrenica classifica delle popolazioni. Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di vedere l’ultimo film di Spike Lee, “Blackkklansman”. A mio modesto avviso un vero capolavoro, riuscito, un insieme di registri di comunicazione efficaci, leggeri e  importanti, di un’ottima sceneggiatura e allo stesso della performance di attori incredibili.  Ripercorrere la storia ed il contesto cui il film fa riferimento è importante e ci rende, più vicine di quanto possa sembrare, alcune atmosfere. Spike Lee sovrappone la retorica razzista, protezionista e isolazionista di allora a quella del presente, del suo Presidente ed i discorsi ormai celebri quanto inflazionati.  Sono passati quarant’anni ma l’errore, l’atrocità e la sofferenza ingiustificate ritornano, per ora, solo come verosimili fantasmi. Speriamo restino tali.

David Giacanelli

Immagine film Spike Lee