Ormai prossimi alla ventesima bracciata e oltre, ho deciso di non contarle più. Però degli ultimi giorni annovero l’incontro con Laura, all’inizio del tunnel che divide i due quartieri. Ognuno rientra nella sua metà campo, in ossequio alle distanze e ai dettami, sul limitare di due mondi. Con le mascherine e le distanze sociali, i guanti, lei anche con Ugo. Mi regala quattro mascherine di stoffa, create da lei che con le mani ha una maestria non paragonabile. Taglia, cuce, crea, arrangia tessuti differenti. Non ci possiamo abbracciare, l’istinto sarebbe quello, ma con le maschere ci scambiamo un condensato di tutte le cose che avremmo voluto dirci, diluite in un mese, e scioriniamo i migliori propositi che, poi, sono ordinarietà. Il ritorno all’ordinario. Il lavoro, le ferie obbligate, i timori per il futuro, i parenti che non si vedono da mesi per precauzioni, l’isolamento, il deserto per strada, quello che faremo appena tutto questo sarà terminato. Se ci sarà un dopo e noi in quel dopo. Dove e come andremo, un’isola magari, la nostra, oppure semplicemente nella città a riempire spazi e a rimpossessarci della ordinarietà. Il giorno successivo ci citofona l’inquilina del primo piano. Ci ha preparato una pastiera, che le riesce particolarmente bene. Probabilmente ce la prepara perché ci vede in due, da soli, e automaticamente pensa che in cucina non daremo il meglio, per pigrizia, indolenza, forse incapacità. La pastiera mi ricorda mia madre che puntualmente, ad ogni Pasqua, mi sforna di questi dolci. Mi manca come mi mancano tutti i rituali famigliari che la quarantena ha annichilito e la Rete non può sostituire. Per fortuna. La stessa che abbiamo nel poterne parlare, come del lavoro, del precariato, del futuro. Ci siamo ancora come l’anancastico rito della video chiamata. E già. Trascorriamo più tempo a controllare i cellulari, i messaggi, i whatsapp, le piattaforme houseparty e zoom. Ogni ora ci riconnettiamo e sconnettiamo. Come fosse l’ultimo impulso che ricorda che siamo ancora vivi. Questo spero termini. E rammento la fortuna di abitare in un condominio dove mediamente la gente è affiatata, si ascolta, si aiuta senza chiedere, si capisce senza parlare. Un posto che si vive in tutte le direzioni e dimensioni, nelle terrazze, nei cortili, in ogni anfratto dov’è possibile la vita. L’ho sempre ammesso di avere avuto molta fortuna a ritrovarmi a vivere tra queste persone, queste storie, questo tessuto, a capitare accidentalmente tra bella gente. La Quarantena, tra i flashmob e le telefonate, quelle piccole continue accortezze, mi ricorda che esistono molte persone pronte a dare il meglio di sé, senza retorica, ad entrare in ogni nuovo contesto e battaglia con il coraggio e la consapevolezza dovuti. Anche Beatrice e Leo irrompono nel silenzio post atomico con le lezioni di funzionale  e total body, perché sforzarti e sudare, faticare rende il corpo più forte e allontana il virus. Luoghi comuni che, solo in questo caso, non fanno male, non sottraggono ma aggiungono un’attività da fare. Nel condominio dove sono nato, a mala pena ci si salutava e, chiusa l’imposta, ognuno tornava a vivere nel proprio esclusivo mondo.  Poi ci sono i collegamenti per le letture, la scrittura ad oltranza: esercizi di resilienza contro il Covid. Ottavo Colle, Irene, Laura, Marianna e le sue nuotate famigliari. Leggo ad alta voce come a scansare paure e pericoli, scrivo ad amici, nuoto in assenza d’acqua. Ogni limite della quarantena è anche il suo pregio, la sua forza, ma fin quanto lo sosterremo? Nuoto in assenza di acqua chiedendomi quanto e come sarà possibile affrontare il disagio sociale che sviluppa in ogni conflitto mondiale. Perché questo cos’è?

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