Il baretto degli amici. Mi fermo perché è ora di pranzo e l’asfalto sembra liquefarsi, sgretolarsi al passaggio. Giusto un attimo per un panino, dell’acqua frizzante, un caffè e tornare al lavoro. Erano anni che non mi ci fermavo, da quando, pre-Covid, era ancora “il Seme e la Foglia”. Un bar dove siamo cresciuti, dove distrattamente abbiamo trascorso qualche minuto nei sabati sera. Dove abbiamo transitato, tra la folla, prima di smistarci per Testaccio e i suoi locali, la movida. Con quell’aria fresca, sognante e un po’ stordita della giovinezza. E la notte faceva anche un po’ paura, quella sana però. Del cambiamento, delle persone che avresti potuto incontrare, della ricerca liquida di noi stessi. Ma era tutto molto puro, poco artefatto. Così, nel pomeriggio, ci andavamo tra una riunione e l’altra della sezione, perché ancora non si chiamavano circoli e nessuno ti biasimava perché eri stato in sezione. A discutere dei temi del giorno, di una sinistra meno opaca e che fosse più sinistra, del giornale che distribuivamo nel quartiere, del volantinaggio e dell’attacchinaggio. Tutto ancora attuale. A ripensarci: quante ore, tante. Davvero tante anche da studenti. Ricordo felice di tutto quel tempo trascorso ad ascoltare e dibattere. Anni di formazione. Oggi nei circoli ci si va, si dibatte, ma sono sempre in meno a farlo e, cambiando la comunicazione, si è sollecitati a farlo su mail, sms e chat di gruppo. E non è solo per il distanziamento e il Covid, è una grammatica diversa, un attaccamento che non esiste. A noi bastava, ai giovanissimi di oggi no. Non le ideologie e i principi sembrano essere di per sé stessi sufficienti, così il come dovrebbe essere e non è, il come potere essere, attualizzarlo, cambiare questo Paese. E, con il senno di poi, dal loro punto di vista hanno anche ragione. C’è ancora fermento ma meno trasporto, più disincanto. Chi lo fa è costretto, più che mosso da senso etico. È perché qualcuno deve farlo per gli altri, per non abbandonare un campo rimasto indifeso dopo troppe battaglie. Comincio a parlare come le persone che guardano al presente con quel realismo e distacco di chi pensa di avere sempre fatto meglio, meglio dei giovanissimi, con più serietà, dedizione, con la giusta meraviglia che tutto può muovere. Quello che subentra, da “adulti”, ammesso lo si diventi mai, è la consapevolezza che anche la migliore delle ideologie e degli ideali si concretizzano con del sano pragmatismo, compromesso, capacità difficile di mediare sempre. Di sapere brigare e compromettersi, cui non tutti sono disposti. La descrizione di una propensione, di un’attitudine caratteriale. Quello che i luoghi ci raccontano, con il passare del tempo, è un microfilm della nostra esistenza. Di come eravamo e, solo allora, potevamo essere. La percezione che, proprio in quel luogo fisico lì, ci sei stato più e più volte, con altra energia, sembianze, dolcezza. Poi ci torni e ti rivedi, tu e i tuoi amici, come fantasmi. Invisibili presenze che continuano a bere, fumare, discutere in piedi, assieparsi trasportate dalla loro “verità”. Già, il Seme e la Foglia, dove germogliava molto, dove si incontravano decisioni importanti, il rifugio da nuotate impetuose a ora pranzo. Si conoscevano bene i gestori e ci si immaginava più adulti e proiettati in destini promessi. I gestori avevano quell’aria famigliare di chi ti accoglie ed è pronto a darti, sempre, con un caffè la chiacchiera, lo sfogo, la battuta romana salace. Senza volgarità, sempre con sottile acume. Oggi, chissà che fine hanno fatto quei gestori: dove siamo noi e loro con noi. Un ricordo ma, comunque, uno bellissimo.

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