Tra i diritti dei quali si parla sempre più, c’è quello alla disconnessione e alla organizzazione del tempo. Conseguenza della pandemia e anche del capitalismo più selvaggio, di una distribuzione iniqua del lavoro, è proprio il tempo e la gestione dello stesso, che si pone come discrimine tra le classi ed i ceti sociali più elevati e la stragrande maggioranza dei lavoratori. È discrimine tra una vita dignitosa, con un minimo benessere, e una vita “trasportata” e rincorsa, quando non subita. Non parliamo solo dei Rider, ma di tutte quelle occupazioni spietate, dove si viene retribuiti sui quantitativi prodotti, il numero delle consegne e corse effettuate, le quantità prima di tutto anche a scapito della qualità. Vivere di turni sfalsati, dove notte e giorno si confondono, provoca una diminuzione di concentrazione, di attenzione, il rischio personale della propria salute. Il sonno, pertanto, la corretta somministrazione delle ore del sonno, sono diventati un vero traguardo da preservare anche se dovrebbero essere diritto. Tutti i lavori che si dipanano su turni temporali affrontano questa tematica. Così i turni massacranti dei medici durante le pandemie sono un esempio eclatante. È uscito sull’ultimo numero dell’Internazionale un articolo successivo ad uno studio proprio sul sonno, del politologo Jonathan White. S’intitola “In difesa del diritto di dormire”. Se ne comincia a parlare in modo sempre più circostanziato. Di fattorini, operai e vite alienate. Lavorare di notte per riposare di giorno è, anch’esso, stressante oltre che alienante rispetto ai tempi istituzionalizzati di apertura di commerci, supermercati, negozi più in generale. Chi riposa durante il giorno non ha il tempo di reperire i beni di prima necessità. Si arriva alla desincronizzazione del tempo. Questa dimensione del tempo, per chi non può viverla come la maggioranza della popolazione, diventa il problema. La desincronizzazione del tempo lo è più spesso del sonno, quello minimo ed avviene anche con le crescenti insonnie, gli stati di ansia che hanno accompagnato tutti durante il lock down e le pandemie. L’insonnia va riconosciuta e poi convissuta. Combatterla pretendendo di controllarla, è come volere mantenere il controllo su ogni aspetto della nostra esistenza, che è già altra rispetto a noi e al passato. Certo ci sono medicine, cure, ma è importante dire che il sonno e la mancanza di sonno, personale o provocata, costituiscono uno degli aspetti più diffusi dei disagi odierni, scaturenti proprio dalla storia che abbiamo vissuto ovunque e trasversalmente negli ultimi anni. Cominciare a parlarne, come ad elaborare la nostra ultima storia è l’inizio per poterci accostare all’esistenza senza timore, costante paura di una qualche novità. Così continuare a rivendicare diritti, tutti, ma soprattutto la possibilità di vivere il nostro “tempo”, che è solo nostro, imprescindibile, e riguarda la sfera di bisogni inalienabili. Riappropriamoci del tempo, pretendiamo di disporne e che venga disciplinato. Avremo almeno contrastato gli aspetti più malsani e annichilenti di una perenne, patologica, connessione.

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